Dal cielo magico di filosofi e poeti alla ‘space economy’

Intervista a Roberto Battiston, ex presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana: «Ripensiamo la Terra, guardandola dallo spazio, piattaforma strategica per la sostenibilità»

Mariano Campo

Non abbiamo ancora trovato un pianeta bello e ospitale come la Terra, nemmeno tra quelli più vicini. È per questo che dobbiamo imparare a prendercene cura: ripensarla, proteggerla, salvarla. E forse il modo migliore per farlo è cambiare prospettiva, osservandola dallo spazio. È il messaggio al centro dell’intervento del professor Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana dal 2014 al 2018, che martedì scorso al Teatro Sangiorgi ha tenuto la lezione dal titolo Guardare oltre per ripensare la Terra

Davanti a un pubblico numeroso e attento, Battiston ha proposto una lettura ampia e rigorosa delle trasformazioni in corso, mostrando come lo sguardo scientifico possa aiutarci a comprendere meglio il presente e a orientare le scelte future.

L’incontro rientra nel ciclo Supertalks!, promosso dalla Scuola Superiore dell'Università di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale. Un’iniziativa che conferma la vocazione della Ssc a favorire il confronto con personalità di alto profilo, capaci di stimolare uno sguardo critico e una riflessione strategica sulle grandi sfide del nostro tempo.

«Fisico sperimentale di fama internazionale – lo ha presentato la presidente Ida Nicotra – il professore Battiston è stato protagonista di alcuni tra i più rilevanti programmi scientifici nel campo della fisica e dell’esplorazione spaziale. Una figura di primo piano nel panorama scientifico contemporaneo, capace di coniugare rigore, visione strategica e responsabilità istituzionale». A lui è stato affidato il compito di offrire agli studenti e alle studentesse una riflessione ampia e attuale sul rapporto tra scienza e tecnologia, con un focus sul ruolo sempre più strategico dell’esplorazione spaziale. Non solo una frontiera tecnologica, ma un vero e proprio laboratorio del futuro: un invito a guardare al cielo non come a una distanza inaccessibile, bensì come a un osservatorio privilegiato da cui rileggere la Terra, le scelte dell’umanità, le traiettorie del progresso e le responsabilità collettive che ne derivano.

«Navigatori satellitari, smartphone, connessioni Internet: utilizziamo lo spazio ogni giorno, spesso senza rendercene conto – ha esordito il docente di Fisica sperimentale all’Università di Trento sul palco del glorioso teatro catanese -. Una fitta rete di satelliti orbita sopra le nostre teste e trasmette incessantemente milioni di dati indispensabili alla vita contemporanea. Ce ne accorgiamo solo quando il segnale scompare, quando il sistema si interrompe e improvvisamente ciò che davamo per scontato rivela la sua centralità».

Per secoli il cielo è stato territorio dell’immaginazione: poeti, filosofi e astrologi hanno proiettato su quei punti luminosi desideri, paure, visioni del mondo. Solo negli ultimi quattrocento anni l’umanità ha iniziato a comprendere la propria posizione nell’universo. E da poco più di mezzo secolo, con lo Sputnik, i primi cosmonauti, lo sbarco sulla Luna e, più recentemente, la cooperazione internazionale che ha reso possibile la Stazione Spaziale, lo spazio è diventato un ambito concreto di azione, ricerca e presenza umana.

«In una prima fase – ha ricordato Battiston, introdotto dal prof. Gianluca Giustolisi dell'ateneo catanese - è stato percepito come bene comune da esplorare, una nuova frontiera della conoscenza. Oggi, invece, si configura sempre più come una “terra di confine”, una res disputanda, non diversamente da quanto sono stati per secoli i mari, le terre emerse o lo spazio aereo: ambiti strategici, generatori di competizione politica, economica e militare. Lo spazio non è più soltanto l’orizzonte dell’esplorazione scientifica, ma un’infrastruttura critica da cui dipendono sicurezza, sviluppo tecnologico e prosperità delle nazioni».

Un momento dell'intervento della prof.ssa Ida Nicotra

Un momento dell'intervento della prof.ssa Ida Nicotra, presidente della Scuola Superiore di Catania

Professore, nel suo intervento lei propone di “guardare oltre” per ripensare la Terra: in che modo l’osservazione e l’esplorazione spaziale stanno già incidendo concretamente sulla nostra capacità di affrontare le grandi sfide ambientali e quali ricadute strategiche prevede nel medio periodo?

«Lo spazio ha sempre rappresentato per l’umanità un altrove: prima oggetto di speculazione filosofica e matematica, ma anche di poesia e astrologia. Poi terreno di esplorazione scientifica. Oggi non è più soltanto una suggestione romantica, ma una dimensione operativa. Lo abbiamo raggiunto con sonde robotiche, lo abbiamo abitato con l’uomo, abbiamo esplorato pianeti e satelliti del Sistema Solare. E, soprattutto, abbiamo imparato a guardarci da fuori.

La prima trasformazione è percettiva ma potentissima: osservata dallo spazio, la Terra appare fragile. Gli astronauti la descrivono come una sfera avvolta da un velo sottilissimo, un’atmosfera paragonabile alla buccia di una mela. È in quello strato esiguo che si concentra l’intera possibilità della nostra vita. I satelliti per il monitoraggio climatico, l’osservazione della composizione atmosferica, la misurazione delle temperature e dei cicli idrici ci forniscono dati essenziali per comprendere l’evoluzione del clima e orientare le politiche ambientali. Senza lo sguardo orbitale, la governance climatica sarebbe cieca.

Ma l’impatto dello spazio non è solo conoscitivo: è culturale e tecnologico. Le missioni spaziali hanno imposto una logica di gestione delle risorse radicalmente diversa da quella terrestre. A bordo di una stazione spaziale nulla viene sprecato: ogni goccia d’acqua è recuperata, purificata e riutilizzata; i liquidi corporei vengono riciclati; i rifiuti sono trattati fino all’ultimo elemento utile. In un ambiente chiuso, l’efficienza non è un’opzione etica, è una necessità fisica. Se applicassimo sulla Terra la stessa disciplina sistemica — in un pianeta che oggi ospita oltre otto miliardi di persone — ridurremmo drasticamente sprechi e impatti ambientali. Lo spazio ci ha insegnato perciò che le risorse che percepiamo come abbondanti sono, in realtà, finite quando la pressione demografica e industriale supera le capacità di rigenerazione.

Nel medio periodo, le ricadute strategiche diventano ancora più significative. Le tecnologie sviluppate per l’esplorazione robotica — autonomia operativa, intelligenza artificiale, capacità di estrazione in ambienti ostili — aprono la prospettiva di accedere alle immense risorse presenti su asteroidi e altri corpi celesti. Metalli rari, platinoidi, materiali strategici: ciò che sulla Terra genera conflitti geopolitici e impatti ambientali crescenti esiste nello spazio in quantità enormemente superiori.

È improbabile immaginare una migrazione di massa verso altri pianeti: finora non abbiamo trovato nulla di comparabile alla Terra, niente di altrettanto bello, neanche molto lontano da noi. Più realistico è lo sviluppo di un’economia spaziale capace di integrare — e in parte sostituire — le attività estrattive più invasive sul nostro pianeta. L’energia solare, nello spazio, è abbondante e continua; le risorse minerarie extraterrestri potrebbero, in prospettiva, ridurre la pressione sulle miniere terrestri, oggi tra le attività più inquinanti.

Lo spazio, dunque, non è più soltanto un simbolo di conquista o di meraviglia. È una piattaforma strategica per la sostenibilità. Ci aiuta a comprendere la vulnerabilità della Terra, a gestire meglio ciò che abbiamo e, in prospettiva, a diversificare l’accesso alle risorse. Guardare oltre, in definitiva, non significa fuggire dal pianeta, ma imparare — grazie allo spazio — a restarci meglio».

In foto da sinistra Gianluca Giustolisi, Ida Nicotra e Roberto Battiston

In foto da sinistra Gianluca Giustolisi, Ida Nicotra e Roberto Battiston

Il titolo della sua lezione evoca il nesso stretto esistente tra progresso scientifico e responsabilità collettiva. Come si può tradurre, sul piano delle politiche pubbliche e della governance tecnologica, questa responsabilità, affinché l’innovazione in ambito spaziale non resti confinata a una dimensione competitiva o geopolitica, ma diventi leva di cooperazione e sviluppo sostenibile?

«È una domanda cruciale, perché ci conduce immediatamente al tema della governance globale. Già sulla Terra siamo chiamati a gestire beni comuni che non conoscono confini: il clima, l’inquinamento, le risorse idriche, le rotte commerciali, le materie prime strategiche, le terre rare. Sono tutti ambiti in cui la frammentazione politica si scontra con l’unità fisica del pianeta. La vera sfida è far convivere nazioni con livelli di sviluppo, culture e storie differenti attorno alla consapevolezza che condividiamo un unico ecosistema.

Quando lo sguardo si sposta verso lo spazio, questa esigenza non diminuisce: si amplifica. Il dominio spaziale è per definizione un bene comune globale. Tuttavia, proprio nei momenti di maggiore tensione internazionale, riaffiorano dichiarazioni di principio sulla “supremazia spaziale”, come se l’orbita o altri corpi celesti fossero territori da conquistare. Il rischio è evidente: esportare nello spazio le dinamiche conflittuali che hanno segnato la nostra storia sulla Terra.

Il problema, però, non è lo spazio. Non è nemmeno la Terra. Sono ambienti che ci ospitano, realtà fisiche e scenari oggettivamente neutrali. La questione riguarda invece noi: una specie giovane dal punto di vista cosmico, ma straordinariamente intensa e spesso conflittuale nelle proprie relazioni interne — tra individui, tra comunità, tra Stati.

Per questo la risposta non può essere solo tecnologica. La tecnologia non è un valore in sé: è uno strumento. Senza una cultura della responsabilità, senza principi condivisi, senza un’etica della cooperazione, l’innovazione rischia di amplificare le nostre fragilità invece di superarle.

Se uno strumento potente viene usato senza consapevolezza, produce danni. Che succederebbe se dessimo una clava in mano a una scimmia in una stanza piena di oggetti fragili? Oggi disponiamo di capacità tecnologiche senza precedenti, anche in ambito spaziale. Il punto decisivo è imparare a governarle. Perché se non le orientiamo verso fini collettivi, qualcuno le userà inevitabilmente per interessi particolari, riproducendo nello spazio la stessa logica che, dalla clava in poi, ha accompagnato la nostra storia.

La vera sfida, dunque, non è conquistare nuovi mondi, ma maturare come comunità globale. Solo così l’esplorazione e l’innovazione spaziale potranno diventare un terreno di cooperazione, conoscenza condivisa e sviluppo sostenibile, invece che l’ennesimo teatro di competizione».

Un momento dell'intervento di Roberto Battiston

Un momento dell'intervento di Roberto Battiston

Rivolgendosi a una platea universitaria, quale modello di formazione ritiene oggi necessario per preparare le nuove generazioni di ricercatori e professionisti a un approccio realmente interdisciplinare, capace di integrare le competenze scientifiche avanzate, con la consapevolezza etica e visione sistemica delle trasformazioni globali che lei auspica?

«Paradossalmente, una possibile risposta arriva proprio da quella tecnologia che sta mettendo in discussione i paradigmi tradizionali dell’educazione: l’intelligenza artificiale generativa. Il suo impatto è dirompente. Sta scardinando assetti consolidati, imponendo una revisione radicale dei modelli didattici fondati sulla trasmissione nozionistica del sapere. In un contesto in cui l’accesso all’informazione è immediato e a costo cognitivo quasi nullo, non è più l’accumulo di dati a fare la differenza, ma la qualità del pensiero. 

La vera sfida diventa allora lo sviluppo del pensiero critico: la capacità di formulare domande pertinenti, di cogliere i nessi tra fenomeni complessi, di anticipare scenari e comprendere i processi che stanno ridefinendo il futuro della nostra specie. L’avvento dell’IA generativa va affrontato con lucidità e sangue freddo, evitando tanto entusiasmi ingenui quanto resistenze difensive. È una tecnologia potentissima, che può ampliare le nostre capacità cognitive, ma solo se integrata consapevolmente nei percorsi formativi. Questo implica un’educazione che non separi più rigidamente saperi umanistici e scientifici: il pensiero rigoroso non è prerogativa esclusiva del tecnico, così come l’intuizione e la visione sistemica non appartengono solo al filosofo o al poeta. L’interdisciplinarità autentica nasce proprio dall’incontro tra queste competenze.

Di fronte a uno strumento così trasformativo, non possiamo permetterci un atteggiamento passivo. O impariamo a governarlo, orientandolo al bene collettivo, oppure rischiamo di subirne gli effetti in modo disordinato. La formazione deve quindi essere ripensata strutturalmente: non semplicemente integrando nuovi strumenti, ma ridefinendo obiettivi, metodi e criteri di valutazione alla luce di queste tecnologie. In diversi contesti internazionali – dagli Stati Uniti al Regno Unito, fino alla Cina – il dibattito è già centrale e strategico per il futuro dei rispettivi sistemi educativi.

La questione riguarda poi soprattutto le nuove generazioni. I bambini e i giovani di oggi cresceranno in un ecosistema cognitivo in cui strumenti di apprendimento, analisi e decisione basati sull’IA saranno la norma. Occorre quindi accompagnarli verso una maturità equilibrata, capace di integrare competenza tecnica, consapevolezza etica e responsabilità sociale. Le trasformazioni in atto stanno ridefinendo i rapporti tra generazioni, tra individui, tra Stati, tra le diverse componenti della società: ignorarle significherebbe lasciare scoperto il terreno su cui si costruirà il futuro.

In definitiva, la risposta alla domanda iniziale non è una formula unica, ma un insieme di domande ulteriori, di interrogativi quanto mai urgenti: quale tipo di pensiero vogliamo coltivare? Quali valori devono guidare l’uso delle tecnologie emergenti? Come formare una nuova umanità capace di governare – e non subire – la potenza dell’intelligenza artificiale generativa? È da queste domande che deve partire la progettazione di un modello formativo realmente interdisciplinare e adeguato alle sfide globali».

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