Confucianesimo, capitalismo ed ecologia: capire la Cina contemporanea

Dalla crisi del modello occidentale alla visione strategica cinese: il sinologo Selusi Ambrogio (Università di Macerata) analizza filosofia, politica ed ecologia nella Cina contemporanea

Chiara Racalbuto

Per decenni il modello americano ha fatto da bussola all'Occidente: ha plasmato cultura, società, economia, politica. Il sogno americano non era solo una promessa per chi viveva oltreoceano — era una grammatica condivisa, garanzia di un sistema democratico che pareva solido ed eterno.

Oggi, quella bussola non dà più sicurezze. La polarizzazione politica, la crisi delle istituzioni, le disuguaglianze che il modello non riesce più a contenere stanno sfocando un'immagine che sembrava nitida.

Lo sguardo si sposta allora — quasi per contrasto — verso un Paese che l’Occidente ha spesso osservato da lontano: la Cina. Una civiltà millenaria, percepita come distante non solo sul piano geografico, ma anche culturale e politico. 

Eppure, mentre il modello occidentale mostra le proprie fragilità, la Cina emerge come una potenza capace di muoversi con continuità strategica, pianificazione di lungo periodo e una visione dello sviluppo che merita di essere analizzata senza automatismi ideologici né semplificazioni.

È la tesi che il filosofo e sinologo Selusi Ambrogio, docente all’Università di Macerata, tra i massimi studiosi di storia del pensiero cinese in Italia, ha sostenuto nei due incontri dedicati alla Cina contemporanea e al pensiero filosofico cinese, organizzati dal Dipartimento di Scienze umanistiche e dalla Struttura Didattica Speciale di Ragusa.

Il primo appuntamento, dal titolo Confucianesimo, Marxismo e Capitalismo. Convergenze post-ideologiche nella Cina contemporanea, si è svolto martedì 5 maggio al Coro di Notte del Monastero dei Benedettini, con la partecipazione dei docenti Lavinia Benedetti, Marco Meccarelli e Salvatore Tinè.

Il secondo incontro, dal titolo Abitare il mondo: ecologia e pensiero cinese, si è tenuto mercoledì 6 nell’Ex Convento Santa Teresa a Ragusa Ibla. Hanno partecipato i professori Santo Burgio, Salvo Torre, Lavinia Benedetti e Marco Meccarelli.

Nella video intervista, realizzata in occasione della prima conferenza ai Benedettini, il prof. Selusi Ambrogio spiega che per capire la Cina contemporanea bisogna prima liberarsi di alcune categorie che l'Occidente usa come scorciatoie, ma che rischiano di oscurare più che illuminare.

Una di queste è la parola totalitarismo, evocata puntualmente in gran parte del dibattito sulla Repubblica Popolare Cinese. Ambrogio invita a distinguere: tra un paese non democratico e uno stato totalitario esisterebbe una differenza sostanziale. Il Partito Comunista Cinese organizza infatti processi elettivi interni che coinvolgono centinaia di milioni di persone e fonderebbe parte della propria legittimazione sul mantenimento del consenso sociale e della stabilità economica.

Una lettura che non cancella le criticità del sistema — dal controllo dell’informazione alla repressione del dissenso, fino alle questioni aperte su Hong Kong, Taiwan e sul trattamento della minoranza uigura — ma che invita a superare rappresentazioni semplicistiche o puramente ideologiche.

Sul piano ambientale, Ambrogio segnala un dato che sovverte l'immagine più diffusa: dopo decenni in cui la Cina è stata giustamente additata come uno dei paesi più inquinanti del pianeta, oggi è il principale investitore mondiale nell’economia verde

Una svolta che, secondo il sinologo, affonda le radici nella tradizione filosofica cinese, storicamente orientata a una visione relazionale dell'essere umano — in connessione con gli altri e con la natura, non in opposizione ad essa.

Resta aperta la domanda centrale: il modello cinese è una semplice variante del sogno americano declinata in chiave orientale, o qualcosa di strutturalmente diverso? Ambrogio propende per la seconda ipotesi: una configurazione originale, capace di tenere insieme posizioni apparentemente contraddittorie, che ragiona su orizzonti temporali — piani cinquennali e cinquantennali — che la politica occidentale fatica anche solo a immaginare. 

Riflessioni che non implicano la scelta della Cina come nuova bussola di un Occidente in crisi, ma la necessità di alzare lo sguardo verso orizzonti politici e culturali diversi, ormai sempre più centrali negli equilibri globali e con cui, inevitabilmente, il mondo intero dovrà confrontarsi.

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