“Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”: il film che restituisce voce, memoria e verità

Il documentario ricostruisce il sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore friulano: “Un racconto rigoroso e senza vittimismo per difendere la libertà della ricerca e la dignità umana”

Alfio Russo

Non un semplice documentario, ma un’opera civile costruita con rigore, responsabilità e partecipazione diretta della famiglia di Giulio Regeni

Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, prodotto da Fandango e Ganesh Produzioni, arriva all’Università di Catania nel decennale della morte del giovane ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016, riportando al centro dell’attenzione pubblica una vicenda che continua a interrogare coscienze, istituzioni e mondo accademico. Un racconto asciutto e potentissimo, che rinuncia alla retorica per affidarsi ai fatti, alle testimonianze dei genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, dell’avvocata Alessandra Ballerini e agli atti processuali, ricostruendo non solo la tragedia di Giulio ma anche la lunga battaglia contro depistaggi, silenzi e omissioni.

Una proiezione speciale del documentario, nell’aula magna del Polo Bioscientifico del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione, Ambiente dell’Università di Catania, accompagnata anche da un dibattito dedicato ai temi della libertà di studio e di ricerca. Un evento inserito nell’iniziativa nazionale Le Università per Giulio Regeni, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo a dieci anni dalla scomparsa del ricercatore: una rete che coinvolge – tra aprile e maggio - 76 atenei italiani e oltre 15 mila persone attraverso incontri, dibattiti e proiezioni.

Laureato in Arabic and Politics a Leeds, con studi anche negli Stati Uniti, Giulio Regeni aveva conseguito un master in Development Studies a Cambridge, dove stava avviando un dottorato. Nel 2015 si trasferisce al Cairo per una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, ma l'Egitto che trova, però, non è quello delle speranze della Primavera Araba: dopo il colpo di Stato del 2013, il regime militare di al-Sisi ha consolidato un controllo capillare sulla società civile.

Il documentario rappresenta la prima ricostruzione cinematografica della verità giudiziaria sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano ritrovato senza vita il 3 febbraio 2016 nei pressi del Cairo. Per la prima volta a raccontare direttamente questa storia sono i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, accompagnati dalla testimonianza dell’avvocata Alessandra Ballerini, protagonista della lunga battaglia legale che nel 2023 ha portato al processo contro quattro agenti della National Security egiziana.

Un padre e una madre che per arrivare alla verità hanno sfidato la dittatura militare di Abdel Fatah al-Sisi.

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

“Un racconto crudo e rigoroso nato insieme alla famiglia”

Emanuele Cava (coautore del documentario insieme con Matteo Billi) lo definisce «rigoroso, senza bisogno di altri aggettivi, perché è molto asciutto». «Il documentario è nato da un lungo percorso condiviso con la famiglia Regeni e con l’avvocata Alessandra Ballerini – sottolinea -. Abbiamo cominciato quasi quattro anni fa con l’obiettivo di raccontare questa drammatica storia senza tradire il mandato che la famiglia ci aveva affidato. Abbiamo scelto una costruzione rigorosa, senza sovrastrutture di scrittura o di regia, che raccontasse la storia di Giulio in maniera asciutta e senza vittimismo».

Una scelta narrativa precisa, costruita con «pochi ingredienti», ha precisato lo stesso autore: «Abbiamo deciso di intervistare soltanto Paola e Claudio, l’avvocata Ballerini, e di delegare al racconto del processo tutte le altre voci e testimonianze». «Ne è venuto fuori un racconto molto crudo, potentissimo, che si conclude non con la sentenza, come avevamo immaginato inizialmente, ma con la ricostruzione della ragnatela che si è creata intorno a Giulio al Cairo», ha aggiunto.

Il documentario di 100 minuti sarebbe dovuto uscire in concomitanza con la sentenza del processo, «ma lo stop causato da questioni tecniche sollevate dalla difesa ha modificato i piani della produzione», ci tiene a sottolineare Emanuele Cava. «Abbiamo deciso comunque di uscire nel triste decennale della morte di Giulio – ha raccontato il coautore –. Abbiamo presentato il documentario in anteprima a Fiumicello e poi il film ha trovato spazio nelle sale cinematografiche con un riscontro di pubblico straordinario per un documentario che non racconta icone dello sport o della musica».

Locandina

Locandina del documentario

Per gli autori, il passaggio nelle università assume un significato particolarmente profondo. «Siamo felici che Giulio rientri in quella che era casa sua, l’università, il luogo della ricerca – spiega Cava -. Oggi chi ha vent’anni ne aveva dieci quando Giulio è stato ucciso, quindi molti conoscono questa storia solo in parte. Questo documentario mette in fila in cento minuti gli eventi più importanti e può aiutare le nuove generazioni a costruire una memoria più consapevole e completa di quanto accaduto».

«Nelle sale il documentario ha ottenuto un ottimo riscontro di pubblico, con numeri incredibili per un’opera che non racconta icone dello sport, della musica o del mondo pop – sottolinea -. Siamo quindi molto felici che presto andrà in onda su Sky e successivamente anche sulla Rai. Nelle università, inoltre, abbiamo trovato grande curiosità e molta sorpresa nel vedere questa storia raccontata in modo lineare ma allo stesso tempo potente. Molti pensano di conoscere già tutto del caso Regeni, ma dedicare cento minuti a una vicenda così complessa permette di costruirsi una visione più attenta, profonda e completa di quanto realmente accaduto».

Il coautore del documentario ha anche ricordato il rapporto costruito con la famiglia Regeni durante la lavorazione. «Claudio e Paola sono persone di enorme dignità – ha spiegato -. Con loro abbiamo stabilito regole molto chiare. Questo documentario non è stato fatto “su” di loro o “su” Giulio, ma con loro, fin dall’inizio. E questo ci ha fatto sentire sempre sereni».

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

“Giulio credeva nel dialogo e nella ricerca. State con noi”

Proprio i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, in un videomessaggio hanno raccontato quanto sia stato difficile scegliere di partecipare al progetto. «Non è stato facile decidere di fare questo documentario e trovare persone a cui affidare la nostra fiducia – spiegano -. Significava raccontare i nove giorni al Cairo e tutti questi dieci anni: dieci anni di depistaggi, di investigazioni, di dolore, di verità e di bugie».

Nel film emerge soprattutto la figura di Giulio come ricercatore. «Era un ragazzo impegnato, esigente con sè stesso e con gli altri, animato da entusiasmo e rigore – aggiungono -. Credeva profondamente nel dialogo e nell’amicizia, ma purtroppo si è trovato in un contesto che non lo ha protetto e anzi lo ha tradito».

«Era andato in Egitto con fiducia verso il lavoro che doveva fare. Invece è emersa tutta la paranoia di un regime e l’insicurezza di un Paese che non era sicuro allora», aggiungono i genitori che evidenziano come il documentario riesca a mostrare con forza «la paranoia di una dittatura» e il clima che Giulio ha trovato al Cairo. 

Pur consapevoli della durezza delle immagini e dei contenuti, Claudio Regeni e Paola Deffendi hanno spiegato di aver scelto di non sottrarsi. «Abbiamo ritenuto importante mostrare le cose, farle sentire, viverle – spiegano -. Superare il dolore per continuare la nostra ricerca di verità e giustizia. Nel cuore abbiamo sempre la sicurezza dei ricercatori e soprattutto la libertà della ricerca nel mondo».

Paola Deffendi e Claudio Regeni

Paola Deffendi e Claudio Regeni

Molto forte anche l’intervento dell’avvocata Alessandra Ballerini, che ha definito, con un videomessaggio, il documentario «una sintesi capace di restituire il senso di questi dieci anni di ricerca della giustizia».

«Il film lascerà dentro di voi una verità – ha affermato –, ma noi abbiamo bisogno che quella verità sia scritta nero su bianco in una sentenza e speriamo di arrivarci entro quest’anno». La Ballerini ha ricordato che il processo è ormai alle battute finali: «L’8 giugno ci sarà la prossima udienza e poi dovrebbero iniziare le discussioni. Speriamo di arrivare alla sentenza entro quest’anno».

L’avvocata ha, inoltre, ribadito il significato universale della vicenda Regeni: «Quello che ha subito Giulio è un terribile delitto, un crimine contro l’umanità. La tortura è un crimine contro l’umanità e tutta l’umanità ha il diritto di sapere cosa è successo».

Nel suo intervento ha richiamato anche i principi fondamentali della Costituzione e della dignità umana: «Noi vogliamo una sentenza che accerti responsabilità e fatti, che renda meno facile la tortura in qualunque parte del mondo. Solo così la dignità delle persone potrà essere davvero protetta, in qualunque luogo del mondo. State con noi, state con Giulio».

Un momento dell'intervento della prof.ssa Alessandra Gentile

Un momento dell'intervento della prof.ssa Alessandra Gentile

“La storia di Giulio continua a parlare ai giovani”

A introdurre l’incontro la prorettrice Lina Scalisi, il direttore del Di3A Mario D’Amico e la professoressa Alessandra Gentile, referente dell’iniziativa per l’Università di Catania. 

«Catania ha aderito con slancio ed entusiasmo, trasformando l'iniziativa in un vero evento d'ateneo – ha spiegato la prorettrice Lina Scalisi -. Non si tratta solo di un dovere della memoria, ma dell'occasione per riaffermare il ruolo sociale delle università nel promuovere la libertà di coscienza e la formazione critica».

«Esiste un legame profondo tra sapere e libertà, e la storia di Regeni ci ricorda che comprendere significa ascoltare, osservare, interrogare, soprattutto saper interrogare il presente, facendo dello studio uno strumento di cittadinanza consapevole – ha aggiunto -. La sua vicenda continuerà a parlare alle giovani generazioni ancora per molto tempo».

«L'iniziativa delle università ha generato un vero e proprio mini-tsunami – ha osservato la referente Unict della campagna #UniversitàperGiulioAlessandra Gentile -, un'onda accademica capace di rimettere in discussione scelte che sembravano definitive. Chi aveva negato i finanziamenti statali per la realizzazione del documentario, ritenendolo non meritevole di sostegno pubblico, sarà probabilmente costretto a ricredersi. Assistiamo a questa proiezione con la consapevolezza di voler trasformare il dolore in qualcosa di utile: un contributo concreto alla crescita civile e culturale della società».

A seguire il dibattito con Valentina Gruarin, dottoranda di ricerca in Scienze politiche impegnata su temi vicini a quelli studiati da Giulio Regeni, moderato dal giornalista Giorgio Romeo, direttore di Sicilian Post.

In foto Mario D'Amico, Lina Scalisi e Alessandra Gentile

In foto Mario D'Amico, Lina Scalisi e Alessandra Gentile

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