Al Monastero dei Benedettini le giornate di studio dei progetti EcoFem-VOCA, Eco-Sahwra e Deco-PAX tra ricerche e un confronto conMaria Carreras Goicoechea, Stefania Barca, Silvana Galassi e Balgis Osman
L’ecofemminismo, inteso non solo come ambito teorico ormai consolidato negli studi di genere, ma come prospettiva critica capace di leggere congiuntamente le dinamiche di sfruttamento della natura e le forme di oppressione di genere, intrecciando dimensioni ecologiche, sociali, coloniali e politiche.
Su questo tema si sono incentrate le Giornate di studio sull’Ecofemminismo, un percorso condiviso dei progetti EcoFem-VOCA, Eco-Sahwra e Deco-PAX, nati nell’ambito dei finanziamenti di ateneo Pia.Ce.Ri. 2024–2026 e fondati su un’impostazione collaborativa e interdisciplinare.
Le giornate di studio – che si sono tenute il 23 e il 24 febbraio al Coro di Notte “Giancarlo Magnano San Lio” del Monastero dei Benedettini, sede del Dipartimento di Scienze umanistiche – hanno costituito un momento di restituzione e confronto sullo stato di avanzamento delle ricerche. Una iniziativa che si inserisce nella programmazione più ampia che ha già visto, il 25 novembre 2025, l’organizzazione del seminario La cultura della violenza contro le donne in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e che culminerà in autunno con un convegno internazionale conclusivo dei tre progetti, dedicato alle prospettive contemporanee dell’ecofemminismo a livello globale.
A organizzare l’iniziativa il gruppo del progetto di ricerca Voci di donne. Studi storici, religiosi e linguistici, attivo dal 2015, che ha maturato in questi anni un’attenzione costante verso le questioni femminili in chiave comparata e internazionale, promuovendo convegni e pubblicazioni con studiose e studiosi provenienti dall’Europa e dal Sud del Mediterraneo.
L’approdo all’ecofemminismo rappresenta una naturale evoluzione di questo percorso: una scelta che risponde all’urgenza di colmare un ritardo del dibattito accademico italiano rispetto ai contesti anglofoni e francofoni e di contribuire in modo sistematico a un ambito di ricerca che, dal 1974 a oggi, si è profondamente trasformato e arricchito di nuove sfumature teoriche e pratiche.
I tre progetti affrontano l’ecofemminismo da prospettive complementari. EcoFem-VOCA lavora alla ricostruzione del vocabolario ecofemminista in italiano e in spagnolo, muovendo dalla constatazione che il lessico femminista sia stato storicamente poco studiato e che, in quasi cinquant’anni, si sia notevolmente rinnovato e ampliato. Deco-PAX indaga il femminismo pacifista in Sicilia in dialogo con movimenti di altri paesi europei, mettendo in luce il legame tra pratiche di pace e salvaguardia della terra. Eco-Sahara, infine, analizza il ruolo delle donne nei campi profughi sahrawi, evidenziando come la gestione della vita collettiva e delle risorse ambientali si intrecci a forme di resistenza e di cura ecologica.

In foto alcune relatrici del convegno
All’iniziativa sono intervenuti tre studiose di rilievo provenienti da contesti differenti ma accomunate da un approdo significativo all’ecofemminismo. Tra queste, Balgis Osman, voce autorevole dell’ecofemminismo africano e più volte premiata per il suo impegno scientifico e civile, porterà uno sguardo radicato nelle esperienze del continente africano.
Accanto a lei Stefania Barca, docente di storia contemporanea all’Universidade de Santiago de Compostela, dove insegna anche Ecologia politica e Genere e storia. Nel suo recente volume Forze di riproduzione (2024), Barca propone di adottare una versione ampliata del femminismo, capace di intrecciare prospettive ecologiche, decoloniali, di classe e di specie, offrendo una chiave di lettura particolarmente feconda per le ricerche in corso.
È intervenuta anche Silvana Galassi, biologa già docente di Ecologia, Ecosistemi ed Ecologia della nutrizione all’Università di Milano, già componente del Cnr e membro onorario del WWF Italia. Tra le sue pubblicazioni recenti figurano Ecologia dell’Anthropocene (2017) e Dalla parte di Gaia. Teorie e pratiche di ecofemminismo (2024), volume che verrà presentato il 25 febbraio presso la libreria Feltrinelli.
Le giornate di studio – coordinate dalla prof.ssa Maria Carreras Goicoechea di Lingua, traduzione e linguistica spagnola al Disum dell’ateneo catanese - si sono configurate così come uno spazio di confronto scientifico e di elaborazione teorica condivisa, in cui l’ecofemminismo non è soltanto oggetto di analisi, ma pratica viva di dialogo tra discipline, territori e generazioni di studiose.
In che modo le Giornate di studio sull’Ecofemminismo intendono valorizzare l’approccio interdisciplinare promosso dai progetti Pia.Ce.Ri (2024-26) ed EcoFem, EcoSahara e Decopax?
Su questo tema è intervenuta la professoressa Maria Carreras che, in quanto membro del gruppo di ricerca Voci di Donne, con i suoi studi religiosi, storici e linguistici, porta avanti il progetto Piaceri dell’Università di Catania. «La mia prospettiva da sola già è interdisciplinare di suo perché nella linguistica ci sono tante piccole deviazioni e differenze tra storia della lingua, lessicologia o la lessicografia, e traduttologia. Io li metto un po’ tutti insieme tenendo sempre in considerazione gli studi di antropologia culturale, perché la specie è culturale, non possiamo dimenticarci di questo», ha detto la docente.
«Insieme con le colleghe del progetto abbiamo portato avanti un lavoro interdisciplinare così come prevede la linea “Piaceri” che poggia sulla condivisione della ricerca – ha aggiunto -. Abbiamo unito i tre progetti indipendenti tra ricerca, studio e dibattito».

Un momento dell'intervento della prof.ssa Maria Carreras
Fare ricerca ecologica al femminile
Biologa ed ecologa, già docente di Ecologia all’Università di Milano, lavoro principale di Silvana Galassi è incentrata sul nesso tra crisi ecologica, disuguaglianze sociali e questione di genere in chiave ecofemminista. Membro del comitato scientifico Wwf Italia e socia di S.It.E. e Associazione Donne e Scienza, la Galassi svolge volontariato in Italia e Africa ed è autrice di circa 160 pubblicazioni scientifiche, principalmente su ecotossicologia acquatica e risorse biologiche.
Nel 2024 ha pubblicato il saggio Dalla parte di Gaia. Teorie e pratiche di ecofemminismo che esplora quella che sono la storia, le idee e le pratiche dell’ecofemminismo, mettendo in parallelo oppressione delle donne e sfruttamento della natura. Racconta di scienziate, ricercatrici e attiviste che hanno lavorato per la difesa dell’ambiente e per il riconoscimento del contributo scientifico delle donne.
«Il punto chiave per me è stato la scoperta dell'ecologia – spiega in apertura Silvana Galassi -. È una disciplina relativamente recente, olistica, che mette insieme tutto e che soprattutto dà importanza a sapere osservare quello che avviene in natura. Quindi invece di utilizzare il metodo classico riduzionistico, lo studio dei problemi, occorre osservare quello che succede negli ecosistemi reali, nell'ambiente. È un nuovo modo di studio utile a capire anche le cause di dissesto dell'ambiente, che è stato un po' il mio approccio».
«Mi sono sempre occupata di veleni, pesticidi e sostanze chimiche – aggiunge -. Successivamente, avendo una grande passione per gli esseri viventi, organismi vegetali e animali che vivono negli ecosistemi reali, ho imparato anche a prestare attenzione ai segnali che vengono dalla natura. Da questi segnali capiamo cosa funziona e cosa non funziona perché spesso le specie più sensibili sono le prime che reagiscono ai disturbi naturali o provocati dall'uomo col rischio di influire anche sulla nostra salute, sul nostro benessere».
«Per questo motivo quelli che io chiamo organismi sentinella andrebbero osservati perché ci dicono molto di quello che sta succedendo. Dal punto di vista delle leggi dell'ecologia normalmente gli organismi che stanno in cima alle piramidi alimentari, quindi i predatori, i grandi predatori acquatici e terrestri sono quelli che accumulano di più le sostanze persistenti e poi sono anche in genere non molto numerosi, con cicli vitali molto più lunghi – ha spiegato -. In generale osservare la biodiversità e come si riduce la biodiversità è una buona indicazione. Per esempio nel caso della vita acquatica esistono metodiche che prevedono di classificare la qualità dei fiumi in base agli organismi che vivono sul fondo. Se ci sono solo organismi molto resistenti vuol dire che mediamente il fiume è inquinato, se troviamo anche le specie più sensibili allora vuol dire che la qualità dell'acqua è buona».

Un momento dell'intervento di Silvana Galassi
Il cambiamento climatico come fattore di conflitto e instabilità civile, quali sono le principali implicazioni per le donne nel contesto africano?
Climatologa sudanese specializzata negli effetti del cambiamento climatico in Africa, Balgis Osman Elasha lavora come esperta senior di clima e crescita verde alla African Development Bank. Ha cominciato la sua carriera negli anni 80’ con progetti forestali in Sudan, promuovendo la gestione sostenibile delle foreste per ridurre la deforestazione e il consumo di legna. È stata autrice principale del Quarto Rapporto di Valutazione dell'IPCC (2007), contribuendo al Nobel per la Pace assegnato al panel, e ha ricevuto il premio UNEP Champions of the Earth nel 2008 per il suo lavoro su adattamento e educazione climatica. Le sue ricerche si concentrano su vulnerabilità nelle regioni aride, impatti sulle donne e comunità povere, e collegamenti tra clima, conflitto e sviluppo sostenibile in Africa.
«Il cambiamento climatico è ormai una realtà e tutti ne stanno avvertendo l'impatto – ha detto -. In Africa questo impatto è il più duro, non perché esso sia maggiore rispetto ad altre regioni, ma a causa di fattori specifici che riducono la sua capacità di adattamento e aumentano la sua vulnerabilità come continente in generale. Quando parliamo dell’Africa, in particolare dei paesi a basso reddito in Africa, dei paesi meno sviluppati, parliamo di questioni legate alla povertà, questioni legate alle scarse infrastrutture, alla mancanza di stabilità, ai disordini politici e alla variabilità climatica, che è un problema costante».
«Il cambiamento climatico si intreccia con tutti questi fattori ed è per questo che la vulnerabilità dell'Africa è maggiore o più estrema rispetto ad altri continenti, a causa dell'interazione tra fattori climatici e fattori socioeconomici – ha aggiunto -. Ha ovviamente chiaramente un impatto sugli uomini e sulle donne. Quest’ultime, però, a causa delle loro circostanze specifiche, sono più vulnerabili, più esposte all'impatto delle variabilità climatiche rispetto agli uomini. Parliamo soprattutto di quelle donne che vivono in zone rurali. Molte di loro non hanno né un buon livello di istruzione ne possiedono competenze come gli uomini. Sono perlopiù responsabili della casa, oltre che della raccolta di combustibile, cioè legna da ardere, e acqua, che è strettamente legata al cambiamento climatico».
«Qualsiasi problema che possa impedire o ostacolare l’accesso a queste risorse, unitamente al fatto che per ottenerle, sono costrette a dover impiegare uno sforzo maggiore per recarsi nelle zone dove possono trovarle, le espone a molti fattori di rischio, di conseguenza, sono più vulnerabili – ha proseguito -. Le donne, in Africa, non hanno potere decisionale sulla proprietà terriera che spetta, invece, esclusivamente agli uomini. Hanno meno possibilità di lavorare, minor capacità di muoversi, di spostarsi. Uno degli adattamenti al cambiamento climatico, infatti, è semplicemente quello di trasferirsi in un'altra zona e di solito sono gli uomini ad essere in grado di spostarsi lasciando le donne con i bambini alle spalle».
«Il cambiamento climatico può aumentare il rischio di conflitto perché può, ad esempio, ridurre la quantità di pascoli o acqua disponibili, creando competizione tra diversi soggetti interessati, come agricoltori, nomadi o pastori – ha precisato -. Questi conflitti possono addirittura portare alla guerra civile. Alcune persone, per paura di essere attaccate o di finire tra due fuochi, preferiscono trasferirsi in un altro luogo, dando vita a delle vere e proprie comunità di sfollati».
«Secondo l'ONU, l'80% degli sfollati sono donne, donne che prendono i loro figli e vanno a vivere nei campi profughi in altre zone, dove sicurezza e condizioni igieniche, potrebbero non essere delle migliori. Vengono, dunque, esposte ad altri rischi come violenza o aggressione sessuale – ha detto in chiusura di intervento -. Mentre gli uomini hanno la possibilità di trasferirsi per cercare altrove un altro mezzo di sostentamento o di un’altra fonte di reddito, molte donne sono lasciate indietro, vulnerabili, senza competenze, senza risorse. Per questa ragione anche la guerra ha un impatto enorme più sulle donne che sugli uomini».

In foto da sinistra Stefania Barca, Maria Carreras, Balgis Osman e Silvana Galassi
Perché una prospettiva transnazionale è fondamentale per comprendere l'evoluzione storica e politica del movimento eco-femminista?
Storica italiana specializzata in ecologia politica e storia ambientale, Stefania Barca, docente di storia contemporanea all’Universidade de Santiago de Compostela.
Nel suo libro Forze di Riproduzione (Edizioni Ambiente), propone un'ecologia politica femminista come strumento per una rivoluzione ecologica, valorizzando l'interdipendenza tra umani e natura contro soluzioni tecnocratiche.
«L'ecofemminismo è sempre stato un movimento transnazionale perché gruppi di donne che si organizzavano intorno a questioni ecologiche in diversi paesi erano coscienti le une delle altre, si ispiravano alle lotte le une delle altre – ha detto -. Ora, anche in un'epoca pre-digitale, come quella degli anni 60, c'erano altri canali attraverso i quali ci si conosceva, ci si incontrava, ci si scambiava idee. Per esempio, un momento molto importante fu la conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente che si svolse a Rio de Janeiro nel 1992».
«La conferenza delle Nazioni Unite ha rappresentato un primo momento in cui eco-femministe da tutto il mondo, si sono incontrate e hanno cominciato a coordinarsi – ha detto -. In quell’occasione sono cominciate a nascere delle reti transnazionali eco-femministe in cui si coordinavano le azioni in diversi paesi. Per esempio, l'azione e l'attivismo antinucleare contro le basi nucleari, un coordinato a livello mondiale. Questi gruppi si sono sviluppati anche in Italia, nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Francia e in diversi paesi e tutti coordinati tra di loro attraverso questa rete».