Bellini, il mito che respira

Presentato il volume “Vincenzo Bellini on Stage and Screen”. Un’occasione per riflettere sullo slancio vitale della grande musica del Cigno catanese e su nuovi paradigmi di ricerca

Damiano Nicotra

La musica si è fatta parola, nel foyer del Teatro Massimo Bellini di Catania. Tra i velluti rossi e gli stucchi dorati, le creazioni del Cigno catanese sono state oggetto di una raffinata riflessione critica nel corso della conferenza dedicata al volume Vincenzo Bellini on Stage and Screen, 1935-2020, curato da Emilio Sala, Graziella Seminara ed Emanuele Senici.

Ad illustrare il progetto sono stati proprio i docenti Emilio Sala (ordinario di Musicologia e storia della musica all’Università degli Studi di Milano) e Graziella Seminara (associata di Musicologia e storia della musica all’Università di Catania).

L’incontro si è aperto con i saluti istituzionali della direttrice del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, la prof.ssa Marina Paino, e della delegata ai Rapporti con il territorio e con le realtà culturali, la prof.ssa Maria Rosa De Luca, docente di Storia e Storiografia della musica al Disum.

A seguire ha preso la parola il musicologo Alessandro Roccatagliati, coordinatore della conferenza. «Il volume – ha spiegato – indaga la vita delle opere di Bellini, la loro vitalità nel corso del XX secolo e in parte del XXI, un’età molto avanzata rispetto alla costituzione delle opere stesse». Ne consegue che, sotto la lente di ingrandimento, sono posti anche i mezzi di comunicazione di massa e la loro tecnica sempre più sofisticata: dal disco alla televisione e al cinema, fino al dvd e a Internet.

Gli adattamenti intermediali dell’opera belliniana sono stati approfonditi da Emilio Sala, che nel suo lavoro ha preso in prestito il concetto di radical mediation da Richard Grusin: «Per noi è una cornice teorica che attraversa tutto il volume in filigrana», ha illustrato, sottolineando come, in campo musicologico, tale concetto sia stato finora poco elaborato.

«L’opera non è qualcosa di fisso, ma un processo – ha aggiunto –. La mediazione apre nuove prospettive, che nel passato non erano state esplicitate perché non ce n’erano le condizioni. Nel volume abbiamo cercato di sviluppare queste prospettive».

un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

Analizzare tali fenomeni comporta anche nuovi punti di vista metodologici, come ha evidenziato la prof.ssa Graziella Seminara: «Questo volume è il risultato di un profondo cambiamento di paradigma. Abbiamo letto l’opera in chiave esclusivamente performativa, anziché a partire dalla partitura».

È altrettanto significativa la scelta di utilizzare il concetto di “discorso”, piuttosto che quello di “ricezione”: «Ci siamo occupati di come si è costruito il discorso attorno a Bellini attraverso le rimediazioni, che hanno illuminato aspetti altrimenti inimmaginabili della sua opera», ha spiegato la musicologa, che ha curato la seconda parte del volume, incentrata sul mezzo cinematografico.

Ad esemplificare quanto detto dalla prof.ssa Seminara è il caso del film Casta Diva (1935), riportato nel volume: la pellicola di Carmine Gallone, uscita in occasione del centenario della morte del Cigno, fu celebrata dal fascismo come prodotto in grado di esaltare il genio italico, di cui Bellini è simbolo. Questo orizzonte di attesa fa sì che la pellicola sia farcita di riferimenti iconografici alla figura dell’eroe romantico dotato di qualità mistiche, ma anche di simboli della propaganda, come la fiamma.

Per quanto concerne la regia negli allestimenti in teatro, di cui si è occupato Emanuele Senici nella prima parte del libro, la conferenza ha offerto interessanti spunti di riflessione sul linguaggio dei registi d’opera. «Perché così spesso avviene la percezione di due discorsi che agiscono in parallelo invece che convergere?», si è chiesto Emilio Sala, alludendo alla discordanza tra canale sonoro e canale visivo. Fermo restando che ciò è corroborato anche dalle dinamiche produttive della messinscena, il musicologo suggerisce che l’autonomia di ciascuno dei due canali sia un valore.

Tirando le somme, la conferenza ha lasciato il pubblico con la consapevolezza che la grande musica, quando attraversa il tempo adattandovisi, non si cristallizza: l’opera di Bellini è parsa meno come un monumento e più come una creatura mutevole, versatile… viva. 

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