Eva (in principio fu il morso)

Al Cut il monologo di Rosy Bonfiglio esplora desiderio, passioni e memoria, tra gli archetipi di Verga e una messa in scena che coinvolge il pubblico in occasione del Catania Off Fringe Festival

Lara Mancuso e Mario Franceschini

Il desiderio come forza indomita, la passione che sfida la ragione e la memoria come legame con la parte più autentica di sé.

Con “Eva (in principio fu il morso)”, Rosy Bonfiglio ha portato in scena un viaggio tra istinto e consapevolezza, in cui il corpo diventa strumento di espressione e il teatro uno spazio per riscoprire quelle pulsioni profonde che la quotidianità spesso costringe a reprimere. 

Ispirato anche alle atmosfere e ai personaggi di Giovanni Verga, lo spettacolo – che ha aperto il trittico del Catania Off Fringe Festival al Centro universitario teatrale - ha intrecciato dimensione allegorica e ricerca interiore, coinvolgendo lo spettatore in una rappresentazione ipnotica in cui il confine tra ragione e passione si fa sempre più sottile.

«La mia è stata una scelta autoriale con il fine di assecondare quello che ritengo sia importante coltivare come autrice, anche a costo di riscontrare difficoltà e i pericoli di precarietà e non tutela che il mercato teatrale indipendente comporta», ha spiegato l’autrice e protagonista dello spettacolo esclusivamente indipendente, Rosy Bonfiglio, alla sua seconda partecipazione al Fringe. 

«Il Fringe è una bellissima vetrina nonché una grande occasione per mettere in circolo il lavoro, testarlo, incontrare il pubblico e conoscere colleghi con i quali sarebbe bello scambiare punti di vista e idee quanto più originali possibile», ha aggiunto l’attrice protagonista di “Eva”.

Eva in scena

Eva in scena

Il lavoro nasce nel 2017 quando Rosy Bonfiglio cerca di riformulare in chiave contemporanea alcuni dei lavori di Giovanni Verga tra cui Storia di una capinera e La Lupa riprendendo delle tematiche che condividono l’elemento del principio indomito, che non vuole essere disciplinato e che invita lo spettatore a prendere coscienza di sé e a non vergognarsi delle proprie pulsioni in quanto forze invisibili che muovono e che liberano l’uomo dalla staticità delle routine quotidiane. 

«Di grande ausilio sono stati gli approfondimenti classici sugli archetipi in quanto rappresentazioni mentali e pratiche teatrali corporee che sono serviti da cerniera tra psiche e corpo», ha spiegato la protagonista.

Il secondo attore in scena, Adriano Idris, si è soffermato sui temi della «realtà passionale e allegorica» e di come la «dualità tra ragione e passione» possa essere trasmessa parossisticamente. 

Ciò che i due attori tengono a specificare è l’importanza del tema della memoria, concetto messo in scena simbolicamente da un’acqua di papavero, o nella sua rappresentazione concettuale «l’acqua della dimenticanza», il rischio è quello di sconnettersi dal nostro eden interiore, il nostro giardino del contatto vero e autentico che spesso perdiamo di vista pur avendolo sempre tra le mani. 

Ne risulta una messa in scena ipnotica, interattiva, che tiene l’attenzione viva nello spettatore ed un filo rosso invisibile tra il pubblico e gli attori per tutta la durata dello spettacolo, dove il tempo sembra fermarsi e il fiato accorciarsi in attesa dell’evolversi della passione.

Rosy Bonfiglio e Adriano Idris in scena

Rosy Bonfiglio e Adriano Idris in scena

Back to top