Indagini non invasive di Unict hanno individuato strutture sepolte e aprono nuove prospettive sul sito ellenistico calabrese
Cosa si nasconde sotto uno dei più importanti abitati fortificati della Calabria ellenistica? A rispondere è un'indagine che unisce archeologia e geofisica. Grazie a sofisticate tecniche di esplorazione del sottosuolo, un team interdisciplinare dell'Università di Catania ha individuato anomalie compatibili con strutture sepolte nel sito di Castiglione di Paludi nel Cosentino, offrendo nuovi elementi per ricostruire l'organizzazione dell'antico insediamento e fare luce sulla sua evoluzione tra il IV secolo a.C. e l'età ellenistica, senza ricorrere ad alcuno scavo invasivo.
Il sito di Castiglione di Paludi, infatti, è uno degli abitati fortificati più notevoli del panorama calabrese. La sua fondazione viene collocata nel IV sec. a.C., ma non è ancora chiara se per opera delle popolazioni delle poleis magnogreche o di quelle brettie stanziate in questo territorio.
Caratterizzato da un'imponente e articolata cinta fortificata, l’accesso a Castiglione di Paludi era garantito da almeno due porte, situate nel settore orientale, quella di nord-est venne particolarmente monumentalizzata.
L’abitato è stato organizzato regolarmente lungo un asse viario centrale (plateia), con la presenza di almeno una grande area destinata a funzioni pubbliche.
La maggiore singolarità è rappresentata dai resti di una costruzione molto danneggiata che interrompe la plateia all’incirca a metà del percorso e che appare di difficile interpretazione, ma suggerisce l’esistenza di un altro polo pubblico in questa zona, probabilmente denotato da una prevalente valenza sacra.
Veduta dei resti archeologici di Castiglione delle Paludi
Chiarire la funzione di questa costruzione potrebbe costituire un importante contributo per poter collocare correttamente Castiglione di Paludi in quel sistema di processi che caratterizzarono il passaggio all’età Ellenistica, un fenomeno che ha avuto modalità e tempistiche di sviluppo differenti nelle diverse aree del Mediterraneo Occidentale.
La caratterizzazione del sottosuolo trova nella geofisica applicata uno strumento interdisciplinare indispensabile, permettendo la ricostruzione della distribuzione spaziale delle proprietà fisiche del sottosuolo.
Contemporaneamente, risulta un potente mezzo in ambito archeologico, poiché in grado di individuare e caratterizzare strutture sepolte quali antiche strade, muri, tombe.
Nel maggio scorso, mediante una collaborazione interdipartimentale tra gli archeologi del Dipartimento di Scienze umanistiche (i docenti Luigi Caliò, Gianmichele Geroguannis, Andrea Raimondi) e i geofisici applicati del Dipartimento di Scienze biologiche geologiche e ambientali (i docenti Sebastiano Imposa, Gabriele Morreale, Gabriele Quattrocchi e Simone Zabo) è stata condotta una campagna di indagini nel sito archeologico di Castiglione delle Paludi al fine di individuare l’eventuale presenza di resti sepolti.
Il team del laboratorio di Geofisica Applicata del Dsgba dell’Università di Catania ha progettato una campagna di indagini non invasive di elevato dettaglio (vedi figura 2), integrando le metodologie geoelettriche e magnetiche a supporto delle possibili ricostruzioni dell’area da studiare, in sinergia con il team archeologico.

Acquisizione ERT trasversale ai resti archeologici
Geofisica integrata svela il sottosuolo con modelli 3D e indagini non invasive
Tomografie di resistività, magnetometria e georeferenziazione GNSS hanno permesso di ricostruire il sottosuolo in 3D, individuando anomalie compatibili con possibili resti archeologici e fornendo una base scientifica per i futuri scavi. A spiegare le attività di ricerca eseguite sono proprio i docenti dell’ateneo catanese.
L’attenzione, come concordato tra gli archeologi e i geofisici, è stata rivolta principalmente su due delle tre aree individuate all’interno della plateia, con il fondamentale obbiettivo di individuare e caratterizzare geometricamente possibili resti sepolti, vista la presenza in superfice di antiche rovine (come rappresentate in figura 2).
Nell’area 1, come nell’area 2, sono state eseguite undici tomografie elettriche di resistività (ERT) della lunghezza di 31 metri, parallele e distanti tra loro di un metro, utilizzando 32 elettrodi e con una distanza interelettrodica di un metro.
Seguendo lo stesso schema di acquisizione è stata sovrapposta l’indagine magnetometrica, eseguita tramite magnetometro a precessione di protoni, con una distanza tra le bobine di 2,30 metri e con un passo di campionamento di un metro, in configurazione gradiente, per un totale di 32 misure per ogni linea e per un totale di 11 sezioni per ogni area investigata.
Ogni elettrodo e punto di misura è stato georeferenziato tramite uno strumento GNSS, così da ottenere la massima precisione sull’ubicazione delle possibili anomalie individuate e sulle variazioni topografiche.
I dati acquisiti sono stati elaborati mediante appositi softwares con i quali, tramite processi d‘inversione, è possibile ottenere sezioni 2D e modelli 3D che mostrano la variazione della resistività nel sottosuolo.
Dalla elaborazione ed interpretazione dei dati, nella prima area è evidente la presenza di anomalie, ubicate nei primi metri di sottosuolo (1,5 - 2 metri di profondità circa) e caratterizzate dalla presenza di valori di resistività (ρ > 90 Ω*m), che potrebbero essere associate alla possibile presenza di resti sepolti (vedi figura 3).

Alcuni componenti del Laboratorio di Geofisica applicata
Dalla elaborazione ed interpolazione di tutte le sezioni ERT dell’area 1 è stato possibile ricostruire il modello 3D del sottosuolo dove risulta evidente la presenza di tali anomalie e la loro estensione nelle tre dimensioni, concentrate nel settore nord-est della zona.
La distribuzione dei valori di resistività nella seconda area mostra un andamento più regolare, priva di marcate anomalie di resistività, presenti ad una profondità maggiore, indice di variazione delle proprietà fisico/meccaniche del sottosuolo.
Così come effettuato nell’area 1, anche per l’area 2 è stato ricostruito il modello 3D del sottosuolo derivante dalla interpolazione di tutte le sezioni ERT precedentemente acquisite da dove si evince che non ci sono evidenti variazioni di resistività nei primi metri del sottosuolo.
Dai risultati ottenuti dalle indagini magnetometriche effettuate nell’area 1 si evidenzia la presenza di anomalie del gradiente magnetico (rappresentate dai contrasti di valore di quest’ultimo), consentendo di ottenere una buona corrispondenza con le anomalie di resistività (figura 7 e figura 9).
Per la seconda area, così come ottenuto con l’indagine geoelettrica, non si evidenziano forti variazioni del gradiente magnetico.
In conclusione, si evidenzia come l’approccio multidisciplinare, effettuato tramite l’utilizzo delle due metodologie geofisiche, fornisca informazioni fondamentali relative alle caratteristiche del sottosuolo delle aree indagate in maniera non invasiva, suggerendo utili informazioni per i successivi approfondimenti archeologici.
Dalla integrazione tra le indagini geofisiche è evidente che c’è una buona correlazione tra di esse e in considerazione degli ottimi risultati ottenuti, si suggerisce una continuazione delle indagini nelle aree limitrofe al fine di ottenere una ricostruzione del sottosuolo più esaustiva.









