Giovanni Grasso, la “meteora” del teatro mondiale torna a vivere

Al Cut lo spettacolo del laboratorio “Art to be actor – The experience of Giovanni Grasso”, il progetto ddell’Associazione Culturale Mandara Ke, con la regia di Marcello Cappelli e Lucia Sardo, la drammaturgia di Biagio Guerrera e le musiche di Colapesce

 

Giusy Andolina
Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo

C’è un nome che attraversa la storia del teatro come una scia improvvisa, luminosa e poi inghiottita dal silenzio: Giovanni Grasso

E proprio da quel silenzio, al Centro Universitario Teatrale dell’Università di Catania, la sua voce sembra tornare a farsi corpo, gesto, energia. Uno spettacolo che non è solo memoria, ma interrogazione viva: come può un attore nato nella Sicilia di fine Ottocento diventare un riferimento per il teatro mondiale e poi scomparire come una cometa, lasciando dietro di sé una scia ancora incandescente?

In scena il lavoro del laboratorio teatrale Art to be actor - The experience of Giovanni Grasso, il progetto curato da Marcello Cappelli e Lucia Sardo, nell’ambito delle attività di ricerca e formazione dell'Associazione Culturale Mandara Ke, che restituisce la forza di un artista che ha trasformato la fisicità in linguaggio universale.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

Uno spettacolo che nasce dall’esigenza di riportare alla luce il lavoro e la figura di Giovanni Grasso, considerato in tutto il mondo uno dei più grandi attori del ‘900 e dimenticato in Sicilia, ristabilire un contatto con le radici e riportare la sua esperienza nel panorama culturale contemporaneo.

Grazie alla regia di Marcello Cappelli, la drammaturgia di Biagio Guerrera, le musiche di Colapesce, le scene e le proiezioni di Luca Ruzza e l’introduzione di Simona Scattina (docente del Dipartimento di Scienze umanistiche dell'Università di Catania), il pubblico è stato accompagnato dentro una figura che ha segnato il Novecento e che, come scrisse Silvio D'Amico, “esplose sulle scene con la violenza di un’apparizione irripetibile”.

A dare vita allo spettacolo sono stati gli studenti dell’accademia Gaetano Baglio Enzo Campo Francesco Carbone Agnese Fallica Salima Khalidi Andrea Napizia Miryam Parisi Gerri Pistorio Federica Polizzi.

Proprio loro, sul palco, hanno intrepretato al meglio le note fondamentali del talento di Giovanni Grasso, il grande “lascito” dell'attore catanese alle “grandi rivoluzioni teatrali del XX secolo”: la recitazione corporea, il movimento scenico e la “voce” dei pupi siciliani, l'improvvisazione e la commedia.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

La meteora del teatro che conquistò il mondo con la voce del corpo

Giovanni Grasso, nato a Catania nel 1873 e cresciuto nella tradizione dell'Opera dei Pupi, da sempre riconosciuto come un attore straordinario, è stato spesso descritto come un’inspiegabile meteora che ha attraversato il teatro nei primi anni del Novecento. E proprio come una meteora sembra che dal nulla sia spuntato e che nel nulla sia poi finito. In mezzo a questi “nulla” c’è il ricordo della sua recitazione eccessiva e selvaggia che ammaliò e scandalizzò il pubblico e critici di tutto il mondo.

Dato che recitava in siciliano, aveva bisogno di spiegare con altri mezzi l’espressività del testo: usava la mimica e la mobilità del corpo in modo straordinario, sul palcoscenico correva, afferrava gli oggetti, li lanciava, imprimeva ritmo alla scena. Sfruttava una fisicità imponente per superare la barriera della lingua, recitando in dialetto siciliano ma risultando comprensibile e travolgente in tutto il mondo. 

La sua straordinaria fisicità e padronanza del palcoscenico lasciarono un segno indelebile nei maestri del teatro del Novecento. Il suo modo di concepire il movimento ha trasformato la gestualità in una vera e propria lingua, influenzando profondamente la biomeccanica teatrale e la successiva evoluzione drammatica. 

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

Quale energia aveva in sé quest’uomo da poter recitare in dialetto catanese in ogni parte del mondo e suscitare entusiasmo, sorpresa ed emozioni? Tanti artisti che sono alla base del teatro contemporaneo sono stati toccati dalla sua arte: Konstantin Stanislavskij, regista e pedagogo teatrale russo, lo invita a lavorare con i suoi attori. 

Vsevolod Ėmil'evič Mejerchol’d attore, regista e teorico del teatro russo lo definisce “il più grande attore drammatico del mondo”; Lee Strasberg lo prende come riferimento per fondare l’Actor Studio;  Edward Gordon Graig, studioso e teorico dell’attore marionetta,  lo porta a girare in tutta Europa; André Antoine e Jaques Copeau ne parlano in diversi articoli, riconoscendo all'attore siciliano una forza espressiva rivoluzionaria e una modernità dirompente. 

Giovanni Grasso fa tournée in tutta Europa (basti solo pensare al viaggio in quell’epoca da Catania a Mosca), riempie i teatri delle maggiori capitali europee, del sud-America e New York. Viene ricevuto da regnanti e ricoperto di riconoscimenti e poi improvvisamente scompare nel nulla: "una cometa", come lo definisce Silvio D’Amico.  

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

Cosa ha spinto Grasso a comunicare il suo messaggio, cosa aveva capito del suo tempo tanto da far diventare mondiale la sua arte?  Quale è stato il suo motore che gli ha permesso di confrontarsi con le nascenti teorie e tecniche che lanciavano le basi nei maggiori teatri di Londra, Parigi, Roma, New York. Arrivando sino alla culla del teatro contemporaneo di Mosca, partendo dall’estrema periferia della Sicilia, a Catania. 

Nei primi tre decenni del Novecento fece impazzire i teatri di tutto il mondo recitando in siciliano le opere di Verga, di Capuana, di D’Annunzio e di tanti altri autori anche stranieri, tradotti appositamente per lui. E pur non sapendo né leggere né scrivere, tuttavia attingeva ad un suo metodo personale che divenne la chiave del suo successo, comunicando quel mondo intriso di passionalità, di esagerazione che abbracciava l’immediatezza della realtà popolare, l’espressività dialettale che caratterizzava il teatro dell’opera dei pupi.  

Non solo un attore dotato di innate doti interpretative, ma un artista maturo, pienamente padrone della meccanica del proprio corpo e capace di comporre in un sapiente montaggio i propri mezzi espressivi.

Dopo la morte dell’attore, avvenuta il 14 ottobre 1930, Silvio D’Amico scrisse di lui: “Certo è che l’apparizione di Giovanni Grasso sulle scene d’Italia, e poi d’Europa, fu lo scoppio di una bomba. Grasso non si rivelò affatto, come succede quasi a tutti gli attori anche insigni, per gradi, non si insinuò a poco a poco nel cuore del suo pubblico; ma se lo conquistò in un baleno con la violenza e, letteralmente, col coltello in mano”.

giovanni grasso
Back to top