Intervento di Franz Cannizzo, responsabile nazionale Sviluppo Mezzogiorno, su come modernità, infrastrutture e scelte urbane stanno ridefinendo il volto della città e il ruolo dei cittadini nel suo destino
Catania, ancora una volta, è una città in bilico. Cambia, corre, si aggiorna, ma non sempre si riconosce. Le nuove infrastrutture, la spinta tecnologica, i grandi flussi economici la proiettano in avanti, mentre pezzi interi di comunità restano indietro.
La domanda, oggi, è semplice solo in apparenza: che città vuole diventare Catania?
Una modernità che frammenta
Nel giro di pochi decenni, il volto della città è stato ridisegnato. Catania è “tecnicamente moderna”: si lavora online, si viaggia più velocemente, i servizi si concentrano in poli sempre più specializzati.
Ma dietro l’efficienza, la trama sociale si è allentata.
Quartieri isolati, spazi pubblici dimenticati, coste sacrificate o privatizzate: la crescita del Novecento e del nuovo millennio ha lasciato in eredità una città a pezzi, fisicamente e simbolicamente. La vita collettiva si è ritirata: al posto delle strade vissute e dei mercati affollati, una mappa di mondi individuali, paralleli, che si sfiorano senza incontrarsi davvero.
Il rischio è chiaro: che l’identità urbana smetta di essere una risorsa viva e si trasformi in un semplice ricordo, in una nostalgia buona per i racconti, ma poco utile a orientare le scelte.
L’economia della dispersione
Gli urbanisti la chiamano “economia terziaria dispersa”: uffici, servizi, logistica, grandi centri commerciali che sostituiscono botteghe, laboratori, piccole manifatture.
La geografia del quotidiano cambia: si lavora da casa o in spazi decentrati; si consuma in periferia; si abita in quartieri distanti, spesso scollegati.
Quello che un tempo era una “festa urbana” – il centro come teatro della vita sociale, gli incontri casuali, i luoghi riconosciuti da tutti – oggi si sbriciola in percorsi funzionali, guidati più dall’auto e dallo smartphone che dal senso di appartenenza. La città, anziché unire, tende a disperdere.
Il mare, da motore a sfondo
Per capire Catania basta guardare il suo mare. Per secoli risorsa vitale, approdo, lavoro, identità; oggi, sempre più, scenografia.
Le borgate marinare – Ognina, San Giovanni Li Cuti, la Civita – sopravvivono come frammenti di un racconto antico: luoghi fotografati, esibiti, ma meno vissuti nella loro dimensione quotidiana. Il mare resta nel cuore dei catanesi e nell’immaginario collettivo, ma perde centralità nelle scelte economiche e urbanistiche. È orizzonte estetico, più che struttura portante della città.

Catania, piazza Duomo
Le scelte che cambiano il destino
Una città non cambia mai “da sola”. Ogni decisione infrastrutturale – una ferrovia interrata o in superficie, un lungomare aperto o chiuso, un viale pensato per le auto o per le persone – riscrive il modo in cui i cittadini vivono lo spazio e se stessi.
Il destino di Catania, allora, non è una variabile tecnica, ma una questione di responsabilità collettiva: come distribuire gli spazi tra consumo, lavoro, cultura, socialità; come bilanciare velocità e vivibilità; come restituire alla città un disegno coerente, riconoscibile, in cui i cittadini si possano ritrovare.
L’anima di una città
Che cos’è, davvero, che rende viva una città? Non solo il Pil, non solo le connessioni veloci, non solo i cantieri aperti. A tenere in vita Catania sarà la capacità di tenere insieme memoria e innovazione: non un rifiuto del nuovo, ma un lavoro paziente di ricomposizione di ciò che la modernità ha spezzato – spazi, tempi, relazioni.
In questo quadro, l’Università di Catania può e deve giocare un ruolo decisivo. Non solo come luogo di formazione, ma come laboratorio civico: osservatorio sulle disuguaglianze urbane, motore di progetti di rigenerazione, ponte tra ricerca, amministrazioni, imprese e comunità.
Attraverso studi, piani, sperimentazioni sul campo, l’ateneo può aiutare la città a leggere le proprie trasformazioni e a immaginare politiche che riducano la frammentazione, rimettano al centro gli spazi pubblici, valorizzino la costa come risorsa sociale oltre che economica.
Catania, come ogni città viva, non ha un copione già scritto. Ogni infrastruttura, ogni piano urbano, ogni scelta sul mare, sui quartieri, sui servizi è un atto di volontà. O di memoria. Sta alla comunità – istituzioni, università, forze sociali, cittadini – decidere se accontentarsi di una modernità che divide o costruire una città che, finalmente, si riconosce allo specchio.