A Catania il futuro dell'informazione corre sul filo dell'antropologia e della tecnologia

Tra l’intelligenza artificiale e le radici profonde dell’umanità: come la professione giornalistica si prepara a navigare tra crisi globali e nuove sfide digitali. Il focus del workshop "Il giornalismo che verrà"

Matteo Leone

Le lancette dell'orologio non segnano solo il tempo, ma la velocità con cui l'informazione sta mutando pelle. È con questo spirito che Catania ha ospitato l’importante workshop Il giornalismo che verrà, un momento di confronto necessario per decifrare un ecosistema, quello dei media, che si trova al centro di un triplice terremoto: l'avvento dell'intelligenza artificiale, la persistenza storica della disinformazione e la fragilità di frontiere geografiche sempre più in fiamme. 

A guidare il percorso è stata anche una lente d'ingrandimento antropologica, per comprendere l'essere umano al centro del racconto.

Ad arricchire la riflessione sul futuro dei media è intervenuta Erika Mattio, giornalista e antropologa dell'Università Ca’ Foscari di Venezia. Durante il laboratorio Come un approccio antropologico serve al giornalismo, Mattio ha spiegato come l'antropologia non sia solo una disciplina accademica, ma uno strumento fondamentale per comprendere i contesti sociali.

In particolar modo si è soffermato su tre aspetti: oltre la superficie (osservare la realtà con gli occhi dell'antropologo significa andare oltre la notizia immediata); empatia culturale (cogliere le sfumature culturali per raccontare le comunità in modo empatico e non giudicante); il contesto prima di tutto (comprendere le dinamiche umane per decifrare i fenomeni sociali prima di analizzarne i dati).

Studenti e studentesse presenti al workshop

Studenti e studentesse presenti al workshop

La giornata è proseguita con l’intervento di Madhav Chinnappa, figura di spicco del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford e già direttore del News ecosystem development di Google. 

Chinnappa ha guidato la platea in una riflessione fondamentale: l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento tecnico, ma un vero e proprio ecosistema che sta ridisegnando le architetture del giornalismo. 

«Ci stiamo velocemente spostando dall’era del traffico a quella dell’IA generativa - ha sottolineato l'esperto -. La sfida non risiede solo nella capacità di utilizzare nuovi tool, ma nel preservare il valore del giornalismo umano in una realtà aumentata dagli algoritmi.

«L'IA può fare molto per l'editoria, ma dobbiamo imparare a gestire due pubblici distinti: umani e bot – ha aggiunto -. Questo cambiamento tecnologico impone di operare in modo diverso per costruire un ecosistema informativo sostenibile. La tecnologia ci sta insegnando che dobbiamo cambiare qualcosa, che dobbiamo rivedere il nostro modo di pensare e di sperimentare. Bisogna operare sulla base di tre principi basilari: cooperazione tra tutti gli attori dell’ecosistema dell’informazione a beneficio di tutti; restituzione del valore ai contenuti in funzione del pubblico a cui sono diretti; ottimizzazione dei processi decisionali in ottica del medio-lungo periodo: solo così sarà possibile garantirsi un margine di sostenibilità». 

Studenti e studentesse presenti al workshop

Studenti e studentesse presenti al workshop

Se il futuro è algoritmico, il passato ci insegna che il "rumore" di fondo è antico quanto la parola stessa. Giovanni Zagni, direttore di Pagella Politica e Facta News, ha offerto un excursus lucido e spietato su quanto le fake news non siano un’invenzione del web, ma un elemento strutturale della società.

Zagni - prendendo spunto dal suo recente volume Storie false. Dai faraoni alle bufale online - ha esplorato il potere insidioso della menzogna, capace di plasmare l’opinione pubblica e, nei casi più gravi, di alterare il corso della storia, ricordandoci che la battaglia per la verità richiede vigilanza costante, non solo nuove tecnologie.

«Il termine fake news è entrato nel linguaggio comune da appena una decina d’anni, eppure la riflessione degli intellettuali su questo tema esiste da ben prima – ha spiegato -. Foucault, per dirne uno, già negli anni ‘70 sosteneva che la verità non esiste, ma è ciò che il potere sostiene sia tale per potersene servire. Andando indietro nella storia, poi, di eventi in cui l’informazione è stata distorta se ne ritrovano parecchi». 

Uno su tutti, la celebre Donazione di Costantino: «Con quel presunto documento, l’imperatore avrebbe consegnato a Papa Silvestro il dominio sull’impero d’Occidente dopo essere stato da questi guarito. I papi se ne sono serviti per secoli per legittimare il loro potere temporale, ma già nel Medioevo qualcuno aveva avanzato dei dubbi sull’autenticità di quel documento, anche se l’intervento più celebre a tal proposito fu quello dell’umanista Lorenzo Valla, con un testo irriverente che dimostra come, spesso, la differenza nella risonanza di una notizia dipenda da come questa sia scritta». 

Poi la svolta con Martin Lutero: «Fu quando il monaco tedesco affrontò la questione che la sua diffusione fu massima. Quel documento, redatto tra l’VIII e il IX secolo, venne inserito tra i documenti ufficiali della chiesa secondo una prassi che, all’epoca, era normale: falsificare un atto a seconda della convenienza. Nell’immaginario, quella della presunta donazione di Costantino rimane una storia eccezionale, ma in realtà lo è meno di quanto sembri e rivela molto anche delle dinamiche con cui il mondo dell’informazione si confronta oggi».

In foto Giovanni Zagni durante la sua presentazione

In foto Giovanni Zagni durante la sua presentazione

Il workshop si è chiuso con uno sguardo rivolto ai conflitti che segnano il nostro tempo. Attraverso un focus sugli scenari internazionali, il dibattito si è concentrato sul Mediterraneo e sulle aree di crisi. A dare concretezza ai temi trattati è intervenuto il giornalista Davide Maria De Luca, giornalista freelance che da ormai tre anni a questa parte risiede stabilmente a Kiev per raccontare il conflitto che insanguina il cuore dell’Europa.

Il suo intervento, dedicato alla "frontiera fratturata", ha offerto ai presenti una testimonianza diretta e brutale di come il giornalismo di crisi rappresenti oggi l'ultimo baluardo per comprendere un mondo che sembra essersi sgretolato in una serie di confini invalicabili e zone di guerra.

«Il contesto in cui i reporter oggi si muovono sembrerebbe suggerire che la nostra presenza sul campo è sempre meno necessaria: le foto si reperiscono facilmente in rete, i cittadini riprendono gli eventi che accadono e li postano online, il flusso di notizie è continuo e non sempre arriva dai giornalisti. Ma ciò che facciamo, in realtà, è ancora fondamentale: per dare una lettura diversa ai fatti, per capire il Paese e il contesto in cui avvengono, per fare un passo in più rispetto alla cronaca». E per ristabilire un principio di verità altrimenti sfumato: «Se non ci fossimo noi, tutto sarebbe lasciato alle fonti ufficiali, che non per forza sono negative, ma hanno ovviamente i loro interessi. In quest’epoca è un valore aggiunto ancora importante».

"Il giornalismo che verrà" è promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo in collaborazione con l’Università di Catania. L’iniziativa è gratuita grazie al supporto finanziario dato dalla Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR, M4C1, CUP: E62B24000380001) e al supporto di Unipol.

Back to top