Dario Fo, memoria viva: le voci di Piero Sciotto e Mario Pirovano

Al Monastero dei Benedettini, per la giornata di studi “Viaggio in Sicilia. Dario Fo e l’Isola a tre punte”, i due compagni di strada dell’artista hanno restituito al pubblico un ritratto personale, politico e profondamente teatrale del Premio Nobel

Alessandra Sicurella

Dario Fo non è stato soltanto un autore, un attore e un Premio Nobel: è stato un modo di intendere il teatro come spazio pubblico, come esercizio di libertà e di coscienza critica. È questa l’immagine emersa nell’incontro pomeridiano della giornata di studi “Viaggio in Sicilia. Dario Fo e l’Isola a tre punte”, a cura di Simona Scattina, ospitata all’Auditorium “Giancarlo De Carlo” del Monastero dei Benedettini. 

A raccontarla sono stati Piero Sciotto e Mario Pirovano, due figure che hanno conosciuto Dario Fo e Franca Rame da vicino, condividendone in forme diverse il lavoro, l’amicizia e l’impegno politico. L’incontro, introdotto e condotto da Simona Scattina, ha avuto il tono del racconto personale, ma senza mai separare la memoria privata dalla storia collettiva: quella dell’Italia delle lotte sociali, dei teatri occupati, delle tournée negli spazi più improbabili e di un’arte capace di interrogare il presente.

Simona Scattina

Un momento dell'intervento della prof.ssa Simona Scattina

Piero Sciotto, musicista e collaboratore di lunga data della Compagnia Fo-Rame, ha ripercorso l’inizio di un rapporto artistico nato negli anni Settanta. Fo, ha ricordato Sciotto, cercava un cantautore meridionale per uno spettacolo sulle carceri; da quell’incontro sarebbe nata una collaborazione destinata a durare nel tempo, tra musica, ricerca sul canto popolare e lavoro teatrale.

Nel suo racconto, Fo appare come un artista instancabile, ma anche come un compagno di lavoro capace di creare una sintonia immediata. Sciotto ha ricordato, con un sorriso, il momento in cui – dopo molti anni senza lavorare stabilmente insieme – Fo lo richiamò per accompagnarlo con la chitarra: «Quei ventiquattro anni non erano passati». Un legame fatto di intesa artistica e affetto, esteso naturalmente anche a Franca Rame.

Il viaggio nella memoria di Sciotto ha restituito soprattutto il clima di un’epoca in cui il teatro di Fo e Rame incontrava ostacoli concreti: sale negate, spazi da reinventare, scenografie montate e smontate in luoghi inconsueti. Eppure proprio quella precarietà poteva trasformarsi in invenzione scenica. Il teatro, nelle sue parole, non era un oggetto da contemplare a distanza, ma un’esperienza viva, costruita nel rapporto fra attori e pubblico.

Un momento dell'intervento di Piero Sciotto

Un momento dell'intervento di Piero Sciotto

Alla domanda su cosa resti oggi dell’impegno di Dario Fo, Sciotto ha risposto con una riflessione rivolta in particolare agli studenti: «Parlare di teatro non si può, il teatro bisogna vederlo». Un invito a recuperare filmati e spettacoli dell’artista, per incontrarne direttamente la forza espressiva, la capacità di passare con un gesto da un personaggio all’altro, di unire comicità e poesia. 

Ma, soprattutto, a coglierne la postura civile: «Dario racconta quello che succede nella società con un taglio che è quello della coscienza critica». Un possibile “nuovo Dario Fo”, secondo Sciotto, potrà esistere soltanto se saprà leggere il proprio tempo e tradurlo in arte.

Se Sciotto ha attraversato la memoria con il passo dell’aneddoto e della ricostruzione storica, Mario Pirovano ha portato sul palco – e poi letteralmente in mezzo al pubblico – la dimensione più fisica della fabulazione. Prima di iniziare, infatti, ha chiesto ai presenti di avvicinarsi, scendendo nella sala per ridurre la distanza tra voce, corpo e ascolto. Un gesto semplice, ma perfettamente coerente con la lezione di Fo: il teatro accade nella vicinanza, nella relazione diretta, nello scambio.

Un momento dell'intervento di Mario Pirovano

Un momento dell'intervento di Mario Pirovano

«La mia è una storia d’amore», ha esordito Pirovano, parlando del proprio incontro con Dario Fo e Franca Rame. Un amore per il teatro, ma anche per due persone che egli ha conosciuto fuori dalla scena, nel loro coinvolgimento quotidiano con le lotte del proprio tempo. «Dario era talmente coinvolto con la vita del suo tempo che tutto ciò che lui toccava, tutto ciò che lui faceva era necessariamente per produrre un benessere sociale», ha affermato.

Pirovano ha quindi dato voce a pagine del repertorio di Fo, passando dal racconto alla recitazione e mettendo in gioco quella tecnica fatta di ritmo, sguardi, gestualità e trasformazione continua che caratterizza il teatro di narrazione. Nei brani proposti, tra echi di Mistero buffo (Il miracolo di Lazzaro) e altri monologhi, la parola ha ritrovato la sua natura originaria: non testo immobile, ma azione, corpo e presa di posizione.

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

L’incontro ha permesso al pubblico di riscoprire l’eredità di Fo non soltanto attraverso la sua produzione artistica, ma anche grazie ai ricordi e alle testimonianze di chi ha condiviso con lui il cammino professionale e umano. Dalle parole di Piero Sciotto alle interpretazioni di Mario Pirovano, è affiorato il ritratto di un maestro profondamente radicato nella realtà sociale e politica del proprio tempo.

L’intera giornata di studi, ricca di interventi di esperti e ricercatori, e conclusasi con queste testimonianze, ha confermato la straordinaria attualità dell’opera di Fo e il suo profondo legame con la Sicilia. Ribadendo la necessità di continuare a studiare, guardare e ascoltare il suo teatro: un patrimonio artistico e civile che conserva intatta la capacità di parlare alle nuove generazioni.

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