Graces, quando la scultura e la bellezza ispirano le performance

Lo spettacolo è andato in scena nell’ambito del cartellone “W” promosso da Scenario Pubblico

Giusy Andolina

Si ispira all’opera scultorea “Le tre Grazie” di Antonio Canova, uno dei massimi esponenti del Neoclassicismo, il progetto di performance “Graces” andato in scena nei giorni scorsi nell’ambito del cartellone “W” promosso da Scenario Pubblico e quest’anno dedicato alle donne coreografe, espressione di idee e progetti, nel campo delle danze performative.

A firmarne la drammaturgia è Silvia Gribaudi - artista, coreografa e regista torinese – insieme con Matteo Maffesanti

Uno spettacolo che vede in scena la stessa coreografa, Silvia Gribaudi, con tre corpi maschili - i tre danzatori Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo - dentro ad un’opera scultorea che simboleggia la bellezza in un viaggio di abilità e tecnica che li porta in un luogo e in un tempo sospesi tra l’umano e l’astratto. 

Un viaggio in cui il maschile e il femminile si incontrano, lontano da stereotipi e ruoli, liberi, danzando il ritmo stesso della natura. 

Graces (fonte silviagribaudi.com)

Graces (fonte silviagribaudi.com)

“Le tre Grazie” di Antonio Canova (opera commissionata nel 1812 da Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone) ritraggono le figlie di Zeus - Aglaia, Eufrosine e Talia -, creature divine che diffondevano splendore, gioia e prosperità. Ma al tempo stesso rappresentano il bello e il buono nell’ordine cosmico oltre che portatrici di qualità, quali la bellezza e l’armonia, con una forte caratterizzazione estetica. 

Avviluppate in un abbraccio, sono raffigurate dal Canova dritte in piedi e rappresentano il senso di unione. 

Prendendo spunto dal concetto di bellezza legato al Neoclassicismo, “Graces” trova nella statua delle tre grazie che vengono rappresentate da diversi quadri, la propria fonte ispiratrice mettendo in scena la rappresentazione di ciò che può essere considerato bello.

I quattro danzatori in Graces rifuggono dagli stereotipi e si muovono in scena liberi e leggiadri, uscendo fuori dal ruolo classico del ballerino, alternando alla danza momenti di gioiosa e divertente interazione con il pubblico in sala, coinvolgendolo in un elogio dell’imperfezione e dell’individualità. 

In un incalzante susseguirsi di balli e tableaux viventi, le imperfezioni vengono elevate, in un processo di destrutturazione dell’immaginario, del concetto di canone estetico e di educazione dello sguardo ad andare oltre, imparando a vedere la bellezza della bruttezza e la bruttezza della bellezza, attraverso una comicità diretta ed empatica.  

Graces (foto Giusy Andolina)

Graces (foto di Giusy Andolina)

Negli ultimi 10 anni, la coreografa Silvia Gribaudi si è interrogata sugli stereotipi di genere, sull’identità del femminile e sul concetto di virtuosismo nella danza e nel vivere quotidiano, andando oltre la forma apparente, cercando la leggerezza, l’ironia nelle trasformazioni fisiche, nell’invecchiamento e nell’ammorbidirsi dei corpi in dialogo col tempo.

«Il mio percorso si muove sul confine permeabile tra pubblico e performer, indagando lo spazio fertile e sottile tra il ridere e il dissacrare, tra poetica e politica – spiega l’artista Silvia Gribaudi -. È una ricerca che avviene all’interno del corpo che danza, incontra temi sociali e si compone nell’opera coreografica. Uso l’umorismo per destrutturare il pregiudizio e indagare le deviazioni da un modello riconosciuto, alla costante scoperta di un clown fallibile e rivoluzionario, che osi attraversare la vertigine poetica dell’imperfezione per arrivare, suo malgrado, a creare scintille di bellezza e grazia». 

Lo spettacolo ha conquistato il Premio Danza&Danza 2019 “Produzione italiana dell’anno”, ha vinto l’azione CollaborAction#4 2018/2019 ed è stato selezionato al NID Platform 2019.

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