Archeologia Digitale: la Sicilia e la sfida dell'interoperabilità nazionale

Al Refettorio delle Biblioteche Riunite "Civica e Ursino-Recupero" di Catania un confronto tra autonomia regionale, modelli nazionali di gestione dei dati archeologici, condivisione open data e nuove strategie di tutela

Alfio Russo

La crescita esponenziale dei dati generati dagli scavi archeologici impone oggi una riflessione urgente sulle strategie di digitalizzazione, archiviazione e condivisione delle informazioni. 

È questo il tema al centro del workshop La gestione dei dati archeologici in Sicilia. Soprintendenze a confronto tra sistema regionale e piattaforma nazionale, che si è svolto nello storico Refettorio delle Biblioteche Riunite "Civica e Ursino-Recupero" di Catania. 

L'incontro, promosso dalla Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Catania, dalla Cattedra di Metodologie della ricerca archeologica e dall'Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del Cnr, ha messo a fuoco il complesso e variegato scenario di produzione dei dati delle Soprintendenze regionali e della auspicata transizione verso modelli di gestione integrata come il Geoportale Nazionale per l'Archeologia (GNA) curato dall’Istituto Centrale dell’Archeologica del Ministero della Cultura. 

In un contesto normativo nazionale che, in risposta all’aumento vertiginoso di dati provenienti dalle indagini di archeologia preventiva connessi ai lavori pubblici, ha imposto l’adozione di un modello comune per la raccolta dei dati, la Sicilia si trova in una posizione particolare. la sua autonomia regionale affida infatti il coordinamento dei processi di documentazione e catalogazione al Centro Regionale per l'Inventario, la Catalogazione e la Documentazione (CRICD), alle cui direttive si allinea l’operato delle dieci Soprintendenze territoriali. Il tavolo di confronto, a cui hanno preso parte archeologi delegati dalle strutture dell'Isola e vertici ministeriali, si è posto l'obiettivo programmatico di gettare un ponte tra il sistema d'archiviazione siciliano e le piattaforme nazionali per garantire una visione unitaria del dato, indispensabile per la ricostruzione storica e la salvaguardia del territorio.

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

Ad aprire i lavori è stato l'intervento di Daniele Malfitana, Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Catania, che ha evidenziato con vigore il valore scientifico e politico/programmatico del workshop. 

«Il senso profondo di questo incontro, nasce dalla constatazione di un progressivo e dannoso isolamento della Sicilia nei confronti di ciò che accade sul territorio nazionale: è una sensazione che ho spesso sentito come Presidente del Comitato Tecnico Scientifico per l’Archeologia, belle arti e paesaggio nel Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici del MiC - ha detto in apertura -. L’idea venuta fuori è dunque quella di studiare soluzioni per superare la frammentazione istituzionale e far convergere tutti verso un unico spazio di lavoro e un’unica base operativa. Come istituto di ricerca e università, promuoviamo questa sinergia perché siamo convinti che la formazione e la ricerca che noi facciamo nelle nostre università si sostanzia di dati, informazioni che vengono prodotti giornalmente dai tanti colleghi che operano nelle Soprintendenze, nazionali e regionali, dall’accademia che opera con concessioni di scavo rilasciate dal Ministero, e perché, soprattutto, se venissero meno questi dati, rischierebbe di crollare anche il meccanismo che alimenta la formazione e la specializzazione». 

«Insomma, senza dati, l’intero ciclo che unisce tutela, conoscenza e valorizzazione rischia di bloccarsi - ha aggiunto -. Dal punto di vista storico e programmatico, la parziale separazione nella gestione dei beni culturali tra lo Stato e la Regione Siciliana, sancita dai decreti presidenziali del settembre 1975, stesi pochi mesi dopo la nascita del Ministero della Cultura, avvenuta nel maggio dello stesso anno, con Giovanni Spadolini primo ministro, richiede oggi un cambio di passo che non intende intaccare le autonomie locali, ma mettere a disposizione della politica regionale le idee venute fuori dalla esigenza della comunità scientifica qui riunita. L'obiettivo finale della giornata, nonostante il rammarico per l’assenza fisica dei dieci Soprintendenti dell'Isola, resta fortemente politico e concreto: uscire dal workshop con un risultato tangibile nelle mani, sia esso un protocollo o un testo di intenti, che formuli una soluzione di aggancio della realtà siciliana che gestisce i dati della ricerca archeologica (le Soprintendenze), ai sistemi operativi nazionali».

Un momento dell'intervento del prof. Daniele Malfitana

Un momento dell'intervento del prof. Daniele Malfitana

La sollecitazione del prof. Daniele Malfitana a superare l'isolamento siciliano ha trovato un'immediata sponda nell'intervento di Stefania Rimini, direttrice del Dipartimento di Scienze umanistiche dell'Università di Catania, la quale ha raccolto l'appello rilanciando il ruolo cardine dell'Università, che si fa carico di formare professionisti con competenze immediatamente spendibili sul territorio, ma ha avvertito che tale sforzo rischia di restare inefficace senza un dialogo solido e costante con le istituzioni politiche.

«Il Disum accoglie con grande slancio e orgoglio una delegazione ministeriale di così alto prestigio, la cui presenza rappresenta uno stimolo fondamentale a superare le marginalizzazioni e le difficoltà strutturali che la Sicilia sconta sul fronte della tutela e della valorizzazione dei beni culturali - ha detto -. La gestione dell'autonomia regionale è un dato politico che nessuno intende mettere in discussione, ma l'evoluzione del settore impone ormai di operare su scala nazionale attraverso visioni aggiornate, condivise e strategicamente coordinate». 

«Come Università, ci facciamo carico di questa responsabilità verso il territorio traducendola in azioni formative concrete: dall'offerta didattica di primo e secondo livello fino ai percorsi del dottorato di ricerca e della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, lavoriamo costantemente per garantire che i saperi accademici si trasformino in competenze immediatamente spendibili e ad alto tasso di professionalizzazione - ha aggiunto -. Questo workshop conferma la capacità pratica dell'accademia di supportare le istituzioni, ma tale sforzo rischia di rimanere poco operativo se viene meno il dialogo costruttivo con i rappresentanti politici e territoriali; confido quindi che i lavori odierni offrano un solido puntello istituzionale per stringere nuove intese e guadagnare ulteriore slancio in un campo d'azione che richiede il massimo impegno comune».

Un momento dell'intervento della prof.ssa Stefania Rimini

Un momento dell'intervento della prof.ssa Stefania Rimini

Il ponte ideale tra l'esigenza formativa accademica e la macchina dello Stato si è materializzato nell'intervento di Valentina Gemignani (Capo di gabinetto del Ministero della Cultura) che nel suo intervento ha tradotto la necessità di questa cooperazione sul piano squisitamente tecnologico e amministrativo, descrivendo la svolta digitale dell'archeologia non più come una mera questione tecnica, ma come una "nuova ecologia digitale".

«Negli ultimi decenni l’archeologia ha vissuto una profonda trasformazione dal punto di vista digitale - ha detto il capo di gabinetto del Mic -. Gli scavi, le ricognizioni territoriali, le analisi di laboratorio, la documentazione fotografica e tridimensionale generano dati sempre più numerosi e articolati. Questo cambiamento ha reso evidente come la qualità della ricerca non dipenda soltanto dalla capacità di acquisire nuove informazioni, ma anche dalla possibilità di gestire secondo standard condivisi e metodologie interoperabili». 

«La gestione dei dati archeologici e la loro accessibilità rappresentano dunque temi strategici per il futuro delle attività di tutela - ha aggiunto -. In un contesto caratterizzato da una crescente digitalizzazione dei processi amministrativi e scientifici, la qualità delle informazioni disponibili, la capacità di organizzarle in sistemi coerenti e la loro accessibilità costituiscono una risorsa essenziale per l’azione delle Soprintendenze». 

«In questo scenario emerge una considerazione fondamentale: il dato archeologico non può più essere considerato esclusivamente come documentazione tecnica di supporto alle attività di ricerca o di tutela, ma costituisce una risorsa fondamentale che supporta la pianificazione territoriale, la valutazione del rischio archeologico, la programmazione degli interventi, la ricerca scientifica e la valorizzazione culturale», ha sottolineato la dott.ssa Gemignani.

Un momento dell'intervento della dott.ssa Valentina Gemignani

Un momento dell'intervento della dott.ssa Valentina Gemignani

«Proprio per questo la sfida oggi in Sicilia, come in molte altre realtà del Paese, consiste nel superare la frammentazione delle informazioni. Archivi cartacei, banche dati locali, documentazione prodotta da università, soprintendenze e istituti di ricerca spesso convivono senza una piena integrazione. Ciò può limitare sia le attività di tutela sia le potenzialità della ricerca scientifica», ha aggiunto la dott.ssa Valentina Gemignani, capo di gabinetto del Mic. 

«L’autonomia speciale attribuisce alla Regione Sicilia competenze dirette nella tutela dei beni culturali e questo ha comportato, nel tempo, lo sviluppo di modelli organizzativi e procedure specifiche – prosegue Gemignani -. Tale autonomia, tuttavia, non dovrebbe rappresentare una dimensione separata dal contesto nazionale, ma piuttosto un’opportunità di sperimentazione e di confronto all’interno di una comune missione istituzionale. Per affrontare questa sfida è necessario promuovere una visione unitaria del patrimonio informativo archeologico, che favorisca la creazione di infrastrutture digitali condivise, l’adozione di standard comuni per la catalogazione dei dati, nonché l’utilizzo di piattaforme capaci di dialogare tra loro». 

«In questo senso, il dialogo tra le Soprintendenze della Sicilia e quelle del resto del territorio nazionale deve rappresentare un valore aggiunto. La diversità delle esperienze consente di individuare buone pratiche replicabili e di affrontare in modo condiviso problematiche che ormai riguardano tutti: dalla conservazione digitale a lungo termine alla gestione dei big data archeologici, all’integrazione dei diversi sistemi di gestione dei dati che devono essere rintracciabili, accessibili, interoperabili e riutilizzabili», ha aggiunto.

«Credo che il futuro della gestione dei dati archeologici debba fondarsi pertanto su tre principi fondamentali: cooperazione tra istituzioni, interoperabilità tra sistemi e condivisione delle conoscenze - ha sottolineato -. Solo attraverso questi elementi sarà possibile affrontare la complessità crescente della tutela del patrimonio culturale e garantire una gestione sempre più efficace e sostenibile delle informazioni archeologiche. Con questo spirito di confronto e di collaborazione si spera che i lavori di questa giornata possano contribuire alla costruzione di una rete sempre più solida tra le istituzioni impegnate nella tutela del patrimonio archeologico, valorizzando le specificità di ciascuna realtà e rafforzando gli obiettivi comuni che le uniscono».

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

Questa visione olistica e integrata della tutela è stata pienamente condivisa da Luigi La Rocca (Capo dipartimento per la Tutela del Patrimonio culturale). La Rocca ha legato i temi dell'accessibilità e della sicurezza dei dati alla cornice normativa nazionale, ricordando che, pur rispettando la storia dell'autonomia siciliana, il patrimonio va protetto secondo criteri universali definiti dal Codice dei Beni Culturali.

«Il Ministero della Cultura avverte come fortemente prioritario il tema di questo incontro, poiché il rapporto con il mondo dell’accademia e dei dipartimenti umanistici è fondamentale sia per la ricerca,sia per la formazione, di quei funzionari e specialisti che quotidianamente collaborano con lo Stato e con le Soprintendenze - ha detto -. Pur manifestando un evidente rammarico per le assenze registrate tra i vertici della tutela locale, ritengo che questo appuntamento debba fungere da primo passo per stabilizzare una rete organica tra il sistema conservativo statale e quello della Regione Siciliana, superando le barriere settoriali in favore di una visione olistica e unitaria del patrimonio culturale». 

«Il nostro ruolo ministeriale non è quello di giudicare o sindacare gli effetti storici dell'autonomia siciliana, ma è nostro dovere unire le competenze e le esperienze per fare sistema, ricordando che l'intero patrimonio nazionale va tutelato e valorizzato secondo i criteri comuni e condivisi sanciti dal Codice dei Beni Culturali, la legge fondamentale a cui tutti dobbiamo fare riferimento - ha aggiunto -. I punti focali su cui i lavori dovranno concentrarsi e andare in profondità riguardano precisamente la gestione, l'accessibilità e la sicurezza dei dati archeologici, elementi imprescindibili per garantire un'azione di tutela efficace, trasparente e uniforme su tutto il territorio».

Un momento dell'intervento del dott. Luigi La Rocca

Un momento dell'intervento del dott. Luigi La Rocca

A chiudere il cerchio, l'intervento di Antonino Mazzaglia, ricercatore del CNR catanese, membro del Comitato Scientifico dell’Istituto Centrale dell’Archeologia del MiC e coorganizatore dell’incontro, ha declinato i concetti politici ed etici emersi nel dibattito in rigorosi parametri scientifici. Se Gemignani ha parlato di superare la frammentazione dei sistemi informativi, Mazzaglia ha mostrato concretamente come farlo, introducendo i concetti di polisemia e plurifunzionalità del dato archeologico e analizzando gli strumenti informatici nazionali (SIGECWeb e il Geoportale Nazionale dell'Archeologia).

«Nell'archeologia contemporanea, la ricerca produce inevitabilmente grandi quantità di informazioni, definibili come big data; questo fenomeno deriva sia dall'estensione degli ambiti d'indagine sia dall'approfondimento specialistico e strumentale - ha detto -. Di conseguenza, la necessaria sintesi storica diventa un processo estremamente complesso, in cui l’adozione di algoritmi di processamento intelligenti si rivela sempre più vantaggiosa per supportare le capacità interpretative umane».

«Il cuore della riflessione si concentra su due caratteristiche peculiari del record archeologico: la polisemia e la plurifunzionalità - ha spiegato -. La polisemia risiede nella pluralità di significati e piani di lettura che il dato offre, legati all'aspirazione della disciplina di ricostruire le società del passato come sistemi culturali complessi e aperti a un pubblico variegato di fruitori. La plurifunzionalità, invece, evidenzia come il dato non sia solo la base per la ricostruzione storica, ma anche una guida pragmatica per le azioni di tutela, pianificazione urbanistica e valorizzazione del patrimonio, essenziali per lo sviluppo socio-culturale ed economico dei territori. Governare questo vertiginoso incremento di informazioni, mantenendo intatte la polisemia e le funzioni pratiche del record archeologico, impone un profondo ripensamento dei processi di acquisizione, gestione, analisi e condivisione digitale, affrontando direttamente le implicazioni dell'informatizzazione».

Il ricercatore del Cnr Antonino Mazzaglia

Il ricercatore del Cnr Antonino Mazzaglia

In questo scenario, il relatore ha sottolineato che «la gestione integrata deve includere senza distinzioni sia i dati di nuova produzione sia i cosiddetti legacy data, ovvero i dati d’archivio pregressi, tradizionali o già digitalizzati». 

«Questo perché tutti i dati, dai diari di scavo cartacei ai dataset informatici, subiscono un progressivo invecchiamento e un deterioramento del loro potenziale informativo, causato dallo smarrimento dei supporti fisici o dall'obsolescenza di hardware e software; una criticità a cui la sola digitalizzazione, senza strategie mirate, non può rimediare - ha spiegato -. Un altro punto metodologico cruciale riguarda la netta separazione tra il dato grezzo e l’ipotesi interpretativa: per preservare la formulazione di nuove letture scientifiche, è indispensabile che i metodi di raccolta siano esplicitati e che i dati di partenza rimangano sempre accessibili insieme alle sintesi storiche».

«Per fare ciò, le istituzioni devono disporre di infrastrutture informatiche interoperabili basate su standard condivisi, capaci di gestire in modo integrato attributi descrittivi e informazioni spaziali (GIS) - ha aggiunto -. Si tratta di un processo complesso che deve conciliare il formalismo informatico con l'intrinseca incertezza del dato storico, promuovendo il riutilizzo dei dati secondo i principi FAIR, ma tutelando al contempo il diritto d'autore attraverso formati e licenze d'uso corretti. A livello nazionale, questo panorama vede l’azione di due piattaforme differenti ma complementari: il SIGECWeb, orientato alla produzione e validazione interna dei dati per enti e soprintendenze, e il Geoportale Nazionale per l’Archeologia (GNA), volto alla divulgazione verso un pubblico più vasto». 

«Il GNA, in particolare, ha offerto un enorme contributo grazie all’introduzione di un template obbligatorio che ha unificato i modelli descrittivi e spaziali per l'Archeologia Preventiva, pur mantenendo margini di miglioramento nella stima del potenziale archeologico e nei sistemi di riferimento», ha detto il ricercatore.

Un momento dell'incontro

Alcuni relatori presenti all'incontro

«Il rilascio del Geoportale Nazionale dell’Archeologia, attivo dal 2023, risponde concretamente alla necessità di un modello unitario per la condivisione del record archeologico, ma solleva anche la necessità di un forte aggiornamento delle competenze - ha aggiunto -. Diventa quindi prioritario rivedere i processi formativi universitari e le procedure di reclutamento, basandole su una chiara identificazione delle mansioni digitali, oltre a favorire l’integrazione tra i sistemi nazionali e i cataloghi regionali». 

In chiusura di intervento il ricercatore Antonino Mazzaglia ha evidenziato «come il personale ministeriale, nonostante la cronica carenza di organico, le insufficienze infrastrutturali e i problemi storici di sotto-inquadramento, riesca a operare con grande responsabilità sotto molteplici pressioni, dimostrando spesso la capacità di anticipare i tempi e di trovare soluzioni efficaci e condivise per la tutela del patrimonio culturale».

Nel corso del convegno sono intervenuti anche i delegati delle diverse Soprintendenze regionali: Francesca Valbruzzi (Enna), Michela Ursino e Angela Merendino (Catania), Valentina Caminneci (Agrigento), Saverio Scerra (Ragusa), Alessandra Castorina (Siracusa), Maria Ravesi (Messina), Rosa Maria Cucco (Palermo), Roberto La Rocca (Soprintendenza del Mare).

E, inoltre, Laura Capuggi (Direttrice CRICD), Mirella Serlorenzi (Direttrice Istituto Centrale per L’archeologia MIC) e Teresa Elena Cinquantaquattro (Dirigente del Servizio II, Scavi e tutela del patrimonio archeologico MIC).

I relatori del convegno

I relatori del convegno

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