Franco Battiato. Il lungo viaggio

Il ritratto di un artista che sfugge alle etichette in un’esperienza cinematografica tra musica, immagini e ricerca interiore

Noemi Rapisarda e Graziana Fisichella

Solo tre giorni. È il tempo concesso al pubblico per la visione di Franco Battiato. Il lungo viaggio nelle sale italiane, dal 2 al 4 febbraio. Un lasso di tempo breve, quasi simbolico, per un film che racconta il ritratto di un artista che ha sempre rifiutato le etichette e che, anche sul grande schermo, continua a sottrarsi a ogni definizione.

Il film, diretto da Renato De Maria, segue la vita del giovane Battiato, interpretato da Dario Aita, dagli anni siciliani fino all’approdo a Milano nei primi anni Settanta, attraversando le tappe decisive di una formazione segnata da una costante tensione verso l’altrove. Da ciò si evince il legame profondo che Franco Battiato aveva con la madre Grazia e il suo essere inquieto fin dall’infanzia. Lasciata la sua terra, Battiato si immerge nella scena culturale milanese, allora centro dell’industria discografica e da qui in poi inizia il suo viaggio interiore, esistenziale e artistico.

Franco Battiato mentre si esibisce in un videoclip di un suo brano famoso

Franco Battiato mentre si esibisce in un videoclip di un suo brano famoso

La narrazione inizia in Sicilia, le cui scene vengono girate principalmente ad Acireale; qui viene mostrato un Battiato bambino che, attraverso anche l’uso caratterizzante del dialetto, è incline alla ribellione.  In questa prima parte viene mostrato il rapporto con la famiglia, da cui emergono chiaramente il contrasto con il padre e il legame affettivo con la madre, figura centrale all’interno della sua vita e della sua carriera, tanto da essere la prima a credere in lui e a regalargli il suo primo pianoforte, sottratto in seguito dal padre. 

Dopo la morte del padre, sarà questo evento a spingerlo a voler partire per Milano. A Milano inizia ad incidere i suoi primi dischi e a interagire con le prime case discografiche. Inizia così la sua sperimentazione musicale sia dal punto di vista dei concetti che dal punto di vista dell’armonia con l’uso dell’elettronica. 

La sua volontà di andare oltre le convenzioni lo fa entrare in contrasto con le case discografiche milanesi le quali, giudicando i suoi brani, come troppo filosofici: io sono per me e non per gli altri (citazione del film del pensiero del protagonista riguardo questa sua prima fase), puntano invece ad avere un dialogo più aperto con il pubblico. Il film cita infatti come primo disco Fetus, che riassume perfettamente lo stile di quel periodo.

Frame del film in cui Battiato incide uno dei suoi pezzi

Frame del film in cui Battiato incide uno dei suoi pezzi

A causa dei contrasti con le case discografiche, Battiato abbandona temporaneamente la musica, nonostante venga spronato a continuare dal suo maestro di pianoforte e mentore. Quindi, Battiato parte per Tunisi per ritrovare sé stesso, capire la sua identità e per rispondere alla domanda che lo accompagna da quando è piccolo: chi sono io? Questo interrogativo, che apre un suo tema alle elementari, come viene ricordato dalla madre, non è soltanto il punto di partenza ma il vero fil rouge della narrazione. 

È grazie a questo viaggio che ritrova l’ispirazione e la volontà di aprirsi ad un dialogo con il pubblico. Il simbolo di questa epifania è L’era del cinghiale bianco con la quale Battiato inaugura la volontà di voler fare successo, passando dalla sperimentazione elettronica alla musica pop. 

Da qui in poi, il film fa una rimediazione dei videoclip che vengono citati con le stesse inquadrature, in particolare con il celebre Centro di gravità permanente, che lo porta definitivamente al successo commerciale, senza tradire la sua passione verso la filosofia, solo nascosta dai toni leggeri e dalla sua inconfondibile ironia: in un’intervista, alla domanda di cosa parla il brano, Battiato risponde Una mia amica cercava un centro per farsi la permanente.

Un frame della rimediazione del videoclip "Centro di gravità permanente"

Un frame della rimediazione del videoclip "Centro di gravità permanente"

Nel film si evince, inoltre, il rapporto speciale tra Battiato e la sua amica Fleur Jaeggy, interpretata da Elena Radonicich. Fleur è una presenza costante e discreta che entra nella vita di Battiato quando già il suo successo è consolidato. È una figura di ascolto ed è una delle poche persone che gli rimane accanto senza interferire nella sua vita: lo ascolta senza interrompere, non commenta le sue scelte artistiche e, soprattutto, non giudica i suoi silenzi. Nel film, anche se non si ha la certezza, viene legata al loro rapporto La stagione dell’amore

Quando la musica entra in gioco è molto significativa: Fleur non ruba la scena, la sua voce, quando viene evocata, è trattata come un’estensione del mondo sonoro di Battiato. Nel linguaggio del film rappresenta un’idea di armonia fondata sulla collaborazione e sulla fiducia reciproca, priva di ogni forma di ego. La musica che li unisce appare come un dialogo già compiuto ,che non ha bisogno di essere spiegato allo spettatore. Un aspetto particolarmente riuscito del film è il modo in cui il loro rapporto viene mostrato: Fleur non completa Battiato, ma gli somiglia. Tra loro si crea uno spazio protetto, un luogo intimo in cui Battiato può abbassare la guardia.

Franco Battiato e l’amica Fleur Jaeggy

Franco Battiato e l’amica Fleur Jaeggy

Ancora più centrale è il rapporto con la madre Grazia, interpretata da Simona Malato. Fin dal primo frame si evince l’ironia e la forza del loro legame che riesce a sostituire anche quello mai instaurato con il padre. A differenza della madre, lui non ha mai creduto in Battiato e nella sua passione per la musica. Per questo motivo la donna è la prima fan del suo lavoro e colei che lo sprona a seguire la sua passione, seppur con qualche remora. 

Nel luogo in cui vivono all’inizio, cioè la Sicilia degli anni Cinquanta, la carriera di artista nella musica può sembrare, infatti, un’utopia lontana e irrealizzabile. Questo è solo il primo dei numerosi atti di cura che la madre attua nei confronti di Battiato e che ispira la creazione del suo brano più toccante e significativo, La cura. Atti che sente di dover ricambiare nel momento in cui la madre si ammala: Tu ti sei presa cura di me e adesso sarò io a farlo

Franco Battiato e la madre Grazia

Franco Battiato e la madre Grazia

La pellicola si sviluppa non solo come percorso biografico, ma anche come itinerario onirico che dialoga con l’esperienza del mondo esterno. Le sequenze innevate scandiscono questa ricerca interiore, alludendo a una verità impalpabile, definita dal maestro Antonio Ballista come intangibile. Questo sogno si conclude con l’ultimo saluto alla madre e con la consapevolezza di essere riuscito a trovare sé stesso in quel luogo ormai riconosciuto come sicuro.

Franco Battiato. Il lungo viaggio affida così a realismo e musica il compito di onorare la memoria di un genio in perenne movimento. Attraverso un’oscillazione equilibrata tra linguaggio cinematografico e televisivo, capace di non deludere nessuno e, cosa più importante, resta fedele all’anima dell'artista di cui racconta la vita. 

Ultima scena del film

Ultima scena del film

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