A Palazzo Pedagaggi del Dipartimento di Scienze politiche e sociali il caso dell’Ong al centro della riflessione filosofica di Laura Pellegrini dell’Università di Buenos Aires
Quando la fede incontra la vulnerabilità, dove finisce l’aiuto e dove comincia il rischio di coercizione? È attorno a questa domanda che si è sviluppato l’incontro con Laura Pellegrini dell’Università di Buenos Aires, ospitato a Palazzo Pedagaggi dal Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania, nell’ambito del consorzio Justla – Justice in the XXI Century: A Perspective from Latin America.
Al centro della riflessione, un caso poco conosciuto in Italia, ma particolarmente significativo per le sue implicazioni sociali e filosofiche: Remar, la Ong attiva a livello internazionale nell’assistenza a persone emarginate e in condizioni di difficoltà.
La Remar, presente anche in Italia, opera in Sud America attraverso centri cristiani di accoglienza e strutture di assistenza rivolte a persone in condizioni di fragilità. Si tratta quindi di un modello di aiuto non laico, ma inserito nella dimensione della fede cristiana evangelica.
Proprio in Sud America, l’organizzazione è stata al centro di uno scandalo che ha coinvolto 102 persone, che secondo le denunce sarebbero state sottoposte a condizioni di sfruttamento e lavori forzati non retribuiti.
È da questo caso che la Pellegrini ha sviluppato una riflessione sul rapporto tra fede, ragione, obbedienza e vulnerabilità, richiamando in particolare il pensiero di Immanuel Kant e la distinzione tra una fede sottoposta al vaglio della ragione e una fede dogmatica, fondata sull’obbedienza e sull'accettazione senza discussione.
Per Kant, secondo la lettura proposta dalla relatrice, il problema della religione non riguarda soltanto l’insieme delle sue dottrine, ma anche la dimensione istituzionale quando questa si traduce nell’imposizione di doveri e nell’obbedienza a un’autorità.
È qui che si inserisce la distinzione tra fede razionale e fede dogmatica. Nella prospettiva discussa da Pellegrini, la prima mantiene un rapporto con l’esercizio della ragione, mentre la seconda può trasformarsi in un’accettazione non sottoposta a verifica critica. Una questione particolarmente delicata quando riguarda persone fragili ed emarginate, come quelle coinvolte nel caso Remar.
La ragione, dunque, dovrebbe costituire il fondamento del pensiero e dell’agire dell’uomo e rappresentare anche uno strumento di controllo critico nei confronti delle istituzioni, comprese quelle religiose.
Da questa prospettiva nasce un invito a non affidarsi semplicemente all’apparenza benefica di un’organizzazione, di una persona o di un’azione, ma a sottoporre ogni realtà a verifica, interrogandosi sulle sue finalità e sulle modalità attraverso cui esercita la propria autorità. La ragione diventa così lo strumento attraverso il quale mantenere quella distanza critica necessaria anche quando è in gioco la fede.
Il caso Remar, nella lettura proposta da Pellegrini, diventa quindi un esempio del rischio che può emergere quando la fiducia e l’obbedienza prevalgono sulla capacità di interrogarsi. È in questo spazio che, secondo la relatrice, entra in gioco la filosofia: non per negare la possibilità di credere, ma per preservare la libertà del pensiero e la capacità di porre domande.
La soluzione, nella prospettiva kantiana richiamata durante l’incontro, non sarebbe dunque il divieto di credere, bensì la possibilità di una fede che non rinunci alla razionalità e che non riconosca un’autorità come indiscutibile. Il pensiero filosofico diventa così uno strumento di tutela nei confronti delle decisioni assunte senza un adeguato esercizio critico.
Al termine dell’esposizione di Laura Pellegrini, è intervenuto il professor Luigi Caranti, che ha espresso una posizione differente, non individuando una correlazione diretta tra il caso Remar e la questione della fede dogmatica.
Secondo Caranti, il caso potrebbe essere, invece, letto come un fallimento dello Stato nel garantire adeguate forme di tutela e alternative di assistenza, richiamando il caso di San Patrignano, organizzazione laica attiva in Italia tra gli anni Settanta e Ottanta e caratterizzata, secondo il suo intervento, da finalità e modalità di intervento analoghe a quelle attribuite a Remar.
A seguire la prof.ssa Pellegrini ha replicato richiamando la condizione delle persone coinvolte in Remar e sottolineando, nella sua interpretazione, l’assenza di alternative laiche sul territorio. Da qui l’ulteriore riflessione sul ruolo dello Stato e sulla necessità di garantire pluralità di percorsi di assistenza, evitando che la condizione di vulnerabilità possa tradursi in una forma di dipendenza da un’unica struttura.
Il confronto si è così concluso tornando al tema iniziale: la necessità di coniugare tutela, libertà e ragione, attraverso l'intervento delle istituzioni e la presenza di alternative che consentano alle persone in condizioni di fragilità di esercitare realmente la propria libertà di scelta.

Attività degli operatori della Remar in Argentina (foto Remar)