Dalle esclusioni alle toghe: il lungo cammino delle donne nella magistratura italiana

Al Dipartimento di Giurisprudenza è intervenuta Chiara Giammarco, Consigliere della Corte d’Appello di Roma

Veronica Barbagallo, Pierluigi Bianca, Ivana Latora e Irene Persano

Dalle aule in cui erano escluse alle toghe che oggi indossano, il percorso delle donne nella magistratura italiana è una storia di conquiste, resistenze e cambiamenti ancora in atto. A questo cammino — segnato da battaglie giuridiche e culturali — è stato dedicato il seminario Donne e conquiste nella leadership: l’ingresso in Magistratura, ospitato nei giorni scorsi dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania.

L’iniziativa, promossa dal Comitato unico di garanzia dell’Ateneo catanese presieduto dalla prof.ssa Gabriella Nicosia, si inserisce nella giornata dedicata all’accesso delle donne alle carriere pubbliche e ai ruoli di responsabilità. Un’occasione non solo celebrativa, ma soprattutto di riflessione critica su un traguardo raggiunto tardi e su una parità che, ancora oggi, resta incompiuta.

Ad organizzare l’evento è stata la presidente del Comitato unico di garanzia dell’Università di Catania, prof.ssa Gabriella Nicosia, insieme con il Cug, in coerenza con la mission del medesimo organismo. Ospite d’eccellenza Chiara Giammarco, Consigliere della Corte d’Appello di Roma.

La professoressa Nicosia, dopo aver portato i saluti del rettore Enrico Foti, ha dato il benvenuto al folto pubblico di studentesse e studenti, componenti del Cug, personale dell’ateneo e avvocate del Centro Studi di Diritto del lavoro "Domenico Napoletano".

Ad aprire i lavori il direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, prof. Salvatore Zappalà, che ha osservato come «spesso mi trovo in contesti istituzionali in cui non c’è alcuna donna al tavolo e credo non vi si dia abbastanza importanza».  Per tale ragione nel compiacersi per l’iniziativa ospitata dal Dipartimento, ha voluto testimoniare, con la propria presenza sino a chiusura dei lavori, la condivisone della scelta di indirizzare ancora un focus su un dibattito che resta di grande attualità. 

Un momento dell'intervento del prof. Salvatore Zappalà

Un momento dell'intervento del prof. Salvatore Zappalà

A seguire l’introduzione della presidente del Cug, prof.ssa Gabriella Nicosia, che ha evidenziato come «iI recente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è stato l'inizio, anzi l’occasione, per aprirsi a quella che la stessa ho voluto definire in più di una occasione come una vera e propria «riforma gentile». 

Un insieme di direttive che offre il giusto contesto normativo e istituzionale per il tema della leadership femminile capace di superare tutti gli stereotipi di genere e più in generale della leadership all’interno delle amministrazioni italiane, che è divenuto centrale nella scommessa del legislatore di ultima generazione in ragione dell’importanza riconosciuta al benessere di chi lavora nei nostri apparati pubblici. 

Basti riflettere sul filo rosso che attraversa tutte le norme di soft law dispiegatesi a partire dal Pnrr: «Creare valore pubblico». Partendo da questa affermazione la prof.ssa Nicosia ha evidenziato che «non si può creare valore pubblico se non dando valore alle persone che lavorano per questo». «Ed ecco perché il Cug dell’Università di Catania - ha aggiunto - sente forte il bisogno di investire sul proprio compito di diffusione della cultura del rispetto, capace di contrastare stereotipi di genere e favorire azioni proattive per il benessere».  

Un momento dell'intervento della prof.ssa Gabriella Nicosia

Un momento dell'intervento della prof.ssa Gabriella Nicosia

«La coscienza del passato e della storia ci aiuta a orientare il nostro percorso», ha esordito il Consigliere della Corte d’Appello di Roma  Chiara Giammarco, presentando il contesto dal quale ha voluto prendere le mosse per il proprio ragionamento.

«Era il 2 giugno 1946, data dell’elezione dell’Assemblea costituente e del primo voto femminile nella storia italiana. In quell’occasione furono eletti 535 uomini e soltanto 21 donne, una sproporzione che rifletteva la condizione femminile dell’epoca», ha aggiunto.

«Le limitazioni giuridiche erano ancora forti», ha continuato la consigliera Giammarco. «La legge n. 1176 del 1919 aveva riconosciuto alle donne piena capacità giuridica – ha aggiunto -. Tuttavia, la stessa normativa stabiliva che alle donne fossero preclusi gli impieghi pubblici che comportavano l’esercizio di poteri giurisdizionali o politici. Un regolamento del 1920 rese ancora più esplicita questa esclusione, vietando alle donne l’accesso a ruoli come prefetto, diplomatico o magistrato».

«Dopo la guerra, il tema venne affrontato dall’Assemblea costituente – ha raccontato la magistrata -. Nel frattempo era già stato approvato l’Articolo 3 della Costituzione italiana, che sancisce l’uguaglianza tra i cittadini senza distinzione di sesso ed è grazie alla determinazione della parlamentare Lina Merlin che la parola “sesso” venne esplicitamente inserita tra i fattori di discriminazione vietati».

«Eppure, quando si arrivò alla formulazione dell’Articolo 51 della Costituzione italiana — secondo cui “tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza” — fu aggiunta una clausola destinata a pesare a lungo: “secondo i requisiti stabiliti dalla legge”».

«Questa formula permise di continuare a escludere le donne dalla magistratura richiamando la normativa precedente, sostenendo che l’impegno richiesto dalla carriera giudiziaria fosse incompatibile con la “funzione familiare” femminile», ha aggiunto.

«Le tante opinioni del panorama dell’epoca si possono riunire in tre filoni», ha spiegato la consigliera Giammarco. «Primo era quello degli esplicitamente contrari, ricordiamo l’intervento dell’onorevole Cappi, secondo cui nelle donne «prevale il sentimento sul raziocinio, mancherebbe loro “quel potere di sintesi ed equilibrio assoluto che è necessario per sottrarsi agli stati emotivi”», ha spiegato, aggiungendo: «“Saremo brave, bravissime, preparate, preparatissime, più preparate degli uomini” rispondeva l’Onorevole Maria Federici».

Un momento dell'intervento della dott.ssa Chiara Giammarco

Un momento dell'intervento della dott.ssa Chiara Giammarco, Consigliere della Corte d’Appello di Roma

«Il secondo e il terzo fronte erano formati da coloro che accettavano con riserve di diverso genere la novità: personalità come Calamandrei e Giovanni Leone riconobbero come l’esclusione delle donne fosse anticostituzionale, ma ritennero comunque opportuno limitarne l’attività – ha raccontato -. La storia ha preso una direzione diversa come sappiamo. In gran parte grazie alle scelte di Rosa Oliva, una giovane laureata in scienze politiche che si presentò ad un concorso pubblico, nonostante il bando escludesse le donne. Rosa Oliva chiese che il rigetto della domanda fosse formalizzato; poi si rivolse al suo professore, Costantino Mortati, per impugnare il provvedimento, e il caso arrivò davanti alla Corte Costituzionale dove vinse la causa». 

«La Corte - ha aggiunto - affermò chiaramente che “la diversità di sesso non può mai essere ragione di discriminazione legislativa, e che non può comportare un trattamento diverso davanti alla legge”. Si trattò di una sentenza storica, che venne attuata solo nel 1963, quando un nuovo concorso vide finalmente la partecipazione delle donne».

«Le prime uditrici giudiziarie entrarono in servizio il 5 aprile 1965 - racconta la consigliera -. Gabriella Luccioli nel suo Diario di una giudice, narra che il primo giorno in cui presero le funzioni si ritrovò ad ascoltare il presidente della corte della Cassazione affermare che “viste le infelici scelte prese, non resta che arginare il danno, destinando le colleghe ai tribunali dei minorenni” all'epoca ritenuti scarsamente impegnativi».

«L’ingresso delle donne in magistratura è stato lento – ha continuato -. La crescente femminilizzazione dell’ambito, negli anni 70 e 80, non avvenne di pari passo al cambiamento della mentalità della controparte maschile e nemmeno di un’apertura degli incarichi direttivi».

«Basti pensare che ancora oggi, con 5778 magistrate su 10mila, vale a dire quasi il 60% del totale, il 66% dei capi degli uffici giudiziari sono uomini. Migliori le stime negli gli incarichi semidirettivi dove, comunque, gli uomini sono il 56% - ha aggiunto -. Il tema delle problematiche organizzative poi, è ancora vivo. Soprattutto in merito ai congedi parentali».

La magistrata ricorda ancora le parole del presidente del Tribunale al momento in cui comunicò l'imminente assenza per ragioni di maternità. In quella occasione ebbe, infatti, modo di dirle: “Ma lo sai che la parte lesa della tua maternità sono io?”, ha raccontato la dott. Giammarco.

«All’epoca vigeva una norma per cui, col cambio di un membro del collegio, un imputato avrebbe potuto chiedere un rinnovamento del dibattito per sostituzione – ha aggiunto -. La realtà dei fatti è che oggi, soprattutto nei grossi uffici giudiziari, una donna magistrato per potersi occupare del figlio è costretta a fare una scelta: rientrare in servizio con grandissimi sacrifici oppure prendere dei lunghi congedi, incidendo sui procedimenti».

«Per non dimenticare quanta strada ci sia ancora da fare», ha continuato la consigliera: «Basti pensare che Elena Paciotti risulta essere ancora la prima e unica presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e che solo tra gli anni Novanta e Duemila compaiono le prime norme di tutela per le magistrate madri ed i primi comitati per le pari opportunità».

Un momento dell'intervento della dott.ssa Chiara Giammarco

Un momento dell'intervento della dott.ssa Chiara Giammarco, Consigliere della Corte d’Appello di Roma

«Numerose differenze sono da ricercare anche tra la funzione giudicante e la funzione requirente» ha aggiunto la magistrata, carte alla mano, in riferimento alle due metà della magistratura, la prima legata alle decisioni sui procedimenti penali e civili e la seconda formata dai pubblici ministeri: «Nella funzione giudicante le donne occupano il 40,4% dei ruoli dirigenziali, ma in quella requirente le procuratrici della Repubblica sono soltanto il 24,4%».

Secondo la consigliera Giammarco merita di essere evidenziato il fatto «che non abbiamo mai avuto una donna a capo della Procura generale presso la Corte di Cassazione né una Procuratrice nazionale antimafia e che la prima donna nominata Presidente della Corte di Cassazione è stata Margherita Cassano nel recente 2023».

«Oggi anche il tema del linguaggio merita attenzione – ha affermato la magistrata -, ho letto comunicazioni in cui alcune colleghe si firmavano al maschile ed altre al femminile». Anche questo restituisce la difficoltà di affermazione nella differenza. 

«Ci hanno insegnato che i magistrati portano la toga perché in quel momento non sono più solo cittadini, rappresentano la legge italiana. Vorrei che almeno in questi contesti si sciogliesse il nodo della lingua», ha aggiunto. E nel concludere il suo intervento la Consigliera della Corte D’Appello di Roma ha rammentato che Tina Anselmi soleva affermare che per cambiare le cose bisogna esserci.

A chiudere i lavori la professoressa Ida Nicotra, presidente della Scuola Superiore dell’Università di Catania che ha osservato come «grazie al lavoro delle ventuno madri costituenti, tutti i cittadini sono diventati uguali davanti alla legge ma ciò non ha comportato il cambiamento immediato di un sistema che spingeva nella direzione del ridimensionamento della presenza femminile in certe posizioni lavorative». «Lo dimostra – ha aggiunto - la vicenda di Rosa Oliva cui dobbiamo tanto, soprattutto l’inizio di una storia che oggi siamo orgogliose di raccontare».

Un momento dell'intervento della prof.ssa Ida Nicotra

Un momento dell'intervento della prof.ssa Ida Nicotra

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