Dall’intervento del magistrato Nino Di Matteo all’Università di Catania un’analisi del sistema mafioso tra relazioni di potere, stragi e responsabilità collettiva
«È necessario che tutti i cittadini facciano memoria, essere a conoscenza di ciò che la storia ci ha lasciato, avere una consapevolezza che i fatti devono essere analizzati sempre in un contesto più ampio, un contesto politico, un contesto criminale, un contesto nazionale e molte volte anche internazionale. Non è inutile ricordare le decine di magistrati uccisi, le stragi, l’enorme numero di omicidi eccellenti: da Pio La Torre a Piersanti Mattarella, al generale Carlo Alberto Della Chiesa. E ancora l’enorme numero di appartenenti alle forze dell’ordine, giornalisti, sacerdoti e imprenditori uccisi».
Con queste parole il magistrato e sostituto procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Nino Di Matteo ha aperto il suo intervento nel corso dell’incontro Mafia, stragi e democrazia, che si è tenuto nell’Auditorium Giancarlo De Carlo del Monastero dei Benedettini, in occasione del ciclo Dall'analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva dei seminari d’ateneo Territorio, ambiente e mafie - In memoria di Giambattista Scidà.
Introdotto dalla professoressa Rossana Barcellona, l’incontro è stato coordinato dal giornalista Peppino Lo Blanco che, insieme con la redazione di Inchiostro, ha dialogato con Nino Di Matteo e con Andrea Speranzoni, avvocato delle vittime della strage di Bologna, collegato in videoconferenza.
«Questo pomeriggio ci attende un compito non facile che è quello di comprendere a fondo il rapporto che esiste tra la struttura della mafia, così come si è evoluta fino ad oggi e il ruolo della cittadinanza attiva nel percorso di liberazione definitiva da questo cancro sociale che ha corroso e continua a corrodere la società italiana da decenni», ha detto il giornalista Peppino Lo Blanco, introducendo uno dei temi chiave del dibattito: «Quanto è difficile oggi ricercare la verità in questo paese».
«La mafia non può essere ridotta a semplice violenza: è piuttosto un sistema complesso di relazioni che si intrecciano con il potere economico e istituzionale – ha detto Nino Di Matteo -. Organizzazioni come Cosa Nostra sarebbero state eliminate in tempi brevi, purtroppo le vicende giudiziarie che hanno coinvolto figure di alto profilo istituzionale come Giulio Andreotti, Marcello Dell'Utri, Salvatore Cuffaro e Antonio D'Alì mostrano chiaramente come la mafia non si ponga sempre in contrapposizione allo Stato, ma cerchi piuttosto forme di convivenza e collaborazione con settori del potere. È proprio questa rete di rapporti che ha consentito a boss come Totò Riina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro di restare latitanti per periodi lunghissimi».
In questa prospettiva ci si affaccia alla stagione delle grandi stragi, gli anni tra il 1992 e il 1994 assumono un significato ben più ampio di una semplice vendetta. Gli omicidi di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si inseriscono in una strategia precisa: usare la violenza per ridefinire gli equilibri politici. “Fare la guerra per fare la pace” significa proprio questo: rompere con i vecchi referenti ritenuti inaffidabili e aprire la strada a nuovi interlocutori.
Le indagini e i processi hanno, inoltre, evidenziato che quelle stragi non furono esclusivamente opera di Cosa Nostra, ma coinvolsero anche soggetti esterni, tra cui componenti dei servizi segreti deviati. In questo quadro si inseriscono anche figure controverse come Paolo Bellini, collegando tali eventi ad altri episodi della storia italiana, comprese le stragi di matrice eversiva.

Un momento dell'intervento del magistrato Nino Di Matteo
Il sostituto procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Nino Di Matteo, nel suo intervento, ha denunciato «il rischio di una lettura riduttiva di questi fatti: analizzare le stragi come episodi isolati, o limitarne le cause a singoli filoni investigativi, significa perdere di vista il loro disegno complessivo e, di fatto, contribuire a nuovi depistaggi».
«Oggi la mafia non è scomparsa – ha aggiunto -. Ha semplicemente mutato strategia, privilegiando un profilo più discreto e meno visibile. Proprio per questo risulta ancora più insidiosa: si insinua nell’economia legale, mescolando capitali leciti e illeciti e rendendo sempre più difficile distinguere tra ciò che è legale e ciò che non lo è».
«Se tutto questo è stato possibile, se tutto questo è accaduto in Italia, in Sicilia in particolare, è solo grazie alla capacità di Cosa Nostra di creare, mantenere, implementare nel tempo costantemente i suoi rapporti con il potere, con il potere ufficiale, con il potere politico innanzitutto ma anche con il potere istituzionale oltre che con quello imprenditoriale ed economico», ha spiegato il magistrato.
«Il fatto è che la mafia non necessariamente si vuole contrapporre alle istituzioni, ma vuole dialogare con esse, vuole penetrare al loro interno, così possiamo forse cominciare a capire perché quasi tutti questi episodi sono contrassegnati anche dalla sparizione, dall'alterazione di documenti che potevano essere fondamentali nella prima ricostruzione, nella prima comprensione dei fatti – ha aggiunto -. Forse così riusciremo a capire che cosa è il rapporto tra la mafia, la politica e le istituzioni»
Il magistrato ha ricordato ai presenti come «da quasi trent’anni la mafia siciliana ha adottato una strategia diversa: quella della sommersione». «Evita le stragi e gli omicidi eccellenti, perché attirerebbero troppo l’attenzione e allarmerebbero l’opinione pubblica – ha detto -. Ma questo non significa affatto che sia stata sconfitta, anzi: oggi è più difficile da individuare e contrastare».
«Stiamo assistendo a una forma di legalizzazione strisciante delle attività mafiose, con una crescente confusione tra capitali mafiosi, imprenditoriali e politici – ha aggiunto -. Tutto diventa più fluido, più ambiguo: quando entriamo in un ristorante, in un negozio o in un centro commerciale, spesso non sappiamo se i nostri soldi finiscono, direttamente o indirettamente, nelle casse delle organizzazioni mafiose, la mafia oggi si comporta sempre più come un’agenzia di servizi: non impone soltanto con la forza, ma offre soluzioni, mette in relazione interessi, facilita operazioni economiche. È un sistema che si intreccia con pezzi dell’economia e della politica, anche attraverso rapporti di scambio elettorale e condizionamento delle amministrazioni locali».
«Per questo è sbagliato pensare che Cosa Nostra sia alle corde, la sua storia è fatta di cicli: momenti in cui sembra in crisi e altri in cui si riorganizza e torna più forte, spesso in forme meno visibili, ma più insidiose», ha spiegato.
Da qui l’interrogativo rivolto al magistrato: «Che cosa non ha funzionato nel passato e quali sono, oggi, le criticità che continuano a rendere vulnerabile il sistema di prevenzione e contrasto alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni?»
«Il popolo deve reagire, la necessità di una rivoluzione che parta dal basso è viva, una situazione di responsabilità, di speranza, non possiamo avere sfiducia e rassegnazione nei confronti delle istituzioni, la politica diventa sporca quando le persone oneste e per bene stanno al di fuori di questo sistema», ha risposto Nino Di Matteo.

Un momento dell'incontro
Ancora uno dei temi più delicati trattati dal magistrato ha riguardato il rapporto tra cittadini e istituzioni in territori segnati dalla presenza mafiosa. A una domanda sui numerosi scioglimenti di comuni per infiltrazioni — oltre 400 dal 1991 a oggi — e sulla conseguente crisi di fiducia, il magistrato ha risposto con realismo, ma senza rinunciare a una prospettiva di cambiamento.
«Le cose possono sempre cambiare», ha affermato, sottolineando come «la fiducia nelle istituzioni non debba venir meno in modo assoluto, ma vada riposta in quelle che dimostrano trasparenza e coraggio». «La fiducia deve avvalersi quando vediamo istituzioni che non nascondono la verità sotto il tappeto», ha aggiunto. Un passaggio importante, che invita a distinguere tra le diverse componenti dello Stato, valorizzando chi si impegna concretamente nel far emergere le responsabilità.
Il magistrato Nino Di Matteo ha concluso il suo intervento con un appello diretto all’impegno sociale: «Bisogna assumersi la responsabilità, il popolo deve farsi avanti». Un invito chiaro a non delegare completamente la lotta alla mafia, ma a partecipare attivamente, perché «il cambiamento — ha lasciato intendere — passa anche dalla consapevolezza e dall’impegno dei cittadini».
Uno spazio, infine, è stato dedicato all’avvocato delle vittime della Strage di Bologna, Andrea Speranzoni, al quale il pubblico ha rivolto una domanda su uno dei temi più controversi della storia repubblicana.
In particolare, è stato chiesto se esistano elementi che possano indicare collegamenti diretti tra le stragi di mafia e gli attentati di matrice terroristica che hanno colpito l’Italia, in particolare negli anni Novanta.
L’avvocato Speranzoni ha risposto sottolineando come, allo stato delle sentenze definitive, «non emergano prove di collegamenti diretti e strutturati tra le due tipologie di stragi». «Tuttavia - ha evidenziato - che nel corso degli anni diverse inchieste hanno fatto affiorare possibili convergenze di interessi, contatti indiretti e coincidenze temporali, elementi che continuano ad alimentare il dibattito storico e giudiziario».
«Un quadro ancora complesso - ha concluso -, in cui la ricerca della verità non può dirsi pienamente esaurita, anche alla luce di nuovi elementi emersi nel tempo e del lavoro costante della magistratura».
L’incontro si è chiuso con la restituzione di una immagine di un fenomeno mafioso tutt’altro che superato, capace di trasformarsi e di adattarsi ai mutamenti della società, insinuandosi nelle pieghe dell’economia e delle istituzioni. Ma allo stesso tempo emerge con forza un altro elemento: la centralità della memoria, della conoscenza e della partecipazione civile come strumenti indispensabili per contrastarlo.
Tra analisi storica, riflessione critica e testimonianze dirette, il confronto ha evidenziato come la ricerca della verità non sia soltanto un compito della magistratura, ma una responsabilità collettiva, che chiama in causa cittadini, informazione e istituzioni. Perché è proprio nella consapevolezza diffusa e nell’impegno condiviso che può trovare spazio una reale possibilità di cambiamento.