Al Polo didattico “Virlinzi” del Dipartimento di Giurisprudenza il confronto tra prospettiva giuridica ed economica sulle sfide della transizione ecologica
La transizione verde non è soltanto una sfida ambientale, ma un processo complesso che coinvolge assetti giuridici, sistemi economici e dinamiche sociali. Se n’è discusso nei giorni scorsi, al Polo didattico “Virlinzi” del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania, in occasione della conferenza I costi della transizione verde. All’incontro hanno partecipato studenti e docenti dell’ateneo catanese con l’obiettivo di analizzare le implicazioni concrete di un cambiamento che incide su imprese, istituzioni e cittadini.
A introdurre e coordinare i lavori è stata Adriana Ciancio, docente di Diritto costituzionale all’Università di Catania, che ha collocato il tema all’interno dell’attuale contesto europeo, ricordando come «nessun diritto possa essere considerato assoluto». «La tutela dell’ambiente, la crescita economica e la giustizia sociale sono principi destinati a convivere, ma anche a entrare in tensione tra loro – ha detto -. In questo quadro, la transizione verde rappresenta un progetto che si fonda sul principio di sussidiarietà, chiamando in causa non solo l’Unione europea e gli Stati membri, ma anche gli enti locali, sempre più coinvolti nella gestione delle politiche ambientali e dei loro effetti sul territorio».

In foto da sinistra Fabio La Rosa, Adriana Ciancio e Camilla Buzzacchi
Il primo intervento è stato affidato a Camilla Buzzacchi, professoressa di Diritto costituzionale dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, che ha affrontato il tema dal punto di vista giuridico. La docente ha ripercorso la nascita della strategia europea avviata nel 2019, pensata per superare una concezione puramente protettiva dell’ambiente e orientare l’economia verso nuovi modelli di produzione e consumo. «L’obiettivo era ambizioso: conciliare crescita economica, tutela ambientale e giustizia sociale attraverso regolamenti vincolanti e politiche strutturali», ha detto la docente. «Tuttavia - ha osservato Buzzacchi - questo progetto ha incontrato forti resistenze, perché ha inciso su interessi economici e sociali molto diversi, generando costi non distribuiti in modo uniforme».
«Uno dei nodi centrali riguarda il concetto di just transition, la cosiddetta “transizione giusta”, che presuppone che nessun gruppo sociale venga lasciato indietro. Nella pratica, però, la giustizia della transizione non è un valore assoluto, ma dipende da chi è chiamato a sostenere i costi economici e sociali del cambiamento – ha aggiunto la prof.ssa Buzzacchi -. Il mondo produttivo, chiamato a riconvertire tecnologie e processi, ha spesso percepito la strategia europea come miope, soprattutto per l’assenza di adeguati supporti pubblici e per il ricorso quasi esclusivo alla finanza privata. Allo stesso tempo, anche i cittadini mostrano resistenze, consapevoli che la transizione comporta oneri concreti, come l’aumento dei costi legati alla mobilità o ai consumi energetici».
Buzzacchi ha poi richiamato alcune direttrici normative più recenti, come le direttive europee che mirano a rendere le imprese maggiormente responsabili non solo sul piano ambientale, ma anche su quello sociale e della governance. «L’attenzione - ha sottolineato -, si è concentrata soprattutto sull’ambiente, lasciando in secondo piano la sostenibilità sociale. Da qui la necessità di riequilibrare gli obiettivi e di incentivare comportamenti responsabili attraverso meccanismi premiali, legati all’accesso ai finanziamenti. Tra i settori chiave della transizione, la docente ha citato la mobilità e l’agricoltura, ambiti in cui l’innovazione tecnologica e culturale risulta indispensabile per ridurre l’impatto ambientale e preservare le risorse naturali, ma richiede un dialogo costante con i soggetti coinvolti».

In foto un momento dell'incontro
Il secondo contributo è stato fornito dal prof. Fabio La Rosa dell’Università di Catania che ha analizzato i costi della transizione verde dal punto di vista dell’economia aziendale. Nel suo intervento il docente ha chiarito come «la transizione ecologica rappresenti una modifica strutturale e irreversibile dei sistemi economici e produttivi, che coinvolge imprese, istituzioni e cittadini-consumatori». «Il nodo centrale è il dilemma tra Stato e mercato: le imprese sono tra le principali responsabili delle esternalità negative, ma non possono farsi carico da sole dei costi sociali del cambiamento», ha aggiunto.
Secondo l’economista «i costi della transizione non sono solo aziendali, ma anche sociali e territoriali». «La chiusura o la riconversione di attività ad alta intensità di carbonio comporta rischi di disoccupazione e di esclusione per i lavoratori meno qualificati, oltre a fenomeni di declino economico in alcune aree, soprattutto rurali, con conseguente perdita di capitale sociale e aumento dei conflitti tra comunità locali e istituzioni – ha spiegato il prof. La Rosa -. A questi si aggiungono i costi per imprese e consumatori: trasferire interamente gli oneri sui prezzi finali riduce la competitività, in un contesto in cui l’Italia è già esposta alla concorrenza internazionale».
Il docente, nel suo intervento, ha evidenziato «la dimensione intergenerazionale dei costi: gli investimenti necessari oggi producono benefici nel lungo periodo, ma generano debito che ricadrà sulle generazioni future».
«Da qui la necessità di politiche pubbliche capaci di internalizzare le esternalità e di accompagnare il mercato, richiamando il contributo teorico di economisti come Pigou, Coase, Stiglitz e Sen. In questa prospettiva, l’impegno delle imprese non può essere solo formale: pratiche di greenwashing o socialwashing rischiano di svuotare di significato la transizione, mentre un’assunzione reale di responsabilità può diventare, nel tempo, una fonte di competitività – ha proseguito il docente -. Gli esempi di grandi gruppi energetici mostrano come non esista un unico modello di transizione, ma percorsi diversi, più o meno rapidi, che devono comunque essere condivisi socialmente».

In foto un momento dell'intervento del prof. Fabio La Rosa