A Ifoss 2026 Didier Meuwly ha affrontato il tema della validazione scientifica degli strumenti biometrici, tra investigazioni, processi e tutela dei dati personali
L'intelligenza artificiale e i sistemi biometrici stanno trasformando profondamente il modo in cui vengono condotte le indagini criminali. Dalle impronte digitali al riconoscimento facciale, fino agli algoritmi capaci di analizzare enormi quantità di dati, le tecnologie offrono opportunità senza precedenti, ma pongono anche interrogativi cruciali sulla loro affidabilità, sulla validazione scientifica e sull'impatto che possono avere nelle decisioni giudiziarie.
Sono questi alcuni dei temi al centro della quinta edizione di Ifoss – International Forensics Summer School, la scuola internazionale diretta dai professori Sebastiano Battiato dell'Università di Catania, Donatella Curtotti dell'Università di Foggia e Giovanni Ziccardi dell'Università di Milano. L'iniziativa riunisce esperti provenienti dal mondo accademico, dalle forze dell'ordine e dall'industria per fare il punto sulle più recenti innovazioni nella Digital Forensics e sul rapporto tra nuove tecnologie, diritto e Intelligenza Artificiale.
Tra i protagonisti dell'edizione 2026 c'è Didier Meuwly, che dedica il proprio intervento alla valutazione delle prove biometriche e alla necessità di sviluppare strumenti scientificamente validati prima del loro impiego nelle attività investigative e nei procedimenti giudiziari. Nel corso dell'intervista, Meuwly evidenzia come la vera sfida non sia soltanto realizzare algoritmi sempre più sofisticati, ma definire con precisione quali domande debbano essere in grado di risolvere, garantendone trasparenza, affidabilità e solidità scientifica. Particolare attenzione viene inoltre rivolta ai rischi connessi all'utilizzo di grandi database biometrici, alla valutazione quantitativa della forza della prova e alle implicazioni etiche e legali derivanti dalla crescente disponibilità di dati personali e tracce digitali.

Alcuni partecipanti a Ifoss 2026
Didier Meuwly: "La sfida è dimostrare che gli algoritmi sono davvero affidabili"
Criminologo e criminalista svizzero, Didier Meuwly è professore di Forensic Biometrics all'Università di Twente e principal scientist presso il Netherlands Forensic Institute, dove ha guidato importanti progetti sulla valutazione probabilistica delle impronte digitali. Membro di organismi scientifici internazionali e del comitato ISO dedicato alla scienza forense, a IFOSS 2026 approfondisce il ruolo della biometria nelle indagini, la forza probatoria delle evidenze scientifiche e le sfide etiche poste dall'uso di algoritmi e grandi basi di dati biometrici.
Come possiamo garantire che i sistemi biometrici utilizzati nelle indagini forensi siano affidabili e sufficientemente validati prima di essere applicati nei casi reali?
Per prima cosa bisogna chiarire un aspetto fondamentale dell'investigazione forense. I sistemi forensi possono essere utilizzati per l'intelligence, per le indagini e per la valutazione delle prove in tribunale. Sono tre ambiti distinti, ma tutti richiedono che gli strumenti siano adeguatamente verificati e validati prima di essere impiegati in casi reali. Non si tratta solo dell'investigazione: questo principio vale per qualsiasi applicazione. Il punto di partenza deve essere sempre quello di porre le domande giuste.
Molto spesso, invece, osserviamo che non accade. I sistemi vengono sviluppati dall'industria e venduti alle forze di polizia, ma non sempre sono progettati per rispondere alle domande realmente rilevanti. Per questo il primo passo è proprio definire quali siano le domande corrette a cui questi strumenti devono dare risposta.
Nel contesto investigativo, l'obiettivo è individuare, all'interno di un database, le persone che non possono essere escluse. Chi non può essere escluso diventa un potenziale sospettato. Facciamo un esempio: se il responsabile di un reato è alto 2,20 metri e tutte le persone presenti nel database sono alte meno di 1,80 metri, allora possono essere escluse tutte. Il sistema deve quindi essere in grado di trattenere nell'analisi soltanto le persone che non possono essere escluse e che, proprio per questo, possono essere considerate sospettate.
Ritengo che questo sia un aspetto molto importante. Negli ultimi anni è stato svolto un enorme lavoro sulla valutazione delle prove in tribunale, soprattutto per quanto riguarda la rilevanza e la validazione degli strumenti. Molto meno, invece, è stato fatto per il loro impiego nella fase investigativa. Proprio per questo è stato avviato un nuovo progetto dell'Unione Europea, denominato DEFORM, al quale parteciperò insieme al gruppo di ricerca dell'Università di Catania.
L'obiettivo sarà quello di definire quale approccio adottare per dimostrare la validità e la rilevanza degli algoritmi quando vengono utilizzati nelle indagini investigative.

Un momento della 'lectio' di Didier Meuwly
Quali sono i principali vantaggi e rischi dell’utilizzo di grandi database biometrici nelle attività investigative e giudiziarie?
I database vengono utilizzati in modo diverso a seconda dello scopo. Dal punto di vista investigativo, si dispone di un database che contiene dati biometrici, ma anche dati biografici, come ad esempio il nome delle persone. Si seleziona un determinato segnale all’interno del database biometrico e, attraverso l’analisi, si arriva a una ristretta parte delle persone che non possono essere escluse.
A quel punto si possono verificare le informazioni relative a queste persone, che diventano potenziali sospetti, e successivamente vengono analizzati altri elementi per capire se effettivamente non possono essere escluse oppure se possono essere escluse per altre ragioni.
Facciamo un esempio: il segnale biometrico può risultare molto simile, ma se scopriamo che quella persona si trovava in vacanza in Australia nel momento in cui è avvenuto il reato, allora possiamo considerare che possa essere esclusa.
Il rischio di utilizzare un database molto ampio, in questo contesto, è legato al fatto che la dimensione del database può superare la capacità della tecnologia utilizzata. In altre parole, la lista dei risultati non corretti può diventare molto lunga, perché il sistema non è sufficientemente preciso per escludere un numero elevato di persone sulla base della qualità del segnale analizzato.
Quando si verifica questa situazione, sono necessarie molte risorse umane per gestire i risultati oppure gli operatori di polizia possono decidere di non utilizzare lo strumento, perché il numero di informazioni da analizzare diventa troppo elevato e difficile da gestire.
Per quanto riguarda invece la valutazione delle prove, direi che la presenza di un database biometrico molto grande non rappresenta necessariamente un problema. In questo caso, infatti, l’obiettivo è utilizzare i dati per determinare la variabilità di una determinata caratteristica all’interno di una popolazione. Ad esempio, bisogna capire quante persone hanno una certa altezza, quante sono più alte o più basse, e come questa caratteristica si distribuisce nella popolazione.
Più grande è il database, migliore sarà la descrizione della distribuzione di quella caratteristica. Naturalmente questo dipende anche dal tipo di caratteristica analizzata: se non è rara, potrebbe essere sufficiente un database di circa cento persone per ottenere una buona rappresentazione della distribuzione. Se invece la caratteristica è più rara, è preferibile disporre di un database più ampio.
Inoltre, se si vogliono combinare diverse caratteristiche — ad esempio una persona alta, con i capelli rossi, gli occhi verdi e altre caratteristiche specifiche — allora è necessario avere un database ancora più grande per descrivere correttamente queste combinazioni.
In questo contesto, quindi, la dimensione del database non rappresenta un problema per il processo forense. Può invece rappresentare una questione importante dal punto di vista della sicurezza, della protezione dei dati personali e della privacy, ma non costituisce di per sé un problema per la validità del processo forense.

Alcuni studenti e studentesse nel corso di una lezione a Ifoss 2026
Come possiamo valutare correttamente la forza di una prova biometrica e spiegare il suo significato in un contesto giudiziario?
Penso che questa sia una domanda molto ampia e che richiederebbe molto tempo per essere affrontata in modo completo. Questo, infatti, è il tema principale della lezione del corso, quindi si tratta di un argomento molto vasto. Posso però provare a fornire un esempio per spiegare il concetto.
Il concetto della forza dell’evidenza non è semplice da comprendere, ma può essere paragonato al concetto di diagnosi differenziale nel mondo medico. Non si basa su un’opinione, ma sull’utilizzo della migliore informazione possibile a disposizione. Si tratta di un’informazione quantitativa, che permette di valutare in modo più preciso il valore dell’evidenza.
Credo che il modo migliore per spiegarlo sia attraverso un’analogia. Immaginiamo di avere davanti una borsa e di doverne valutare il prezzo. Possiamo discutere e dire che è molto costosa, oppure che è molto economica. Io potrei avere un’opinione diversa dalla tua: per te potrebbe essere un oggetto molto importante e quindi valere molto, mentre per me potrebbe avere poco interesse e quindi un valore inferiore.
Se però andiamo davanti a un giudice e uno dice che la borsa è costosa mentre l’altro dice che è economica, queste due affermazioni, da sole, non forniscono un’informazione realmente utile. Il giudice non può comprendere quale sia la ragione delle nostre valutazioni, perché il concetto di “costoso” o “economico” dipende dalle nostre percezioni personali.
Se invece arriviamo con un’informazione quantitativa e diciamo: “Secondo la mia valutazione questa borsa vale 200 euro, sulla base di questi elementi, di queste caratteristiche e di questi dati”, allora diventa molto più semplice per il giudice comprendere il motivo di quella valutazione e interpretare il significato di quel valore.
Quando si hanno diversi tipi di evidenza, inoltre, è possibile combinare queste informazioni quantitative per arrivare a una valutazione complessiva più solida.
Al contrario, se abbiamo tre esperti che valutano tre aspetti diversi e due di loro dicono che una cosa è economica mentre uno dice che è costosa, non possiamo realmente utilizzare queste opinioni per arrivare a una conclusione, perché mancano criteri comuni e misurabili.
Ed è proprio questo il motivo per cui l’approccio basato sulla forza dell’evidenza rappresenta una soluzione migliore, anche se può risultare più complesso da comprendere. Permette infatti di superare le valutazioni soggettive e di fornire informazioni quantitative che possono essere interpretate in modo più chiaro e rigoroso.

Un momento della 'lectio' di Didier Meuwly
Quali sfide etiche e legali emergono dall’utilizzo di dati biometrici, soprattutto quando vengono analizzate grandi quantità di informazioni su persone e attività?
Direi che oggi una grande quantità di informazioni sulle persone e sulle loro attività viene analizzata perché questi dati vengono continuamente raccolti in diversi luoghi. Non nascono all’interno del contesto forense, ma vengono prodotti nel nostro mondo quotidiano, nel quale il telefono è diventato una vera e propria estensione di ogni essere umano. Questi dispositivi registrano costantemente informazioni sulle nostre attività, sui nostri comportamenti e sulle nostre interazioni.
Credo quindi che la grande sfida etica e legale sia già presente nella vita di tutti i giorni, nel momento in cui ogni attività che svolgiamo viene potenzialmente tracciata e registrata attraverso questi strumenti. L’utilizzo forense di questi dati rappresenta soltanto un loro possibile impiego successivo, ma il problema di fondo è lo stesso che esiste al di fuori dell’ambito forense: tutti questi dati sono disponibili, possono essere raccolti, conservati, modificati, trasferiti e utilizzati, ma spesso non sappiamo realmente dove si trovino, chi possa accedervi e in quale modo vengano gestiti.
Questi rappresentano, a mio avviso, i grandi problemi da affrontare. Esistono poi ulteriori sfide etiche e legali legate al fatto che i dati relativi ad attività criminali potrebbero avere un interesse anche al di fuori del procedimento penale. Potrebbero quindi essere utilizzati o acquisiti da soggetti esterni, che potrebbero svolgere analisi parallele o utilizzare queste informazioni per finalità diverse rispetto a quelle originarie.
Tuttavia, non credo che le sfide etiche e legali nel settore forense siano molto diverse da quelle che affrontiamo al di fuori della scienza forense. Sono preoccupazioni molto importanti e, personalmente, ho grandi timori anche per il fatto che molte persone sembrano non rendersi pienamente conto di questo problema.
Le persone condividono continuamente i propri dati, li inseriscono ovunque e utilizzano servizi digitali senza comprendere che, attraverso queste attività, stanno costruendo una sorta di immagine digitale di sé stessi. Questa immagine può contenere aspetti positivi, ma può anche includere elementi molto negativi o informazioni che potrebbero essere utilizzate in modo non previsto.
Il problema è che spesso non si comprende realmente quanto possa essere rischioso lasciare una quantità così ampia di tracce digitali e quanto queste informazioni possano avere conseguenze nel tempo.