Al Festival dell’informazione mediterranea Raffaella Silipo, Antonio Gerbino Domenico Quirico intervengono sul ruolo della cultura nella comprensione della realtà e le ferite del mondo in guerra
Centocinquant'anni di storia non si misurano soltanto nel tempo trascorso, ma nella capacità di attraversare epoche, cambiamenti e crisi continuando a raccontarli. Ed è anche la storia di chi ne ha raccontato le trasformazioni e quel particolare legame che unisce il Belpaese ad un’istituzione del mondo dell’informazione.
È il caso del Corriere della Sera, che nel 2026 celebra un secolo e mezzo di vita editoriale e che, insieme ad altre autorevoli voci del giornalismo italiano, è stato protagonista della prima giornata de Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea. Un confronto che ha intrecciato passato e futuro dell'informazione, riflettendo sul ruolo del giornalismo in una società sempre più frammentata, sulla centralità della cultura come strumento di cittadinanza e sulla responsabilità di raccontare i conflitti senza rinunciare alla verità dei fatti.
Nell’anno in cui la testata di Via Solferino celebra i suoi 150 anni, il direttore Luciano Fontana ha ripercorso quale traiettoria evolutiva ha seguito il principale quotidiano italiano e quali capisaldi abbia mantenuto: «Quando Eugeni Torelli Viollier fondò il giornale nel 1876, con il coraggio di farlo in una Milano che già aveva diverse realtà editoriali, aveva appena 33 anni: questo elemento ci dà la dimensione di quanto sia diverso il contesto attuale. Ma ci sono degli elementi originari che possono essere traslati quasi per intero ai nostri giorni: il bisogno di parlare al pubblico con chiarezza; l'offerta di un racconto fattuale ed oggettivo della realtà, scevro dalle nostre sovrapposizioni ideologiche; la costante garanzia di un pluralismo delle posizioni».
Un’identità chiara, quella del Corriere, che resiste anche alle trasformazioni di un mondo sempre più complesso: «Un tempo i giornali erano forse lo strumento principale di informazione. Oggi viviamo in un universo informativo che ha ridotto la nostra capacità di penetrazione e di influenza. Tuttavia, abbiamo anche delle possibilità su cui costruire il futuro: verificare le notizie, perseguire la libertà delle idee in maniera consistente, esclusiva ed onesta. In tal modo, credo che ci sia ancora spazio affinché il giornalismo possa avere un impatto».

In foto da sinistra Antonio Gerbino, Giorgio Romeo e Raffaella Silipo
Tra gli assi che definiscono e sostengono l’identità del nostro Paese c’è anche quello culturale. Non sempre valorizzato a dovere dall’informazione: «La cultura – ha affermato Raffaella Silipo, responsabile spettacoli del quotidiano La Stampa – è parte del nostro senso civico. Comunicarla adeguatamente significa creare comunità. Naturalmente è difficile, perché nei giornali l’aspetto culturale è sempre visto come una sorta di cenerentola. Ma credo che sia uno strumento essenziale per capire profondamente il mondo: perché l’arte, il cinema, la musica sono espressioni di artisti che, il più delle volte, hanno una sensibilità acuta rispetto alla realtà che viviamo».
Sul ruolo cruciale della cultura come collante sociale si è espresso anche Antonio Gerbino, responsabile comunicazione di Civita Sicilia: «È fondamentale instaurare un rapporto con la comunità. Spesso gli aspetti culturali vengono associati al concetto di spettacolo nell’accezione meno nobile del termine: ma la funzione principale della cultura è quella di educare. Soffermarsi sulle cause, sull’insieme dei beni che il nostro Paese possiede nel senso complessivo di patrimonio, e non occuparsi di ambiti culturali solo in relazione ad un evento o uno scandalo, significa fare un servizio utile per i lettori».
Servizio è anche raccontare le ferite di un mondo attraversato da conflitti sanguinosi. La costante che da sempre accompagna Domenico Quirico, reporter de La Stampa: «Raccontare le guerre è diventato sempre più difficile. Non vengono mostrate o, se viene dato accesso ai giornalisti, è per far vedere loro ciò che una parte piuttosto che un’altra vuole che si racconti. Ma la regola principale del mio modo di fare giornalismo è vivere in prima persona quello di cui devo scrivere».
Senza questa prossimità, anche estrema, secondo il giornalista non si può produrre una prosa che sia onesta: «La mutazione antropologica di chi vive la guerra, vittima o carnefice che sia, non può essere raccontata da un terzo. Quelli a cui devo delle risposte, più che il lettore, sono le persone che metto sul giornale, di cui racconto la vita e la morte. Lì mi devo rispecchiare per capire se almeno in parte quello che ho scritto ha colto la loro condizione umana».

In foto Domenico Quirico
Promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS in collaborazione con l’Università di Catania, il Festival è realizzato grazie al supporto finanziario della Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR) e al sostegno di Crédit Agricole e Unipol. Con i patrocini di: Comune di Catania, Ordine dei Giornalisti di Sicilia e RAI. Location partner: Isola Catania; hospitality partner: Hotel Faraglioni, Acitrezza.