Ascoltare chi non ha voce

Al Teatro Ambasciatori di Catania, lo spettacolo di Tindaro Granata come invito a seguire sempre e per sempre i propri sogni

Laura Beninato e Noemi Rapisarda

Una storia capace di scuotere coscienze e pregiudizi. Vorrei una voce, scritto e interpretato da Tindaro Granata, andato in scena nei giorni scorsi al Teatro Ambasciatori, nasce dai quattro anni trascorsi dall’artista nel laboratorio teatrale “Piccolo Shakespeare” della Casa Circondariale di Messina. Qui, l’attore si immedesima e, quasi, vive con le detenute di alta sicurezza, il cui involontario destino è stato segnato dalla loro condizione di essere figlie o mogli di mafiosi. Tuttavia, ciò non importa agli occhi della gente comune, che spesso non prova pietà nei loro confronti.

Non è stato un concerto di Mina, ma quasi. Granata, fan sfegatato della celebre cantante italiana, la incarna e canta in playback le sue canzoni, in maniera così naturale da rendere l’atmosfera quasi magica e sognante. L’attore, in compagnia delle luci, si esibisce apparentemente da solo, ma non lo è: porta in scena con sé le sue amate carcerate, ognuna con la propria storia.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

Non a caso, ciò che anima lo spettacolo è proprio la presenza di un filmato inedito di Mina, donato personalmente dalla cantante italiana all’artista siciliano, che esprime il proprio apprezzamento per la sua profondità e forza emotiva: l’urgenza di Tindaro di dare voce a quelle detenute, incomprese dalla società in cui vivono.

Infatti, il fulcro della drammaturgia è il sogno, come ha affermato Tindaro stesso all’inizio della rappresentazione “ci vuole tanto coraggio e prima ancora l'incoscienza, il desiderio, la paura, ma soprattutto sognare, se non lo facciamo non si accende nulla di tutto questo”.Vorrei una voce è da ritenersi, quindi, uno spettacolo dedicato a coloro i quali hanno perso la capacità di farlo.

Il monologo del protagonista è ciò che costituisce l’essenza dell’esibizione, in cui alterna e a volte confronta le proprie esperienze e sentimenti con quelle delle detenute. “Per me sognare era la musica, era Mina e la sua voce meravigliosa, immaginavo come sarei stato e in un attimo mi trovavo in un altro mondo” e ancora “per un periodo della mia vita mi sono sentito morto dentro, la sera andavo a letto e la mattina mi svegliavo triste. Non volevo vedere più nessuno. Ma appena arrivato in carcere le donne mi hanno chiesto come me le fossi immaginate ancora prima di incontrarle”. 

Tindaro durante la sua esibizione

Tindaro durante la sua esibizione

Ed è attraverso questa consapevole realizzazione dell’essere uguali alle carcerate che l’artista siciliano si rende conto che nessuno di noi è libero, neanche quando si è felici, perché percepiamo quella felicità solo parzialmente. “Molto spesso facciamo morire una parte di noi e io tutte le volte che non ho ascoltato la mia voce che mi portava alla felicità, mi sono messo delle sbarre”.

Alla fine dello spettacolo l’attore si inchina all’applauso, ma la platea, ancora immersa nell’aura evocativa da lui creata, non ha più smesso. Sorrisi malinconici, occhi lacrimanti, l’eco intenso degli applausi hanno contornato la sala, acclamando la bravura e l’intensità dell’artista siciliano nel rappresentare l’impossibile: Jessica, Sonia, Vanessa, Rita e Assunta si sono messe a nudo, raccontando di sé e dei propri sogni irrealizzabili, ritrovando quella libertà che avevano ormai dimenticato.

Tindaro e la rappresentazione delle carcerate

Tindaro e la rappresentazione delle carcerate

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