Dalla memoria agli algoritmi: il giornalismo alla prova dell’era digitale

Al workshop il confronto tra studiosi, giornalisti e accademici sul futuro dell’informazione: tra podcast, approfondimento e AI, la sfida resta difendere il pensiero critico e il ruolo sociale del giornalista

Matteo Leone

C’è un sottile filo rosso che lega la polvere degli archivi alla velocità dei nuovi algoritmi, un percorso che trasforma il cronista da semplice spettatore a custode della responsabilità sociale. 

Ogni rivoluzione porta con sé un sentimento ambivalente: da un lato l’entusiasmo per le nuove possibilità che apre, dall’altro il timore dell’ignoto e delle sue conseguenze. Tanto più quando a trasformarsi è il digitale: un elemento che per anni abbiamo creduto di padroneggiare e che oggi, tra intelligenza artificiale e algoritmi sempre più sofisticati, procede a una velocità tale da lasciare spesso interdetti. 

Quale futuro la tecnologia sta tracciando per noi? È stata questa la domanda al centro degli incontri pubblici che si sono svolti nei giorni scorsi a Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore di Catania, nell’ambito della quarta giornata dell’ottava edizione de Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea, promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo e dall’Università di Catania.

A partire da questo interrogativo si è sviluppata la riflessione di Derrick De Kerckhove, sociologo, direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia e già direttore del McLuhan Program all’Università di Toronto

«Quello a cui stiamo assistendo è una perdita di senso e di identità – ha spiegato -. Alcune funzioni cognitive che abbiamo sempre dato per scontate, la memoria, il ragionamento critico, perfino il nostro orientamento spaziale, stanno scomparendo perché tutto viene delegato alle macchine. Lasciamo persino che queste provino delle emozioni al posto nostro. Il rischio è di restare svuotati. Ma anche quello di aprire le porte a un’epoca nella quale lo stato di diritto viene messo in discussione».

In foto da sinistra Derrick de Kerckhove, Maria Pia Rossignaud, Lino Morgante, Claudia Cantale e Giorgio Romeo

In foto da sinistra Derrick de Kerckhove, Maria Pia Rossignaud, Lino Morgante, Claudia Cantale e Giorgio Romeo

Il metodo della narrazione: tra podcast e pulizia della scrittura

Per Ornella Sgroi, la costruzione di un podcast rappresenta oggi una delle sfide più affascinanti per chi vuole «entrare» nella narrazione. Non si tratta solo di registrare voci, ma di un lavoro profondo di ricerca che passa per il recupero di materiale di archivio. «Bisogna tentare di documentare e recuperare la memoria per dare spessore al racconto», ha spiegato durante l’incontro. 

Tuttavia, la tecnica deve scontrarsi con il rigore della forma come ha evidenziato Guido Tiberga che ha messo in guardia i futuri giornalisti dai rischi dell’autoreferenzialità e del linguaggio accademico. «Il giornalismo va sulla semplicità – ha sottolineato Tiberga – bisogna tagliare le frasi fatte, i finali inutili e i periodi troppo lunghi». La qualità di un professionista si misura dalla sua curiosità e dalla capacità di portare un’idea originale, rispettando sempre i tempi e gli spazi della testata. 

Modelli di approfondimento: l’esperienza del «Sicilian Post»

In un panorama dominato dalla disintermediazione, dove i grandi club e i campioni comunicano direttamente sui social scavalcando i media, la soluzione risiede nella capacità di differenziarsi. È il modello proposto dal «Sicilian Post», che rifiuta il "copia e incolla" dei comunicati stampa per puntare tutto sull’approfondimento. 

Esempi concreti di questo approccio sono emersi dai racconti di chi quel territorio lo scava ogni giorno. Da Joshua Nicolosi, che con la rubrica Sicilitudine esplora la letteratura siciliana oltre i confini provinciali, a FrancescaRita Privitera, che ha portato la platea nel deserto con il suo reportage sul popolo saharawi. «Parlate di ciò che volete, purché sia visto con i vostri occhi», è stato l'invito rivolto agli studenti, sottolineando come l’uso della prima persona diventi uno strumento potente quando serve a guidare il lettore come testimoni diretti. 

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

La sfida del digitale: verso un’intelligenza condivisa

Nel pomeriggio il dibattito si è spostato sull’impatto profondo che la rivoluzione digitale sta avendo sulla nostra società. 

Una sfida raccolta da Maria Pia Rossignaud, direttrice di Media Duemila e vicepresidente dell’Osservatorio TuttiMedia, che ha invitato a dare peso alle parole per trasformare la memoria in «intelligenza condivisa». In un’epoca in cui il nostro vivere è frammentato, il valore aggiunto del giornalismo professionale risiede proprio nella capacità di creare uno spazio comune di consapevolezza.

In un quadro apparentemente segnato da rischi profondi, resta però centrale la responsabilità dell’uomo: lo stesso uomo che ha addestrato le macchine e che oggi è chiamato a non lasciarsi schiacciare dalla transizione tecnologica. 

«L’aspetto più importante per tornare a vivere uno spazio comune è ridare valore alla parola: quella che gli algoritmi sanno usare solo per dare e rispondere a degli ordini – ha detto -. Davanti a noi si prospetta l’inizio della storia agentica, dove la macchina sostituirà l’uomo. Ma questo, a mio parere, non può e non deve succedere. Perché siamo noi a stabilire ciò di cui le IA debbano nutrirsi. Non la vedo come una guerra tra due culture, ma come un passaggio che deve rimanere antropocentrico».

Un’analisi condivisa da Claudia Cantale, sociologa e docente dell’Università di Catania, che ha evidenziato come «l’uso del digitale plasmi ogni nostra relazione e questa non può più essere letta soltanto in termini strumentali». «Oggi siamo dati, metriche, assemblaggi – ha detto -. Non possiamo prescindere da relazioni con attori che non sono umani. Ma è un isolamento che per l’uomo è iniziato ben prima: quando nel Novecento i mezzi di comunicazione di massa sono penetrati nel suo vivere in società, trasformandolo progressivamente in una monade, in individui che, per sfuggire alla loro solitudine, cercano negli algoritmi un’alterità che li faccia sentire comodi».

I temi dell'identità e della socialità sono oggi complessi da trattare perché, come suggerito dal McLuhan Program, non si può più prescindere dal rapporto con «l'organismo macchina» che agisce nel quotidiano. La prof.ssa Cantale ha descritto questo cambiamento come un lungo processo iniziato con i media di massa che ha portato a modelli atomici di isolamento. 

In questo contesto, il nostro vivere appare frammentato, così come il modo di percepire e riportare le notizie. Questa frammentazione è figlia di una disintermediazione politica che ha permesso ai leader di costruire un profondo self online. La tecnologia, dunque, non è neutra: influenza la storia e il modo in cui costruiamo la realtà. 

Il pubblico presente in sala

Il pubblico presente in sala

Oltre la tecnologia: la ricerca di un senso comune

Il futuro del giornalismo, dunque, non risiede nella rincorsa alla tecnologia, ma nella capacità di trasformare la memoria in intelligenza condivisa. Come sottolineato da Maria Pia Rossignaud e dall'editore della Gazzetta del Sud e del Giornale di Sicilia, Lino Morgante, «il giornalismo di vent’anni fa richiedeva approfondimento e tempo». «Poi, con l’avvento di Internet, il flusso di notizie è diventato sempre più veloce e i momenti di approfondimento si sono ridotti – ha detto -. Adesso ecco le Big Tech e il rischio di un monopolio. Non è più solo un problema economico, ma anche di democrazia. I giornali rappresentano ancora un baluardo di pluralismo: e per questo va preservato il loro ruolo».  

«L’uso degli strumenti digitali dipende esclusivamente dalla nostra capacità di dare peso alle parole e agire con etica – ha spiegato -. In un'epoca segnata dalla diffidenza verso l'informazione professionale, il valore aggiunto resta la capacità di ricucire il rapporto con la comunità attraverso l'ascolto e la prossimità. Soltanto rivendicando questo ruolo di mediazione critica, il giornalismo potrà continuare a essere quel «granello di sabbia» necessario a far inceppare i meccanismi di una società sempre più atomizzata, restituendo al lettore non solo notizie, ma chiavi di lettura per abitare il presente».

A vent’anni dalla scomparsa, Oriana Fallaci rivive nel graphic novel di Cannatella e Galeani

La giornata è proseguita con un incontro dedicato a Oriana Fallaci, di cui quest’anno ricorrono i vent’anni dalla scomparsa, a partire dal graphic novel Oriana. Una donna libera, pubblicato nel 2022 dalla fumettista Paola Cannatella e dal docente e scrittore Giuseppe Galeani. «La Fallaci era contraria al fatto che qualcuno raccontasse la sua vita: per questo, nelle prime pagine dell’opera, è lei che prende in mano la penna e inizia a raccontarsi», ha spiegato Cannatella. 

«Nel fumetto non troverete mai una coppia di tavole uguale, perché volevamo rendere l’idea di una vita che sorprende in continuazione». Un lavoro complesso anche sul piano della selezione narrativa, come ha raccontato Galeani: «Una delle principali difficoltà è stata quella di scegliere cosa raccontare e cosa escludere. Per fare in modo che il lettore entrasse dentro la sua vita, abbiamo letto tutti i suoi libri, tutte le sue lettere. Tra questi, uno di quelli che più ci ha colpito è Un uomo, dedicato ad Alekos Panagoulis e alla sua lotta contro la dittatura dei colonnelli in Grecia. Quel capitolo del fumetto presto sarà pubblicato in Grecia, dove Panagoulis è un mito nazionale studiato nelle scuole. Merito anche della potenza della scrittura della Fallaci».

Un momento dell’incontro dedicato a Oriana Fallaci con Paola Cannatella e Giuseppe Galeani

Un momento dell’incontro dedicato a Oriana Fallaci con Paola Cannatella e Giuseppe Galeani

Dalla formazione di base alla masterclass internazionale

La quarta giornata de Il giornalismo che verrà ha segnato anche la conclusione del corso base del workshop, che nelle scorse settimane ha coinvolto quaranta giovani tra studenti universitari e neolaureati in un percorso di avvicinamento concreto al mestiere giornalistico. I partecipanti hanno lavorato su attività e laboratori dedicati alla scrittura giornalistica, alla costruzione della notizia, alla verifica delle fonti e al fact-checking, passando per il podcasting, gli strumenti di ricerca avanzata per il giornalismo digitale e il giornalismo visuale. 

Dal 20 al 24 maggio, sempre a Catania, si terrà invece il corso avanzato, destinato a giornalisti e professionisti della comunicazione. Una masterclass intensiva di cinque giorni, esclusivamente in presenza, pensata per approfondire strumenti, linguaggi e modelli del giornalismo contemporaneo. Il programma prevede attività di reportage sul territorio, laboratori sull’uso dell’intelligenza artificiale per il lavoro giornalistico, fact-checking e debunking, modelli di business e sostenibilità dell’informazione, progettazione editoriale, grant e opportunità per freelance, oltre a un modulo dedicato a come proporsi alle redazioni internazionali. 

Tra i docenti e gli ospiti annunciati figurano, tra gli altri, Domenico Quirico (La Stampa), Laura Silvia Battaglia al-Jalal, Rozina Breen (Pulitzer Center), Javier Moreno Barber (El Paìs), Ezio Mauro (La Repubblica), Dima Saber (Birmingham University), Martin Baron (Washington Post) e Douglas McCabe (The Guardian).

Brand journalism, sostenibilità e democrazia: a Catania una giornata di incontri sul futuro dell’informazione

Il festival prosegue mercoledì 20 maggio, sempre nei locali di Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore di Catania, con una giornata ricca di eventi aperti alle città. Si comincerà (alle 12) con un dialogo a due voci tra Fernando Vacarini, direttore di Changes, e Annalisa Monfreda, founder di Rame e già direttrice di Donna moderna, sulle opportunità del brand journalism. 

Alle 15, sarà la volta di Douglas McCabe, Chief Strategy and Business Officer de The Guardian, che offrirà il suo punto di vista su come rendere sostenibile oggi un progetto editoriale. Alle 16, un panel dedicato al ruolo cruciale del giornalismo di prossimità: ad intervenire saranno Giovanni Parapini, direttore di Rai Umbria, Giuseppe Di Fazio, responsabile di Avvenire Catania, e Ornella Sgroi, giornalista per il Corriere della Sera

Alle 17 spazio ad un dialogo incentrato sul rapporto tra giornalismo e democrazia: ad intervenire saranno Ezio Mauro, editorialista e già direttore de La Repubblica, e Guido Tiberga, già caporedattore de La Stampa. A concludere i lavori, alle 18, sarà Lars Boering, già direttore del World Press Photo e dell’European Journalism Centre, che offrirà al pubblico un excursus sull’evoluzione del fotogiornalismo.
Tutti gli eventi sono a ingresso libero fino a esaurimento posti.

Il giornalismo che verrà è promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo in collaborazione con l’Università di Catania. L’iniziativa è gratuita grazie al supporto finanziario della Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR, M4C1, CUP: E62B24000380001) e al supporto degli sponsor Crédit Agricole e Unipol. Il festival è inoltre patrocinato da, Rai, Comune di Catania e Isola Catania.

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