A Unict novanta studiosi da Europa e America Latina per interrogarsi su disuguaglianze, post-verità e crisi dell’ordine liberale. Luigi Caranti: «Forse il paradigma della giustizia che abbiamo ereditato ha lasciato aperta la porta alle distorsioni di oggi»
«Non si tratta solo di capire perché l’ordine internazionale stia cambiando, ma di chiedersi se le sue crepe fossero già inscritte nelle fondamenta teoriche su cui è stato costruito». È questa la riflessione più incisiva proposta da Luigi Caranti, ordinario di Political Philosophym, in apertura della conferenza internazionale Justice in the XXI Century: New Challenges, New Directions of Inquiry, in programma dal 25 al 27 febbraio al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania.
«Il progetto nasce dal tentativo di comprendere se le trasformazioni drammatiche e inattese dell’ordine internazionale siano semplici degenerazioni di un paradigma della giustizia che funzionava, oppure se siano anche il risultato di limiti interni alla concezione liberale della giustizia che, da Rawls in poi, ci ha accompagnato per oltre cinquant’anni», ha aggiunto Luigi Caranti, coordinatore del progetto europeo JUSTLA (con il contributo dei ricercatori Nunzio Alì e Diana Piroli), invitando i presenti a una revisione critica dell’eredità teorica del liberalismo contemporaneo.
La conferenza, evento inaugurale del progetto MSCA Staff Exchanges JUSTLA – Justice in the XXI Century: A Perspective from Latin America, ha riunito novanta relatori provenienti da diversi continenti nell’aula magna del Polo Gravina del Dipartimento di Scienze politiche e sociali.
Al centro del dibattito la crescita della disuguaglianza economica e politica, la deriva plutocratica delle democrazie, il fenomeno della post-verità, le fratture legate a genere, razza e retaggi neocoloniali, fino alle implicazioni del cambiamento climatico per la giustizia globale.
Secondo gli studiosi, uno dei nodi più urgenti è l’esplosione delle diseguaglianze economiche: quando la ricchezza si concentra oltre una certa soglia, l’uguaglianza formale del voto non basta più a garantire un’effettiva parità di influenza politica. È qui che il paradigma liberale, pur non avendo incentivato la deriva, potrebbe averne consentito lo sviluppo, lasciando spazio a squilibri che oggi mettono in discussione la tenuta stessa delle democrazie.
Ad intervenire, nel corso dei lavori, oltre al prof. Luigi Caranti di Unict, studiosi di primo piano come Alessandro Pinzani, Carla Bagnoli, Gianfranco Casuso, Lisa Herzog, Lukas Meyer e Martin O’Neill che hanno portato contributi sul tema della giustizia nel XXI secolo. Un tema che non appartiene più soltanto al contesto giuridico, ma è il prisma attraverso cui leggere le trasformazioni profonde delle nostre società e le incertezze del nuovo ordine globale.

I partecipanti ai lavori nell'aula magna del Polo Gravina del Dipartimento di Scienze politiche e sociali
Ripensare il liberalismo dal Global South: diseguaglianze, crisi democratica e nuovo ordine internazionale
«L’idea del progetto è stata quella di ripensare il modello liberale, non dalla prospettiva del cosiddetto “primo mondo” — Europa e mondo anglosassone —, ma dal punto di vista del Global South, e in particolare dell’America Latina – ha spiegato il prof. Luigi Caranti -. L’obiettivo è capire se le distorsioni che osserviamo oggi, inclusa l’evidente torsione autoritaria che investe anche la principale democrazia occidentale, gli Stati Uniti, possano essere spiegate almeno in parte da una teoria della giustizia che, pur elaborata da pensatori ben intenzionati, brillanti e sinceramente favorevoli a quell’ordine internazionale oggi in crisi, ha forse lasciato aperti spazi problematici».
«Uno dei nodi centrali è l’esplosione della diseguaglianza economica – ha aggiunto -. Fino a che punto il paradigma liberale, senza certo volerla incentivare, ha però consentito una deriva plutocratica delle democrazie? Quando la diseguaglianza economica supera una certa soglia, produce inevitabilmente uno squilibrio nell’influenza politica: formalmente tutti abbiamo un voto, ma il peso effettivo di un grande detentore di ricchezza non è paragonabile a quello di un cittadino comune. In questo senso, alcune garanzie democratiche rischiano di svuotarsi pur restando intatte sul piano formale».
«Il progetto – ha precisato il coordinatore - affronta anche altri temi cruciali: il colonialismo e il post-colonialismo, le diseguaglianze non solo economiche ma anche legate al genere, alla razza e ai retaggi coloniali che, secondo molti autori, continuano a condizionare la vita di milioni di persone nei Paesi un tempo colonizzati. A questo si aggiunge la questione della post-verità e del modo in cui la rivoluzione digitale ha trasformato la comunicazione politica, separandola sempre più dalla realtà dei fatti».

Il prof. Luigi Caranti
«Recentemente ho visto un documentario sui cent’anni del New Yorker: in quella redazione lavorano ventinove persone dedicate esclusivamente al fact-checking, che verificano minuziosamente ogni dettaglio degli articoli prima della pubblicazione, fino a controllare se un episodio descritto sia effettivamente avvenuto come riportato – ha evidenziato Caranti -. Questo rappresenta un modello di attenzione rigorosa alla verità fattuale. Al contrario, nella comunicazione politica dell’era populista l’aderenza ai fatti sembra essersi allentata in modo preoccupante, e ciò che colpisce è che la distanza dalla realtà non comporta più un costo in termini di consenso pubblico. Anche questo è un segnale che impone una riflessione critica sul nostro paradigma politico e normativo».
E sui “blocchi” socio-politico-economici, il prof. Luigi Caranti ha evidenziato che «la Russia, pur avendo un PIL pari a circa un quarantesimo di quello europeo, non è mai stata parte del cosiddetto Global South: è sempre stata un Paese industrializzato, dotato di grandi risorse naturali e di una propria tradizione di potenza». «È vero che anche il Brasile dispone di immense risorse, ma le etichette geopolitiche dicono fino a un certo punto – ha aggiunto -. Come ha osservato Mark Carney a Davos, l’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale è ormai finito. Oggi non ha più molto senso ragionare in termini di blocco compatto Stati Uniti–Europa contrapposto a un “resto del mondo” omogeneo, perché quel resto è estremamente composito».
«Il Brasile, ad esempio, non può essere assimilato all’amicizia senza limiti tra Russia e Cina: per cultura politica e ispirazione storica è più vicino all’Occidente che agli autoritarismi asiatici – ha detto -. Tuttavia, conserva un risentimento nei confronti degli Stati Uniti legato alle vicende del Novecento, che gli impedisce di essere un alleato incondizionato. In questo scenario fluido, la presidenza Trump ha certamente contribuito a far saltare gli equilibri dell’ordine internazionale così come lo conoscevamo, e probabilmente, anche quando lascerà la Casa Bianca non si tornerà semplicemente al punto di partenza».

Infografica Global South (fonte: Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)
E sul futuro, il docente precisa che «prevedere cosa accadrà è impossibile, tuttavia, ogni crisi è anche un’opportunità». «L’Unione Europea, ad esempio, potrebbe compiere un salto di integrazione: rafforzare la difesa comune, costruire una politica estera più coesa, o procedere, come suggeriscono Draghi e altri, con un’integrazione a più velocità, consentendo a gruppi di Paesi di avanzare insieme anche se non tutti i 27 sono pronti nello stesso momento – ha detto -. Questa fase, inoltre, potrebbe spingerci a ripensare i rapporti con il Global South, rivedendo un’organizzazione dell’economia globale che non è affatto “naturale”, ma frutto di scelte politiche precise. Se si costruissero relazioni commerciali meno sbilanciate e più eque, potrebbe emergere un nuovo ordine mondiale persino più giusto di quello precedente».
«Quanto alla politica di Trump, che talvolta appare di stampo quasi coloniale, dalle tensioni con Venezuela e Messico fino alle posture aggressive verso altri Paesi, resta difficile stabilire dove possa arrivare - ci tiene a sottolineare il prof. Caranti -. Si intravedono però segnali di declino della sua presidenza: decisioni della Corte Suprema che ne limitano l’azione e un calo di consenso legato anche alla persistente affordability crisis, che le sue politiche non hanno risolto, mentre l’inflazione resta elevata. Trump lascerà comunque la presidenza entro tre anni, salvo improbabili revisioni costituzionali sul modello russo».
«Il paradosso è che, con la sua retorica imperiale, Trump ha talvolta rimesso in moto questioni rimaste bloccate, come i rapporti con Venezuela o Iran – ha aggiunto -. Questo ci obbliga a riflettere sul rapporto tra sovranità nazionale e diritti umani. Il diritto internazionale si fonda in larga parte sul principio di sovranità, ma esso non è assoluto: i diritti umani già ne rappresentano un limite. L’idea che rispettare il diritto internazionale significhi non interferire mai, neppure di fronte a regimi che reprimono sanguinosamente manifestazioni pacifiche, come nel caso dell’Iran, merita di essere discussa».
«Certo, un intervento unilaterale motivato da logiche imperiali è problematico; ma se esistessero regole condivise a livello globale, secondo cui un governo che massacra in massa i propri cittadini si espone a sanzioni o persino ad azioni coercitive della comunità internazionale, il significato sarebbe completamente diverso», ha detto in chiusura di intervento il prof. Luigi Caranti.

Un momento dei lavori
La giustizia come chiave di lettura del XXI secolo: complessità, diseguaglianze e dialogo tra continenti
Ad introdurre i lavori, in apertura, è stata la prof.ssa Francesca Longo, direttrice del Dipartimento di Scienze politiche e sociali e componente dell’Executive Committee dell’International Political Science Association.
«Il tema della giustizia nel XXI secolo è di grande rilevanza, perché viviamo in un’epoca segnata da trasformazioni profonde e rapide, e la giustizia rappresenta una delle categorie fondamentali per comprendere la direzione in cui stiamo andando. Il XXI secolo è infatti un tempo complesso, attraversato da cambiamenti strutturali che impongono una riflessione ampia e interdisciplinare», ha detto.
«Tradizionalmente la giustizia è stata considerata soprattutto un ambito di competenza dei giuristi, ma per coglierne il significato pieno è necessario il contributo delle altre scienze sociali – ha sottolineato la prof.ssa Francesca Longo -. La giustizia non riguarda solo il diritto in senso stretto: investe le dinamiche sociali, politiche ed economiche, e richiede quindi uno sguardo capace di andare oltre la dimensione puramente normativa».
«Questo convegno affronta un nodo cruciale della ricerca contemporanea, in particolare nell’ambito della filosofia politica, ma più in generale nel campo delle relazioni umane – ha aggiunto -. La giustizia, oggi, è attraversata da fratture e conflitti che si manifestano soprattutto sotto forma di diseguaglianze: diseguaglianze nell’accesso ai diritti, nelle opportunità, nel riconoscimento. Comprendere queste tensioni è essenziale per orientare sia la ricerca sia l’applicazione concreta dei principi di giustizia».
«L’importanza dell’iniziativa è accresciuta dal fatto che conclude un progetto di ricerca che ha messo in dialogo due continenti, l’Europa e l’America Latina – ha sottolineato la docente -. In quest’ultima, le diseguaglianze legate alla giustizia appaiono, per molti aspetti, ancora più evidenti che nel contesto europeo, offrendo così un terreno particolarmente significativo per l’analisi comparata».
«La situazione globale resta comunque estremamente complessa: non tutti gli effetti dei cambiamenti in atto sono pienamente comprensibili e non ne siamo ancora del tutto consapevoli. Proprio per questo, ricerche e momenti di confronto come questo risultano particolarmente preziosi, perché contribuiscono a chiarire le sfide del presente e a delineare possibili direzioni per il futuro», ha detto in chiusura di intervento la direttrice del Dsps, Francesca Longo.

Un momento dell'intervento della prof.ssa Francesca Longo