Meritocrazia, sacrificio e visione globale nel percorso del laureato di Unict tra l’università statunitense, Wall Street e il ponte professionale Italia-Usa
Dalla periferia di Catania alle aule della Harvard Law School, dai primi sacrifici economici affrontati in solitudine fino ai vertici della professione legale internazionale.
In questa intervista il percorso umano e professionale fuori dal comune di Salvo Arena, laureato in Giurisprudenza all’Università di Catania, che ripercorre le tappe fondamentali della sua “vita americana”, nata come sogno coltivato tra libri e immaginazione e diventata realtà grazie allo studio, alla resilienza e a una incrollabile fiducia nella meritocrazia.
Nel dialogo emergono le difficoltà dell’impatto con l’ignoto, il confronto con un sistema profondamente diverso da quello italiano, il valore formativo dell’esperienza a Harvard e la costruzione di una carriera a New York nel cuore dell’M&A e del private equity. Accanto ai grandi traguardi – dai primati accademici alla presidenza della Harvard Law School Association Worldwide, fino ai riconoscimenti più prestigiosi – trovano spazio i sacrifici personali, le perdite, i debiti affrontati per studiare, e il ruolo determinante degli incontri umani e professionali.
È anche il racconto di un “ponte” tra Italia e Stati Uniti: nelle operazioni strategiche seguite, nello sviluppo della sede newyorkese di uno studio italiano di eccellenza, e in una visione lucida sulle opportunità future dei rapporti economici transatlantici. Un’intervista che parla di ambizione e disciplina, ma soprattutto di identità, appartenenza e coraggio: la storia di chi ha scelto New York come casa senza mai dimenticare da dove è partito.
Come nasce il suo percorso americano dopo la laurea in Giurisprudenza a Catania?
Per comprendere come nasce la mia vita americana bisogna fare un passo indietro. Sono cresciuto a San Berillo, un quartiere difficile di Catania, ai margini della città, dove nessuno immaginava un futuro oltre la scuola media e oltre i confini del rione. Era un contesto in cui ogni giorno era una lotta per la sopravvivenza. Di quegli anni conservo ricordi indelebili, ma anche valori forti: lealtà, rispetto, amicizia, che ancora oggi mi accompagnano.
Provengo da una famiglia in cui l’istruzione era considerata importante, ma nessuno aveva avuto la possibilità concreta di studiare. I miei genitori non frequentarono neppure le scuole elementari, le mie sorelle si fermarono alla licenza media. In questo contesto nasce il mio “sogno americano”, alimentato da libri, film e racconti indiretti, con la consapevolezza che l’unica via di uscita dal quartiere fosse la formazione universitaria.
Durante la facoltà di Giurisprudenza partecipo al primo ciclo del programma Erasmus alla Katholieke Universiteit Leuven, esperienza che rafforza in me l’idea di proseguire gli studi all’estero, possibilmente negli Stati Uniti. Dopo la laurea con 110 e lode, inizio la pratica nello studio del professor Vincenzo Di Cataldo, ma mi rendo presto conto che, nonostante l’impegno, il divario sociale e relazionale con altri giovani laureati sarebbe stato difficile da colmare.
Nel frattempo cresceva il desiderio di confrontarmi con un ambiente profondamente diverso, più meritocratico, culturalmente e intellettualmente stimolante. Le difficoltà erano enormi: parlavo poco inglese, non avevo risparmi, né compensi professionali, le informazioni sui master arrivavano per posta e non via internet. Ero assistente di Diritto commerciale, praticante in uno dei migliori studi di Catania, perché avrei dovuto affrontare l’ignoto? Inoltre, in quegli anni la malattia di mio fratello minore si aggravò fino a impedirgli di camminare, evento che segnò profondamente la mia vita.
La sua scomparsa, unita alla consapevolezza che Catania non avrebbe potuto offrirmi le opportunità che cercavo, rese definitiva la mia scelta. Inizio a studiare inglese da autodidatta, mi preparo al TOEFL frequentando il laboratorio di Scienze politiche e, grazie a un piccolo prestito della mamma della mia fidanzata, invio le application a Harvard, Columbia, Berkeley e Cambridge. Solo successivamente compresi quanto il dottorato, l’MBA all’Imperial College e le pubblicazioni accademiche avessero inciso positivamente. Non avevo reference letters particolarmente significative, ma solo due lettere dei docenti Pavone La Rosa e Di Cataldo. Nei mesi seguenti arrivarono tutte le lettere di ammissione.
Villa Cerami, sede del Dipartimento di Giurisprudenza
Quali sono state le principali difficoltà all’arrivo ad Harvard e come le ha affrontate?
Nell’estate del 1999 sono arrivato ad Harvard Law School, primo laureato siciliano ammesso, alloggiando nella stanza più piccola del dormitorio più economico. Ricordo ancora l’ultimo tratto di Mass Avenue: ero incredulo che stesse accadendo davvero.
L’impatto iniziale è stato complesso. Il mio inglese era buono, ma non ancora sufficiente per sentirmi completamente a mio agio. Il metodo di studio era radicalmente diverso: il metodo socratico prevedeva chiamate a sorpresa in aula e la discussione di casi che richiedevano la lettura di centinaia di pagine per ogni lezione. Occorreva essere sempre preparati.
In classe tutti utilizzavano il laptop; io non avevo mai usato un computer. Il livello degli studenti era altissimo, sotto il profilo intellettuale, sociale ed economico. Già dopo pochi mesi iniziavano i colloqui con i grandi studi di New York e la job fair di gennaio concentrava decine di interviste in una sola giornata.
In quei momenti difficili mi aiutò ricordare da dove venivo e il percorso compiuto per arrivare fin lì. La mia formazione accademica, approfondita con la tesi di dottorato di ricerca (“Le tecniche di difesa nelle scalate ostili”) per la quale avevo studiato diversi contributi dottrinali di tre professori della Harvard Law School (John Coates, Lucian Bebchuk and Reinier Kraakman) mi aiutarono moltissimo a recuperare i gap che evidenziavo prima.
In che modo l’esperienza americana ha influenzato il Suo approccio professionale e personale?
Vivo a New York da 23 anni e ritengo di conoscere a fondo la cultura di questa città e degli Stati Uniti. È una società molto più complessa di quanto appaia a prima vista, ricca di contraddizioni e conflitti ideologici, sociali e culturali, in continua trasformazione e che meriterebbe una riflessione a sé stante.
Ho sempre pensato, e continuo a pensare, che uno dei pilastri della società americana sia la meritocrazia, pur con inevitabili eccezioni e correttivi. Essa è il risultato di diverse componenti che caratterizzano il tessuto socio-economico e culturale del Paese. L’essere una nazione giovane, che ha fatto dell’impegno e del lavoro — e quindi del successo e del denaro — uno dei suoi principali collanti, ha contribuito in modo decisivo. La spinta dal basso verso il cambiamento, il miglioramento e il raggiungimento di risultati significativi ha portato a premiare i più capaci, anche perché funzionali al successo collettivo, nella convinzione che i risultati migliori nascano dal contributo del team.
Nel corso degli anni ho vissuto esperienze personali che hanno rafforzato questa convinzione. Nel 2001, allo scoppio della bolla internet, lavoravo in Shearman, che — come molti altri studi legali a New York — licenziò numerosi avvocati. Io non fui tra questi, non per rapporti personali o di parentela con i soci, ma semplicemente perché le mie performance erano superiori a quelle di altri colleghi e perché lo studio stava pianificando l’apertura della sede di Roma, per la quale risultavo funzionale.
La mia nomina a Presidente della Harvard Law School Association avvenne per ragioni analoghe: per anni mi ero dedicato all’associazione in modo particolarmente intenso. La Nominating Committee avrebbe potuto scegliere un americano tra i molti membri dell’Executive Committee, ma la decisione di nominare me fu motivata — come mi venne spiegato in seguito — dal contributo concreto che avevo dato alla crescita e alla trasformazione dell’associazione, nonché dalle idee innovative proposte all’Executive Committee e al Dean.
Al di là delle mie esperienze personali, gli esempi di meritocrazia sono numerosi: dalla straordinaria storia di successo di Rocco Commisso, fondatore di Mediacom e presidente della Fiorentina, a Luca Parmitano, a Ken Langone, per restare nel mondo degli italiani e italo-americani, e molti altri.
Dopo 23 anni a New York, e alla luce del mio percorso personale e professionale, la meritocrazia è diventata parte integrante del mio modus vivendi e modus operandi, riflettendosi in molti aspetti della mia vita. La selezione dei collaboratori e la nomina dei futuri soci sono sempre basate sul merito. In questo senso, ho il privilegio di essere socio di Chiomenti, l’unico studio italiano realmente istituzionalizzato, dove la meritocrazia rappresenta un pilastro autentico dello Studio — e io stesso ne sono un esempio.

In foto Salvo Arena
Come è riuscito a sostenere economicamente gli studi a Harvard?
Quando ho ricevuto la lettera di ammissione ad Harvard, dopo l’incredulità e la felicità iniziale, mi sono subito chiesto come avrei fatto a coprire i quasi 100 milioni di lire tra tuition e costi di mantenimento. Non avevo risparmi e non percepivo alcun compenso per la mia professione. Con soli tre mesi a disposizione, mi resi conto che non ce l’avrei fatta. Chiamai allora l’admission office di Harvard da una cabina telefonica pubblica e chiesi un deferral del mio LLM, che fortunatamente mi venne concesso.
Da quel momento iniziarono mesi difficili, in cui l’unico obiettivo era trovare le risorse necessarie. Iniziai a parlarne con chiunque potesse aiutarmi. La provincia di Catania mi chiese di recarmi al National Archives di Washington per selezionare un centinaio di foto sullo sbarco alleato in Sicilia da esporre in un museo. La Facoltà di Giurisprudenza di Catania bandì un assegno di ricerca riservato a laureati con 110 e lode, dottorato di ricerca e ammissione a un’Università americana per un LLM, a cui partecipai. Lessi anche del programma “Conto Master” della Comit (allora Banca Intesa), che offriva prestiti fino a 50 milioni di lire senza garanzie: fui tra i primi a richiederlo e ottenerlo. Infine, ottenni un prestito dal Fondo Studenti Italiani e, a coprire la parte mancante, alcuni genitori di amici a Catania mi diedero il loro sostegno.
Le difficoltà che ho sintetizzato rappresentano una tappa fondamentale del mio percorso personale e professionale. Come sempre, le sfide aiutano a forgiare il carattere e a prepararti per future prove. Pur avendo desiderato un percorso più lineare, sono felice di poter raccontare questa storia, che può ispirare giovani meritevoli ma con risorse limitate. Un giorno mi piacerebbe istituire borse di studio personali proprio per sostenere chi, come me allora, desidera perseguire i propri obiettivi professionali senza avere mezzi finanziari adeguati.
Cosa l’ha convinta a stabilirsi a New York dopo Harvard?
La scelta di trasferirmi a New York non era programmata. Durante l’LLM ad Harvard, partecipando alla Job Fair, ricevetti un’offerta da Shearman & Sterling per il dipartimento di M&A a New York. Nel 2000 l’offerta era di 125 mila dollari più bonus, mentre io avevo circa 35.000 dollari di debito. Accettai e, a ottobre, cinque giorni dopo essermi sposato, arrivai a New York. Per motivi di budget, scelsi di vivere a Hoboken, nel New Jersey.
Così iniziò la mia carriera in M&A presso Shearman & Sterling, allora uno dei top 5 studi legali negli Stati Uniti. I primi anni furono impegnativi, ma fondamentali per costruire le basi della mia carriera. Ricordo di aver passato 62 ore consecutive in ufficio senza dormire, senza fare la doccia, per completare un due diligence memorandum.
Quegli anni furono intensi e indimenticabili, sia professionalmente che personalmente. Mi permisero di capire che, nonostante le sfide, New York era la città dove volevo vivere e che l’M&A sarebbe stata la mia specializzazione. Imparai le basi del mestiere di avvocato di M&A: la metodologia di lavoro, l’organizzazione interna, l’approccio maniacale alla qualità del prodotto e la gestione delle operazioni in un grande studio americano.
Che significato ha avuto la presidenza della Harvard Law School Association?
Uno dei giorni più importanti della mia vita è stato il 4 aprile del 2025, quando ho ricevuto l’Harvard Law School Award, conferito dal Dean a un alum che si è distinto per carriera legale straordinaria, integrità morale e leadership. La cerimonia si è svolta davanti a oltre mille alumni, inclusi i miei classmates, che mi hanno dedicato una standing ovation particolarmente emozionante. Negli ultimi 40 anni, l’Harvard Law School Award è stato conferito solo a 62 persone, tra cui il presidente Barack Obama, Robert Zoellick (Presidente della Banca Mondiale), i giudici della Corte Suprema Brown Jackson e Breyer, Ken Frazier (ex CEO di Merck), Deval Patrick, Elizabeth Warren e Kenneth Chenault. Leggere il mio nome accanto a figure così straordinarie è stato per me un onore e una soddisfazione ineguagliabile, superiore a qualsiasi riconoscimento economico.
Nel 2019 avevo ricevuto anche l’Harvard Alumni Association Award (“HAA Award”), assegnato ogni anno a 6 alumni su 400 mila. Mi era stato conferito per il lavoro svolto nei miei 9 anni di servizio nel board della Harvard Alumni Association, che rappresenta tutti gli alumni dell’Università, dal college alle 11 facoltà. Nella storia di Harvard, solo due persone — tra cui me — hanno ricevuto entrambi gli Award.
Ho ricoperto praticamente tutte le cariche esistenti nell’ambito della HLSA. Sono stato Presidente della Harvard Law School Association Worldwide dal 2014 al 2016, periodo durante il quale ho radicalmente trasformato l’associazione: ho lanciato nuovi shared interest groups, rivitalizzato 30 club in America e all’estero, aumentato del 45% l’engagement degli alumni e ingaggiato una società di marketing e PR per consolidare il brand HLSA.
Ho inoltre ricoperto il ruolo di Presidente della HLSA of Europe, sono da nove anni Presidente della HLSA di New York, Chair della Harvard Law School Association Private Equity SIG e Governor della HLSA of Europe. Negli anni, il mio contributo all’associazione è stato incessante e straordinario.
Oggi mi sento a casa ad Harvard: vado a Cambridge 2-3 volte all’anno per le riunioni e ho organizzato centinaia di eventi in tutto il mondo. Tra questi, nel 2018 la reunion europea a Roma con 320 partecipanti, incluso il Dean, per quattro giorni memorabili che hanno incluso una visita privata al Colosseo, incontri con il Presidente Mattarella e la Presidente del Senato Elisabetta Casellati.
Ho organizzato eventi in Israele, Corea del Sud, Libano e Sud Africa. A New York, grazie al supporto del mio Board, organizzo 15-18 eventi all’anno, tra cui il Private Equity Forum con 14 speaker e 200 partecipanti, e la Harvard Law School Leadership Dinner, durante la quale conferisco i Leadership Awards della HLSA di New York. Quest’anno i premi sono andati a Rob Manfred (Commissioner della MLB), Faiza Saeed (Presiding Partner di Cravath) e Steven Klinsky (Founder e CEO di New Mountain Capital); l’anno scorso a John Finley (Senior Managing Director e Chief Legal Officer di Blackstone), Loretta Lynch (Former Attorney General) e Doug Braunstein (Vice Chairman di Wells Fargo).

La sede di Harvard University (foto: Magazine Harvard University)
Tra le molte operazioni seguite, quale l’ha particolarmente stimolata e perché?
Nel corso della mia carriera ho assistito clienti di primo piano in operazioni estremamente complesse – dal fondo BDT nell’operazione IMA, a Rhône Capital nell’ingresso in Illy, a Teradyne in Technoprobe, fino a VSP Vision nell’acquisizione di Marcolin. Tuttavia, vorrei soffermarmi su due operazioni per ragioni diverse.
L’assistenza a Prudential nella joint venture con UBI Banca fu particolarmente complessa, soprattutto per gli accordi parasociali e le dinamiche di governance. Quell’operazione ebbe anche un valore personale importante, perché contribuì in modo determinante alla mia successiva nomina a socio dello Studio Chiomenti.
La seconda è stata l’acquisizione della Fiorentina da parte di Rocco Commisso. L’operazione si concluse in soli 17 giorni dalla firma dell’NDA, un tempo record. Fu estremamente complessa sotto il profilo legale, gestionale e umano, anche per le forti differenze tra le parti coinvolte e per il mio ingresso in un settore per me nuovo, quello del calcio. È stata un’operazione ad altissima visibilità che mi ha permesso di costruire e consolidare la mia reputazione nel mondo dello sport.
Da allora ho seguito numerose acquisizioni di club calcistici e assisto diverse società anche nei progetti di costruzione e ristrutturazione degli stadi. Negli ultimi anni lo Studio ha investito molto nello sviluppo di una practice Sport integrata, che oggi copre l’intero spettro dell’assistenza legale ed è tra le più strutturate in Italia.
Come ha trovato un equilibrio tra vita professionale e personale a New York?
Vivere a New York per 23 anni è estremamente sfidante. È una città che cambia continuamente, ma che mantiene intatto il suo DNA: un’energia inesauribile che ti consuma e allo stesso tempo ti ricarica.
Ogni volta che viaggio e resto lontano da New York per più di una settimana, nel momento in cui atterro a JFK penso sempre: “welcome home”. New York è casa, e non riesco a immaginare la mia vita in un’altra città.
Mi sono sentito a casa fin dal primo giorno. Questa città mi ha permesso di esprimere pienamente molti tratti della mia personalità e di costruire passaggi fondamentali della mia carriera. È un mosaico di culture, un luogo dove puoi creare il tuo spazio, confrontarti con chiunque e reinventarti continuamente.
Come vede l’evoluzione dei rapporti economici e legali tra Italia e Stati Uniti?
Nonostante il contesto geopolitico complesso, i rapporti economici e legali tra Italia e Stati Uniti appaiono solidi e in rafforzamento. Nel mio ambito professionale è evidente la crescita degli investimenti dei fondi di private equity americani in Italia, favorita dalla stabilità politica, dai buoni rapporti bilaterali e dalla qualità del nostro tessuto imprenditoriale.
Accanto ai fondi, anche grandi gruppi strategici investono in Italia, così come gli americani continuano ad acquistare asset nel real estate e nel calcio. Parallelamente, negli ultimi due anni si registra un aumento significativo di aziende italiane che guardano al mercato americano, aprendo stabilimenti o acquisendo società negli Stati Uniti.
I settori con maggiori prospettive di crescita sono il manifatturiero, il real estate, l’hospitality, il tech e soprattutto le infrastrutture, l’energia e i data center, ambito in cui gli investimenti sono cresciuti in modo esponenziale.

In foto Salvo Arena
Ci sono incontri che hanno inciso in modo particolare sul suo percorso?
Nel corso della mia vita a New York ho avuto il privilegio di incontrare figure di straordinario spessore umano e professionale. Ricordo, tra gli altri, Elena Kagan, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Loretta Lynch, prima donna afroamericana Attorney General, Rocco Commisso, la Dean della Harvard Law School Martha Minow, e l’Ambasciatrice Mariangela Zappia.
Un incontro per me molto significativo fu quello con il giudice Eugene Nardelli, che volle presiedere la mia cerimonia di giuramento al Bar di New York. Mi disse che per avere successo nella vita servono cervello, cuore e soprattutto stomaco, per saper digerire i bocconi amari. È un insegnamento che porto sempre con me.
Fondamentali sono stati anche i rapporti con colleghi e soci del mio Studio: non solo collaborazione professionale, ma amicizia autentica, basata su rispetto e stima reciproca. Un valore che oggi è sempre più raro, soprattutto a New York.
Ha mai dovuto superare forti differenze culturali tra Italia e Stati Uniti?
Le differenze culturali, e soprattutto quelle nel modo di operare in ambito professionale, sono state una costante nel mio percorso e lo sono tuttora. Si manifestano sia a livello di clienti e investitori, sia tra i professionisti coinvolti nelle operazioni.
L’approccio americano è tradizionalmente molto pragmatico, diretto e orientato al risultato. Gli interlocutori statunitensi si aspettano risposte rapide, posizioni chiare e un’impostazione fortemente commerciale. L’approccio italiano, invece, è spesso più articolato, relazionale e attento al contesto.
In molte operazioni il mio ruolo è stato – ed è – quello di colmare questo divario, costruendo veri e propri “ponti” di comunicazione. Si tratta di tradurre non solo le parole, ma anche le aspettative, i tempi e le priorità delle parti, evitando che incomprensioni culturali possano rallentare o addirittura compromettere il buon esito delle operazioni. In questo senso, creatività e resilienza diventano strumenti indispensabili per rendere il dialogo efficace e produttivo.
Qual è il segreto della sua posizione unica come avvocato italiano a New York?
Sono entrato in Chiomenti New York nel gennaio 2006 come associate. L’avvio non fu semplice: avevamo poco avviamento, non conoscevo ancora lo Studio dall’interno e l’alleanza esclusiva con Skadden limitava le possibilità di ricevere incarichi da altri grandi studi americani. Il mio mandato era chiaro: sviluppare la sede, costruire relazioni, originare clienti e referral.
Il “segreto”, se così si può definire, è una combinazione di fattori. Innanzitutto, la fiducia e il supporto costante del mio Studio, che sin dall’inizio ha avuto la visione di considerare New York una vera sede operativa, perfettamente integrata con Milano, Roma e Londra. Non una presenza simbolica, ma una struttura viva, in cui si lavora quotidianamente sulle operazioni.
In secondo luogo, la mia scelta personale di fare di New York la mia città e il mio progetto professionale di lungo periodo. Essere responsabile di una sede estera, soprattutto in un mercato complesso e competitivo come New York, richiede una forte componente personale, capacità relazionali e commerciali, unite a una solida credibilità professionale. Ho sempre voluto essere percepito come un avvocato a pieno titolo, non come un semplice “rappresentante”: il cliente deve sapere di potersi confrontare con un professionista che segue direttamente le operazioni in ogni fase.
La mia vita personale e professionale sono sempre state profondamente intrecciate. Ho sempre amato questo lavoro e continuo ad affrontarlo con la stessa dedizione e “sana ossessione” degli inizi. I ruoli ricoperti ad Harvard hanno certamente rafforzato la mia reputazione e credibilità nel contesto newyorkese, ma ciò che ha fatto davvero la differenza è stata la continuità, la presenza stabile e una full practice legale.
Un esempio emblematico è stato il ventesimo anniversario della sede di New York, celebrato nel 2023 con oltre 600 partecipanti, un record per uno studio straniero. La presenza dell’allora Ambasciatrice italiana negli Stati Uniti, Mariangela Zappia, che intervenne con uno speech molto toccante, ha rappresentato un riconoscimento istituzionale e umano di un percorso costruito nel tempo con visione, coerenza e impegno costante.