Digital Fairness Act: verso un nuovo equilibrio tra consumatori e piattaforme digitali

Al Dipartimento di Giurisprudenza un'analisi sulle nuove strategie manipolative e gli strumenti normativi per il riequilibrio del mercato digitale

Andrea Spadaro

Rafforzare in modo significativo la tutela dei consumatori nell’ecosistema digitale europeo e garantire un ambiente online più equo, trasparente e rispettoso dei diritti degli utenti. Sono gli obiettivi del Digital Fairness Act (DFA), un progetto legislativo dell’Unione Europea che nasce dall’analisi dell’attuale quadro normativo e dalla consapevolezza che le regole esistenti — pur importanti — non riescono pienamente ad affrontare alcune delle problematiche emergenti nel contesto digitale, come le pratiche commerciali manipolative, la personalizzazione sleale delle offerte e le tecniche di design che possono influenzare indebitamente le scelte degli utenti.

Il DFA si propone di colmare le lacune rafforzando gli strumenti di protezione dei consumatori online, con un marcato focus su pratiche considerate dannose o poco trasparenti, quali i cosiddetti dark patterns (elementi di interfaccia progettati per ingannare o indurre all’errore), il marketing fuorviante tramite influencer e forme di personalizzazione che sfruttano le vulnerabilità individuali degli utenti a fini commerciali.

Un altro aspetto centrale del progetto legislativo è la protezione dei gruppi più vulnerabili, in particolare dei minori, i quali spesso utilizzano servizi digitali in modo intensivo e possono essere esposti a rischi specifici legati all’uso delle nuove tecnologie. Per questo motivo, il DFA mira a prevedere misure ad hoc per ridurre l’esposizione dei giovani a contenuti e tecniche di coinvolgimento potenzialmente nocive.

Su questo tema, nei giorni scorsi, nell’Auditorium Enzo Zappalà dell’ex Chiesa della Purità del Dipartimento di Giurisprudenza, si è tenuto un incontro di approfondimento – dal titolo Tutela dei consumatori nell’UE e necessità di riforme verso un Digital Fairness Act - organizzato dai docenti di Diritto civile Marisaria Maugeri e Giovanni Di Rosa dell’ateneo catanese nell’ambito del progetto Safi3, laboratorio didattico della Scuola Superiore dell’Università di Catania.

Nel loro intervento introduttivo, i docenti Maugeri e Di Rosa, hanno inquadrato il DFA come risposta europea a pratiche sempre più pervasive: interfacce ingannevoli, pubblicità opaca, marketing degli influencer e vulnerabilità dei minori. Il punto di partenza è la constatazione che l’attuale ambiente digitale espone i consumatori a meccanismi persuasivi difficili da riconoscere. 

In foto da sinistra Valeria Falce, Marisaria Maugeri e Giovanni Di Rosa

In foto da sinistra Valeria Falce, Marisaria Maugeri e Giovanni Di Rosa

La docente Marisaria Maugeri ha spiegato che “le nuove strategie manipolative e le crescenti minacce ai consumatori rendono necessari dei cambiamenti”. In questo contesto, la Commissione Europea – su impulso della presidente Ursula von der Leyen – ha avviato una consultazione pubblica per riformare la disciplina, con l’obiettivo di affrontare in modo sistematico le distorsioni generate dalle piattaforme online. Il DFA si inserisce così in una fase di transizione, in cui resta aperta la domanda su quale sarà il futuro assetto della materia.

Successivamente è intervenuta Valeria Falce, docente di Diritto dell’Economia all’Università Europea di Roma, che ha evidenziato come “il Digital Fairness Act va letto all’interno di un quadro più ampio che comprende la regolazione dei servizi digitali, la libertà dei media e la crescente ombra dell’intelligenza artificiale”. 

La docente si è soffermata sul tema della profilazione, intesa come “la tradizionale tecnica di Marketing e Comunicazione che si impone oggi come bussola che orienta le scelte di mercato" e ormai pilastro dell’industria 5.0. Il DFA punta a rendere evidente questa dinamica: “La strada è segnata da un consenso esplicito – ha aggiunto – che venga indicato in modo chiaro e consapevole, così da esprimere la propria autorità”.

Uno dei nodi centrali del dibattito è stato affrontato da Giovanni De Cristofaro, ordinario di Diritto Civile presso l’Università degli studi di Ferrara che ha approfondito il concetto di dark patterns.

“Questi percorsi oscuri – ha spiegato - sono pratiche che distorcono e compromettono in misura rilevante la capacità dei destinatari dei servizi di compiere scelte autonome”. 

L’organizzazione dei siti e la struttura dei software possono alterare significativamente il processo decisionale del consumatore, soprattutto nelle piattaforme di vendita online, che ne abusano senza il rischio di incorrere in sanzioni. 

Da qui una provocazione: serve davvero una quarta disciplina? Secondo il prof. De Cristofaro “prima di creare nuove norme bisognerebbe interrogarsi sull’effettiva applicazione di quelle esistenti, ripensando in particolare le regole sulla formazione del consenso nei contratti digitali”. 

Il tavolo dei relatori

Un momento dell'intervento della prof.ssa Valeria Falce

Enrico Camilleri, ordinario di Diritto Privato all’Università di Palermo, ha spostato l’attenzione sull’influencer marketing, un ambito privo di una definizione giuridica univoca così come privo della definizione di influencer, ma queste possono essere ricostruite attraverso diversi testi. 

“L’attività promozionale, spesso indiretta, non è mai del tutto neutra, e proprio per questo richiede tutele specifiche, soprattutto per i follower più giovani che approcciano le piattaforme online – ha detto -. In alcuni Paesi europei esistono già limiti stringenti su determinati sponsor e, le piattaforme, garantiscono strumenti chiari per dichiarare le collaborazioni con altri brand”.

Restano però alcune zone d’ombra, come la qualificazione giuridica degli influencer: diventano professionisti quando promuovono prodotti? 

Su questo punto il prof. Camilleri ha richiamato alcuni casi concreti: quello tra Meta e la creator Asia Valente o quello tra Belen e Stefano De Martino e la British American Tobacco per mostrare quanto sia delicato il tema della pubblicità sui social.

A chiudere l’incontro è stato Nicola Rizzo, ordinario di Diritto Privato all’Università di Pavia che ha invitato a superare la figura astratta del “consumatore medio” per valorizzare l’individualità delle persone reali. Guardando gli Stati Uniti e la loro politica sui dazi, capiamo come il mercato europeo abbia bisogno di rinnovarsi, stabilendo chiaramente un obiettivo da raggiungere per non farsi schiacciare dalle pressioni che arrivano in particolare dalla Silicon Valley, che chiede meno regolazioni per se stessa. 

“Nel mercato digitale, invece, il consumatore non negozia, ma aderisce a condizioni predisposte unilateralmente – ha spiegato il prof. Rizzo – , l’impresa non contratta ogni clausola, ma elabora condizioni generali. Al consumatore rimane la scelta del bene o servizio da acquistare”. 

Da qui l’importanza del rapporto tra tutela pubblica e privata, ma anche del risarcimento del danno e della responsabilità civile come strumenti concreti di riequilibrio. In un mondo sempre più dipendente da piattaforme globali, ciò che conta davvero è la possibilità per gli individui di mantenere un margine autentico di autonomia, senza dipendere totalmente dalle piattaforme online.

Il tavolo dei relatori

Il tavolo dei relatori

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