Donne romane: modello e simbolo tra antico e moderno

La condizione femminile nel mondo romano fra prospettiva ecofemminista, cultura, potere e linguaggio sociale, raccontata agli studenti universitari dalle docenti Margherita Cassia e Sarah Rey

Ania Messina

Per secoli le donne sono state al “centro” e al tempo stesso ai “margini” della società: da un lato, modello positivo di moglie e madre perfetta dedita ai figli e alla casa, laboriosa e silenziosa; dall’altro, modello negativo dell’adultera o della prostituta. 

«In realtà, l’analisi puntuale di tutte le testimonianze a nostra disposizione, letterarie, ma anche epigrafiche, documenta un variegato mondo femminile fatto di donne ricche o umili, comunque economicamente autosufficienti grazie ai proventi di un lavoro “onesto” e capaci di impegnarsi anche a vantaggio della propria comunità di appartenenza, svolgendo svariate attività nei rami professionali più disparati (commercio, artigianato, medicina)», spiega la professoressa Margherita Cassia

Proprio la docente di Storia romana al Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania si è occupata dell’organizzazione e del coordinamento scientifico del Ciclo di seminari di Sarah Rey che si è svolto al Monastero dei Benedettini nell’ambito dell’accordo Erasmus+ fra l’Università di Catania e l’Université Polytechnique Hauts-de-France de Valenciennes. 

In occasione delle due giornate di studio la protagonista indiscussa è stata la professoressa Sarah Rey, Maître de conférences HDR en Histoire Ancienne, che ha trattato la condizione femminile nel mondo romano nel suo rapporto fra natura, cultura, potere politico e linguaggio sociale. 

In foto da sinistra le docenti Margherita Cassia e Sarah Rey nel corso dell'incontro

In foto da sinistra le docenti Margherita Cassia e Sarah Rey nel corso dell'incontro

Quanto è importante studiare la condizione femminile nel mondo romano per comprendere il ruolo delle donne nella società odierna?

«Studiare la condizione femminile nel mondo romano è di fondamentale importanza per la comprensione profonda del ruolo delle donne nella società odierna, dove la storia sociale, economica, culturale e religiosa di Roma antica ha lasciato una traccia indelebile», spiega la prof.ssa Margherita Cassia.

«Nell’antica Roma la condizione femminile era caratterizzata da una subalternità giuridica, apparentemente giustificata da una presunta “inferiorità” fisica e psichica (imbecillitas sexus) della donna, costretta a vivere sotto il controllo del padre prima e del marito poi. Da questo stato di completa soggezione andavano esenti le vergini Vestali, sacerdotesse del culto del focolare domestico, le donne di libera condizione con tre figli (ius trium liberorum) e le ex schiave (o liberte) con quattro figli (ius quattuor liberorum)», ha aggiunto.

«Tuttavia – continua – a differenza delle donne greche, quelle romane, soprattutto in epoca imperiale, godevano di maggiore autonomia finanziaria, potevano gestire beni ed ereditare. Inoltre, nonostante l’esclusione formale dalla vita politica – alle donne infatti non era concesso il diritto di voto né quello di rivestire cariche pubbliche –, le aristocratiche romane esercitarono, soprattutto in frangenti storici particolarmente delicati, un’influenza notevole sulle scelte degli uomini al governo». 

«Non va sottovalutata, infine, la funzione educativa delle matrone romane, le quali, accanto al compito basilare di gestire la domus, rivestivano anche un ruolo formativo, e non di solo accudimento, nei riguardi della prole, garantendo così la continuità dei valori tradizionali (mos maiorum)», ha aggiunto.

«Alla luce di quanto sin qui detto – ha sottolineato la docente dell’ateneo catanese – l’analisi della condizione femminile nel mondo romano si prospetta oggi come un’opportunità preziosa per le nuove generazioni, alle quali lo studio del passato può fornire non solo gli strumenti critici necessari per decostruire moderni stereotipi di genere duri a morire, quali la connaturata “debolezza” delle donne oppure il cliché costituito dal loro ruolo esclusivo di “cura” della casa, ma anche il bagaglio culturale per comprendere a fondo fenomeni particolarmente significativi quali le radici del patriarcato, la conquista dei diritti femminili, la libertà come frutto dell’indipendenza economica, l’esercizio del potere attraverso la cultura e l’agency politica».

La condizione delle donne romane, sospesa tra “natura” e “cultura, reinterpretata alla luce delle prospettive ecofemministe sul mondo antico

Nella mentalità romana, comuni erano gli accostamenti della donna alla natura e, in particolare, al mondo animale. Ed è proprio questo uno dei temi trattati dalla professoressa Sarah Rey

«Nella mentalità romana, le donne sono spesso considerate più vicine alla natura – ha detto la prof.ssa Sarah Rey –. Questo non significa che gli uomini sfuggano talvolta a questo accostamento: alcuni avvocati e delatori antichi venivano paragonati a cani, ed ecco il motivo dell’eloquentia canina – spiega –; sul campo di battaglia, alcuni guerrieri potevano essere anch’essi paragonati a bestie feroci. Tuttavia, in diversi casi, le donne romane appaiono più “naturali” dei loro padri, fratelli o mariti. Se ci si sofferma sulle descrizioni dei lamenti femminili nei testi latini, si incontra il termine ululatus, che caratterizza i pianti delle donne, ma che indica anche certi versi di animali, in particolare di rapaci notturni».

«D’altra parte – continua – sembra che nell’antica Roma esistessero cerimonie per far cadere la pioggia, durante le quali venivano mobilitate le matrone. Questi riti sono poco documentati, ma il loro aspetto propiziatorio rimanda alle supplicationes tradizionalmente compiute a Roma dalle donne, con i capelli sciolti. Le lacrime femminili e la pioggia si assomigliano».

«Posso anche citare l’esempio della farina che le Vestali preparavano per i sacrifici e che si chiamava mola salsa (da cui deriva il verbo “immolare”) – ha proseguito nel suo intervento la docente –. I testi antichi non sono sempre espliciti, ma ho avuto l’impressione che la purezza di queste sacerdotesse garantisse la qualità della mola salsa, attraverso le loro “mani caste”. In generale, le Vestali sembrano mantenere un legame con i cereali e il buon ordine agrario di Roma. Quando si verificava un’epidemia che colpiva gli animali, si poteva accusare una Vestale di incestum, cioè di aver violato il suo voto di verginità. L’ordine delle sacerdotesse di Vesta mostra chiaramente il legame che unisce le donne romane alla natura. C’è stata quindi una sorta di primo pensiero ecofemminista antico».

In foto da sinistra le docenti Margherita Cassia e Sarah Rey

In foto da sinistra le docenti Margherita Cassia e Sarah Rey

Potere giuridico e dinamiche emotivo-sociali si intrecciano: la manus e le “lacrime di Roma” 

«Manus – spiega la professoressa Rey – è un termine molto usato dai giuristi romani per esprimere il potere, la forza, l’autorità, soprattutto quella esercitata dal paterfamilias e dal marito. Questo concetto giuridico ha influenzato, in una certa misura, l’immaginario romano. C’è un mito che mette in scena l’importanza della mano come organo giuridico, legato al giuramento e alla fides: è il racconto di Muzio Scevola, che pose la sua mano su un altare in fiamme per dimostrare la propria determinazione e il proprio “impegno” a uccidere il re etrusco Porsenna».

«La mano, in particolare la destra – ha aggiunto – è una parte del corpo la cui integrità e affidabilità sono “garantite” da Giove. La mano incarna il potere legittimo. I testi antichi mostrano spesso situazioni in cui persone in grande difficoltà, minacciate di morte o di schiavitù, implorano uomini potenti e invocano le loro mani soccorrevoli, che possono garantire la salvezza ai supplici. Ci sono molte storie di mani nelle narrazioni commoventi che fioriscono nei momenti di crisi: qui si trova il legame con le manifestazioni emotive che possono risolvere i problemi attraverso uno scambio di buoni sentimenti, una sorta di regolazione affettiva della vita sociale».

«Gli uomini di Stato romani piangevano abbondantemente, ne avevano il diritto e persino il potere – continua la docente –. Le lacrime servivano loro per accompagnare discorsi importanti, che impressionavano il pubblico. Al contrario, le emozioni femminili erano spesso viste con sospetto, considerate espressioni eccessive, incontrollate o, paradossalmente, troppo controllate e quindi subdole, legate alla manipolazione. Nell’Antichità – continua – le suppliche femminili accompagnate da lacrime non sempre erano considerate sincere. Publilio Siro, nel I secolo a.C., formulò una sorta di proverbio: “le lacrime femminili sono ingredienti di malizia”. Le “buone” emozioni femminili erano limitate al lutto e a certi riti religiosi. Nell’epoca romana, l’autonomia affettiva delle donne nello spazio pubblico sembra piuttosto circoscritta».

In conclusione, ci si chiede allora se e dove è possibile individuare delle continuità fra le strutture di potere e le rappresentazioni sociali dell’antichità romana e quelle del mondo moderno, in particolare riguardo ai ruoli di genere e alle emozioni pubbliche. 

«Gli storici diffidano delle continuità, che spesso sono false continuità fra le epoche. Nulla si ripete esattamente allo stesso modo – sottolinea la prof.ssa Rey –. Tuttavia, nello studio dell’antichità romana si trova materia di riflessione».

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