A trent’anni dalla legge 109/96, istituzioni, magistratura, università e Terzo Settore si confrontano a Unict sul riutilizzo pubblico dei beni sottratti alle mafie: «Non semplici immobili, ma strumenti di libertà, inclusione e rigenerazione sociale»
Da simboli del potere mafioso a luoghi di partecipazione, cultura e diritti: è questa la sfida lanciata dal seminario Dall’agire criminale all’agire sociale: il valore pubblico dei beni sequestrati o confiscati a trent’anni dalla legge 109/96 che si è tenuto nei giorni scorsi nell’aula magna del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania.
A trent’anni dalla legge 109/96, che ha segnato una svolta storica nel riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati, il confronto tra accademici, magistrati, istituzioni e Terzo settore ha acceso i riflettori non solo sui risultati raggiunti, ma anche sulle criticità ancora aperte. Al centro del dibattito, una convinzione condivisa: i beni sottratti alle mafie non rappresentano soltanto patrimoni recuperati alla legalità, ma possono diventare veri laboratori di democrazia, inclusione e riscatto collettivo.
L’incontro, promosso nell’ambito delle Ulteriori Abilità Formative per gli studenti del corso di laurea magistrale in Politiche e Servizi sociali, ha offerto un’importante occasione di riflessione a trent’anni dall'approvazione della storica norma sul riutilizzo pubblico e sociale dei patrimoni sottratti alle mafie, coinvolgendo accademici, rappresentanti delle istituzioni locali e referenti del Terzo settore.
A introdurre e a coordinare il seminario è stato Carlo Colloca, docente del Dipartimento e curatore dell’evento, che ha evidenziato come l’iniziativa si inserisca nelle attività dell’Osservatorio Metropolitano per la prevenzione e il contrasto delle povertà educative. « L’alleanza fra Istituzioni e Terzo Settore ci aiuta a comprendere quanto i beni confiscati e assegnati possano diventare un’occasione reale di rigenerazione urbana integrata», spiega. «Possono esserlo per riqualificare il territorio dal punto di vista fisico-ambientale, ma anche per attivare energie sociali, economiche e culturali. È la ragione per cui tenevo particolarmente a promuovere questo incontro come momento formativo per futuri assistenti sociali e imprenditori nel sociale».
A intervenire per i saluti istituzionali la direttrice del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania Francesca Longo, il prefetto di Catania Pietro Signoriello, la delegata del rettore Area Terza Missione e Impatto Sociale Margherita Ferrante, la delegata del rettore ai Rapporti con gli Enti del Terzo Settore Cettina Laudani e il delegato Area Terza Missione e Impatto Sociale del Dipartimento di Scienze politiche e sociali Vincenzo Antonelli.

Un momento dell'intervento del prof. Carlo Colloca
È stata la direttrice Francesca Longo a prendere la parola per prima. «L’Italia è stata una nazione capace di far entrare nelle legislazioni dell’Unione Europea il concetto di criminalità organizzata e di sequestro preventivo - ha detto -. Occorre aggiungere che il nostro Paese si è reso interprete di un cambiamento culturale anche sul tema dei beni sequestrati e confiscati». Secondo la docente, l’impatto sul territorio va oltre il singolo immobile: «A Catania si sta cercando di generare sinergie che non sono solo economiche o legate alla legalità, ma che rappresentino una vera e propria rivoluzione culturale».
Un’analisi approfondita sull’evoluzione normativa è stata offerta da Pietro Signoriello, che ha ribaltato il celebre detto popolare secondo cui “la farina del diavolo va tutta in fumo”. L’esperienza italiana dimostra infatti che è possibile «recuperare la farina e farne un buon pane che nutre e permea il tessuto sociale della comunità».
Signoriello ha ripercorso le tappe fondamentali della legislazione antimafia, dalla legge Rognoni-La Torre del 1982 che introdusse il reato di associazione mafiosa (416-bis) e l’aggressione ai patrimoni illeciti secondo la logica del “teorema Falcone”, fino alla svolta della legge 109/96. Quest’ultima ha impresso ai beni un forte valore simbolico, trasformando ville e aziende agricole in scuole, caserme o avamposti per cooperative sociali. Il prefetto ha tuttavia evidenziato «il forte divario quantitativo che grava sul Mezzogiorno»: a fronte di 3.422 aziende confiscate definitivamente in Italia a fine 2024, ben 1.045 si trovano in Sicilia (circa il 31%), contro le sole 41 del Veneto e le 64 della Toscana.

Il tavolo dei relatori
A seguire la prof.ssa Margherita Ferrante, delegata del Rettore Area Terza Missione e Impatto Sociale, la quale esordisce mettendo in luce il primato dell’Ateneo catanese: «Il nostro è l’unico ateneo da Napoli in giù ad aver istituito l’insegnamento di Analisi e contrasto alla criminalità organizzata, a testimonianza di quanto le mafie siano un tema di studio e attenzione prioritario per noi. Il Terzo settore rappresenta un pilastro fondamentale in questo ambito e lo abbiamo già coinvolto in tantissime attività di orientamento e counseling dedicate agli studenti, valorizzando spazi come il salone del nuovo plesso universitario».
La prof.ssa Ferrante ha proseguito delineando gli obiettivi futuri e le sinergie istituzionali da consolidare sul territorio: «L’università intende impegnarsi attivamente non solo collaborando con il Terzo settore, ma anche promuovendo accordi stabili con l’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati, fungendo da attrice di sviluppo sul territorio, traducendo la ricerca scientifica in azioni concrete e supportando la valorizzazione dei beni».
La docente si è soffermata poi sulle azioni concrete necessarie a superare l’attuale fase di stallo burocratico: «L’università può lavorare molto per sbloccare questa situazione, sostenendo la proposta di destinare stabilmente il 2% del Fondo Unico della Giustizia ai Comuni e promuovendo progetti mirati. Un bene non assegnato è un’opportunità persa per l’inclusione sociale, lo sviluppo locale e il miglioramento della qualità della vita».
In conclusione, la prof. Ferrante ha offerto una chiave di lettura trasversale, unendo le proprie competenze scientifiche ai temi della legalità: «Orientare il Terzo settore e il comparto sanitario verso la promozione di stili di vita corretti è fondamentale, perché il concetto di legalità sul territorio si sposa perfettamente con il rispetto dell’ambiente e della qualità della vita. Questo è lo spirito con cui il rettore e l’ateneo affrontano questi temi, garantendo la massima disponibilità a collaborare».

Il pubblico presente nell'aula magna del Palazzo Pedagaggi
Successivamente è intervenuta la prof.ssa Cettina Laudani, delegata del rettore ai Rapporti con gli Enti del Terzo settore, che ha aperto la propria riflessione focalizzandosi sull’autentico significato della normativa: «Quando la legge parla di riutilizzo sociale dei beni confiscati introduce un valore che supera la dimensione puramente giuridica per assumere una portata costituzionale. Significa che questi spazi non vengono solo sottratti alla criminalità, ma vengono restituiti alla collettività: laddove prima si esercitava il dominio dell’uomo sull’uomo attraverso la violenza e il controllo criminale, oggi sorge un luogo di inclusione dove si sviluppa la cultura della socialità e della solidarietà».
La docente ha proseguito tracciando un parallelo storico legato ai propri percorsi di ricerca: «Nel mio percorso di studi mi sono sempre occupata di associazionismo e dinamiche sociali. Questo processo mi ricorda la funzione che ebbero le società di mutuo soccorso nella seconda metà dell'Ottocento, che furono vere e proprie palestre di democrazia. Purtroppo nel nostro contesto, spesso schiacciato da una cultura del sopruso e del dominio, si è smarrita la cultura della cura del bene pubblico e del bene comune; i beni confiscati hanno l’alto compito pedagogico di insegnarci nuovamente questo valore. Essi restituiscono relazioni umane non più basate sulla sottomissione, ma sulla fiducia e sulla responsabilità condivisa».
La delegata ha esaminato anche il ruolo cruciale e rigenerativo dell’associazionismo giovanile sul territorio: «È qui che entra in gioco il Terzo Settore: le associazioni non devono essere considerate meri gestori di servizi assistenziali; al loro interno si generano quei legami sociali e quelle reti di protezione che costituiscono la linfa della cittadinanza attiva e democratica. Le associazioni offrono opportunità aggregative e di lavoro regolare, riaccendendo nei giovani quella fiducia nel futuro che il dominio mafioso ha sistematicamente spento e compresso».

Il tavolo dei relatori
La riflessione si è spostata successivamente sulla missione educativa dell’istituzione universitaria e sulle difficoltà oggettive riscontrate nell'azione di recupero: «In questo quadro l’università ha un compito che va ben oltre la formazione di profili professionali: deve costruire la cultura della legalità e stimolare la capacità critica dei giovani nei confronti della società che li circonda. Il bene confiscato non è solo uno spazio recuperato, ma un luogo fisico in cui cambiano radicalmente i linguaggi sociali, politici e morali». Laudani non nasconde tuttavia i nodi critici del sistema: «Tra il sequestro e l’effettiva restituzione alla comunità passa troppo tempo; i beni vengono consegnati al Terzo Settore in condizioni di grave degrado e ammaloramento, e le associazioni non dispongono delle ingenti risorse economiche necessarie alla ristrutturazione. Questo è il punto più delicato: la mafia vive e prolifera nei vuoti lasciati dallo Stato e nella mancata restituzione dei patrimoni, tornando a esercitare il controllo del territorio sotto nuove vesti».
La docente ha concluso il proprio intervento con un forte appello alla responsabilità e alla progettazione condivisa: «La sfida cruciale è dunque ricostruire il valore del bene comune, restituendo fiducia laddove regnano rassegnazione, dipendenza e individualismo. Dobbiamo ripristinare il senso di responsabilità condivisa: l’università, le istituzioni e il Terzo Settore devono fare rete, progettare insieme e poter contare su un reale sostegno economico. Solo così questi luoghi potranno essere ciò che la legge ha immaginato trent’anni fa: non semplici immobili sottratti, ma presidi di democrazia partecipata e di inclusione laddove un tempo vi era solo sopraffazione».

La prof.ssa Francesca Longo, direttrice del Disum, con le organizzatrici
Un richiamo ai principi della Carta fondamentale è arrivato dal prof. Vincenzo Antonelli, docente di Diritto pubblico del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, il quale ha ricordato che «la mafia è incostituzionale, non semplicemente illegale».
Il riutilizzo sociale rappresenta dunque un effettivo ritorno alla Costituzione, attuandone i principi cardine come la solidarietà, la partecipazione attiva e l’uguaglianza sostanziale (art. 3).
Antonelli ha proposto un cambio di paradigma linguistico e concettuale: «Dobbiamo passare dal focus sui “beni” al focus sulle “persone”, ovvero dai beni confiscati alle persone liberate. All’inizio l’approccio era prettamente patrimoniale: l’idea era togliere la ricchezza e le proprietà alla criminalità. Oggi credo che la scelta del titolo del convegno odierno, curato dal collega Carlo Colloca, colga perfettamente il punto: “dall’agire criminale all’agire sociale” significa passare dalla ricchezza alle persone, dai beni confiscati alle persone liberate. La mafia è la negazione della libertà; la risposta dei beni confiscati risiede nella legalità dei diritti. Non sono semplicemente patrimoni o ricchezze che escono dall’economia illegale per entrare nell’economia legale; questi spazi devono permettere di realizzare concretamente i diritti sociali: l’istruzione, la formazione, la casa, il sostegno al lavoro. Questa è la vera risposta contro la criminalità organizzata».

Intervento del prof. Vincenzo Antonelli
A entrare nel cuore del dibattito il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Catania Carmelo Zuccaro, il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Catania Marco Filipponi, l'assessore con delega alla Gestione dei Beni confiscati del Comune di Catania Viviana Lombardo e, inoltre, Dario Montana di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie e Rosa Laplena, coordinatrice nazionale per la valorizzazione dei Beni confiscati – Confcooperative.
Attraverso un’approfondita e articolata analisi della trasformazione socio-economica e anche transcontinentale dell’agire criminale, il procuratore Carmelo Zuccaro ha centrato il focus sull’importanza del sequestro e della confisca dell’enorme quantità di beni accumulati – nel corso del tempo – dai sodalizi mafiosi, e come l’accumulo di queste ricchezze abbia portato al loro radicamento nel territorio, nonché alla loro capacità di infiltrarsi nel tessuto socio-economico.
«Questa possibilità di infiltrazione nel tessuto socio-economico è direttamente proporzionale all’entità delle ricchezze di cui le mafie dispongono a seguito delle attività illecite poste in esse», ha detto il procuratore. «Il modo più efficace per impedire il protrarsi della potenza del sodalizio mafioso è quello di sottrarre la disponibilità delle ricchezze illecitamente acquisite. L'enorme disponibilità economica, su cui i sodalizi mafiosi possono contare», ha continuato Zuccaro, «deriva soprattutto dal traffico delle sostanze stupefacenti, settore nel quale la mafia si è inserita già a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso, potendo contare anche sui rapporti di parentela esistenti tra le famiglie mafiose siciliane e quelle americane».
Sorge, allora, il problema di come reinvestire l’enorme quantità di denaro generata dal traffico delle sostanze stupefacenti e, in generale, dai traffici illeciti. «Un grande apporto viene dagli istituti finanziari che operano con il cosiddetto “segreto bancario”», ha spiegato Zuccaro. «Passando attraverso queste società offshore, che operano nei cosiddetti paradisi fiscali, il denaro sporco viene ripulito e individuare l’illegittima provenienza diventa particolarmente difficile. Queste società sono dei veri e propri buchi neri. Tutti i flussi di denaro che passano al loro interno non possono essere più tracciati. È pertanto fondamentale intercettare i flussi di denaro prima che giungano in questi paradisi fiscali. Sotto questo profilo sarebbe fondamentale disporre di strumenti informatici che siano in grado di intercettare i flussi di denaro che si muovono in modo virtuale sui vari sistemi di interscambio».

Un momento dell'intervento di Carmelo Zuccaro, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Catania
Zuccaro si è soffermato anche sull’importanza della confisca e del riutilizzo dei beni confiscati alla mafia, come strumenti il cui fine è quello di indebolirne la ricchezza: «Oggi in Italia si è fatto un passo avanti fondamentale grazie alla legge 109 del 1996. Con questa legge, per la prima volta, parte dei beni confiscati possono essere assegnati, anche soltanto in comodato, a soggetti appartenenti ad associazioni di volontariato o a soggetti che siano in grado di assicurare che questi beni possano avere un impiego di utilità sociale».
A illustrare quali sono gli strumenti e le modalità adottate dalla Guardia di Finanza nel corso delle indagini patrimoniali è Marco Filipponi.
Il generale ha approfondito, in particolare, tre aspetti chiave: «Innanzitutto è importante individuare il corretto approccio operativo alle indagini patrimoniali. L'indagine patrimoniale è una componente essenziale di quella penale, che va sviluppata contestualmente, simultaneamente alle attività investigative in senso più stretto. Questo ci dà la possibilità di sfruttare appieno il potenziale offerto dalle risultanze delle attività investigative. Quindi anche le perquisizioni e le intercettazioni telefoniche, ambientali e informatiche si rivelano molto utili anche sotto l'aspetto patrimoniale, perché forniscono delle informazioni che sono talvolta indispensabili».
«Il secondo aspetto è la ricostruzione dei patrimoni illeciti che necessita di strumenti di informatica operativa all’avanguardia», prosegue Filipponi. «Tra questi è fondamentale la dorsale informatica, un'architettura informatica che ha unificato su una sola piattaforma ben 180 banche dati di cui la Guardia di Finanza dispone per le proprie attività investigative - ha spiegato -. Essa costituisce un unico punto di accesso all'intero patrimonio informativo capace di ridurre in modo significativo i tempi di ricerca delle informazioni. Un altro strumento fondamentale è il SIPA3, il sistema informativo on-line in dotazione alla Guardia di Finanza, dedicato alla gestione delle segnalazioni delle operazioni sospette, che sfrutta al massimo le informazioni in esso contenute, assicurando la riservatezza delle stesse e la riservatezza dei segnalanti».

In foto il comandante della Gdf di Catania, Marco Filipponi
«L’ultimo aspetto è quello del calcolo della sproporzione e della ragionevolezza temporale», ha aggiunto Filipponi. «Questi rappresentano i due pilastri sia dell’indagine economico-patrimoniale, sia del campo delle misure di prevenzione patrimoniale. Il calcolo della sproporzione tra i beni posseduti e il reddito dichiarato è un’analisi che non può essere fondata sul mero raffronto numerico tra i redditi risultanti dalle dichiarazioni fiscali e il patrimonio esistente», ha sottolineato.
«In questo caso, le nostre autorità operative si avvalgono di uno applicativo informatico denominato “Molecola”, predisposto dal nostro servizio centrale investigativo sulla criminalità organizzata, in cooperazione con la Direzione Nazionale Antimafia - ha detto -. Esso semplifica, a livello informatico, i processi di acquisizione e di catalogazione delle tante informazioni che noi possiamo ricavare. È in grado di restituire un sistema di warning rispetto a incongruenze tra i redditi ufficiali e il patrimonio disponibile, fornisce anche all’investigatore un report standardizzato nella forma oltre che nel contenuto».
Sulla gestione, sull’agire sociale e sulla connotazione di valore pubblico che questi beni possono avere, è intervenuta Viviana Lombardo, Assessore con Delega alla Gestione dei Beni confiscati del Comune di Catania: «Oggi dobbiamo veramente capire l’importanza sociale di trasformare questi beni in patrimonio comune - ha detto -. Quando noi, come Amministrazione, prendiamo in carico un bene, stiamo affermando che in quel momento lo Stato è più forte e presente. La sfida non è solamente prendere in consegna i beni, ma fare in modo che questi diventino centro di servizi, centro per gli anziani, spazi per i giovani, luoghi culturali, presidi per la legalità, centri per la lotta alla dispersione scolastica».
L’assessore ha evidenziato alcuni esempi concreti di come Catania si sia mossa – e si stia muovendo – a trasformare parte dei beni sottratti alla mafia in spazi aperti di pubblica utilità.
«Penso, ad esempio, alla sottoscrizione e alla stipula del partenariato pubblico-pubblico per la gestione dell’ex discoteca Empire, con immobile sito in via Zolfatai, confiscato diversi anni fa e assegnato al Comune di Catania nel 2022 dall’Agenzia Nazionale - ha raccontato -. In questo caso, grazie al partenariato con l’istituto di formazione musicale Conservatorio Vincenzo Bellini di Catania, l’ex discoteca Empire è diventata un centro giovanile di impulso culturale, sociale e civile aperto al territorio che abbiamo chiamato “Casa della Musica”, un luogo dove i nostri giovani si possono riunire per praticare tutte le attività musicali».
«Il 24 gennaio 2026 abbiamo inaugurato un centro di ricreazione per minori a Librino, denominato “Librino Up” - ha aggiunto -. In precedenza era un chiosco bar gestito dalla mafia, adesso è gestito dell’ente del Terzo Settore “Talità Kum” come centro ricreativo per minori. E ancora, con i fondi Pnrr, abbiamo ristrutturato un immobile confiscato alla mafia in via Monte Sant’Agata, in cui abbiamo realizzato lo sportello per i beni confiscati. Per la prima volta Catania ha un ufficio, un front-office a cui i nostri concittadini possono rivolgersi per chiedere informazioni dettagliate».

Un momento dell'intervento dell'assessore Viviana Lombardo
L’intervento di Dario Montana, referente dell’associazione Libera, ha allargato lo sguardo sulla capacità delle mafie di infiltrarsi nell’economia legale, avvalendosi di professionisti e funzionari compiacenti. Montana ha tracciato il bilancio dei trent’anni trascorsi dalla raccolta firme di Libera, evidenziando una realtà nazionale straordinaria composta da 1.332 soggetti terzi – tra associazioni, cooperative e scuole – che gestiscono i patrimoni sottratti ai clan. Un modello che ha ispirato la Direttiva Europea del 2024.
«Restituire legalità significa valorizzare il patrimonio pubblico come bene comune - ha spiegato Montana -. Eppure, oggi assistiamo a un tentativo di mettere in discussione il sistema dell’uso sociale dei beni confiscati. A questo si aggiunge un problema di fondo: le pressanti richieste di privatizzare e vendere i beni confiscati. Una scelta del genere tradirebbe completamente lo spirito della legge e quelle parole magiche che ricordavamo in apertura: la finalità sociale. La vendita deve necessariamente rimanere un’opzione residuale, e le somme eventualmente incassate dovrebbero comunque essere reinvestite esclusivamente nella gestione degli altri beni».
«Assistiamo, invece, a una narrazione mediatica e politica insistente secondo cui il sistema non funziona, le procedure sono troppo lente, i beni rimangono inutilizzati e quindi sarebbe meglio venderli per fare cassa - ha detto il referente di "Libera" -. Per questo motivo, nella nostra agenda politica e all’interno della campagna Fame, dignità e libertà, siamo tornati a chiedere con forza la difesa del sistema delle confische, che resta un pilastro irrinunciabile della lotta alle mafie».
Nonostante i successi sul piano immobiliare, Montana ha lanciato un allarme sul destino delle aziende confiscate, spesso destinate al fallimento se non affidate rapidamente: «Un’azienda abbandonata dopo soli tre mesi è un’azienda morta. Dobbiamo quindi lavorare drasticamente sui tempi che intercorrono tra il sequestro e l’affidamento. Come indica la stessa direttiva comunitaria, bisogna ragionare sulla destinazione sociale finale fin dal momento del sequestro preventivo. Quella prospettiva deve essere anticipata, altrimenti si corre il rischio di perdere la sfida e di lasciare spazio alla retorica secondo cui “la mafia dà lavoro, lo Stato lo toglie”. È inaccettabile pensare di vivere in un Paese in cui la legalità viene considerata un costo insostenibile per il sistema».
Il referente di "Libera" ha poi fermamente respinto le spinte politiche e mediatiche verso la privatizzazione e la vendita dei beni: «La vendita deve rimanere un’opzione residuale - ha detto -. La lotta alla mafia non è soltanto repressione: è politica economica, politica sociale e politica culturale. Riguarda tutti noi: istituzioni, università, enti locali, imprese e cittadini. Le mafie non cercano soltanto il profitto e il controllo del territorio; cercano legittimazione, relazioni e spazi nell’economia legale».
«La domanda di fondo è semplice - ha sottolineato -: vogliamo un Paese che vende i beni confiscati per fare cassa, o un Paese che li restituisce alle comunità trasformandoli in investimenti di democrazia? Scegliendo la seconda strada diamo un futuro ai giovani e, soprattutto, cerchiamo di rendere vera quella splendida frase di Paolo Borsellino affinché “il fresco profumo di libertà” non rimanga soltanto un lontano ricordo. Dobbiamo continuare a impegnarci e ad assumerci le nostre responsabilità; lo dobbiamo a Borsellino e ai tanti eroi che hanno pagato con la vita la battaglia per la democrazia e contro la mafia».

Un momento dell'intervento del generale della Gdf, Marco Filipponi
A chiudere l’ampia riflessione è stata Rosa Laplena, coordinatrice nazionale per la valorizzazione dei beni confiscati di Confcooperative, che ha analizzato i dati statistici ufficiali per fare chiarezza sul fenomeno. Su oltre 50.000 beni confiscati storici, gli immobili definitivamente destinati dall'Agenzia Nazionale (ANBSC) ammontano a 26.437, con Palermo in prima linea. Laplena ha confermato che la quota di beni venduti è minima e rigidamente controllata, ma ha aspramente criticato la gestione del comparto aziendale, denunciando un grave “gap” informativo nei flussi di dati dell’Agenzia in merito alla tutela dei lavoratori dipendenti.
Pur riconoscendo il valore delle 282 cooperative sociali attualmente attive in Italia, Laplena ha definito il dato proporzionalmente insoddisfacente rispetto al totale degli immobili confiscati: «Per me è un fallimento. Siamo davanti a un rapporto fortemente minoritario. Dove si inceppa il meccanismo dell’uso sociale? Il problema non è il disinteresse del Terzo Settore. La realtà è che quando un’associazione di volontariato o una cooperativa prende in carico un bene, deve fare i conti con la sostenibilità economica. Gestire una struttura richiede investimenti, manutenzione e risorse umane; la sola buona volontà, purtroppo, non basta a coprire i costi.»
Richiamando l’articolo 45 della Costituzione sulla funzione sociale della cooperazione, la coordinatrice ha concluso sottolineando la necessità di riempire gli strumenti giuridici esistenti di adeguate risorse finanziarie e semplificazione burocratica: «In questo scenario così complesso, qual è il ruolo che può e deve giocare il mondo della cooperazione? La risposta è scritta nella nostra Carta fondamentale».
«L’articolo 45 della Costituzione riconosce esplicitamente la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata - ha aggiunto -. La cooperazione è, per sua natura, uno strumento democratico d’impresa. Siamo chiamati a intervenire direttamente, ed è un mandato che ci impone la Costituzione stessa. Non possiamo accontentarci di avere soltanto 282 cooperative sociali impegnate nella gestione dei patrimoni confiscati. Le leggi ci sono, gli strumenti giuridici si sono affinati, ma adesso è indispensabile riempirli di risorse, semplificazione e visione strategica per trasformare ogni singolo bene in un’autentica officina di lavoro legale e democrazia.»

Un momento dell'intervento di Dario Montana