Scrittura, inchiesta e Big Data: così i giovani reporter imparano a leggere la realtà con gli strumenti di domani grazie al workshop 'Il giornalismo che verrà'
Si dice spesso che il giornalismo stia morendo. Eppure osservando gli oltre quaranta giovani giornalisti, o aspiranti, riuniti a Catania attorno ai grandi maestri della cronaca internazionale, si ha l'impressione opposta.
Non è una fine, ma un cambio di pelle. Ed è con questo spirito che martedì 22 aprile, nei locali della Scuola Superiore di Catania, è stata inaugurata l’ottava edizione del workshop Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea, promosso promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo in collaborazione con l’Università di Catania in collaborazione con Sicilian Post, testata che continua a distinguersi nel panorama editoriale per la sua capacità di innovare il racconto giornalistico.
«La libertà dell’informazione deve essere accompagnata dalla formazione. Nell’era dei social, segnata da bolle informative e contenuti spesso distorti, diventa fondamentale il ruolo di giornalisti preparati, liberi e responsabili, capaci di contribuire a un’opinione pubblica consapevole», ha detto la presidente della Scuola Superiore di Catania, Ida Nicotra, agli oltre quaranta giovani provenienti da diverse città d’Italia partecipanti al percorso che, fino al 24 maggio, metterà in dialogo studenti e professionisti su futuro dell’informazione, comunità e trasformazioni tecnologiche.

Un momento dell'intervento della prof.ssa Ida Nicotra, presidente della Scuola Superiore di Catania
L’evento, ormai punto di riferimento per chi desidera affacciarsi al mondo dell’informazione o aggiornare i propri strumenti, ha offerto ai presenti un confronto diretto con nomi di primo piano del settore.
A guidare i lavori sono intervenuti, infatti, professionisti di altissimo profilo: da Giuseppe Di Fazio, firma storica di Avvenire e già caporedattore de La Sicilia, a Giorgio Romeo, direttore del Sicilian Post, fino al prezioso contributo di Guido Tiberga, già caporedattore de La Stampa, e alla visione internazionale di Cheryl Phillips, docente alla Stanford University e promotrice del progetto “Big local news”.
Ad aprire i lavori Giuseppe Di Fazio, responsabile di Avvenire Catania, docente dell’Università di Catania, già caporedattore La Sicilia, che tra aneddoti e consigli agli aspiranti giornalisti, ha esortato quest’ultimi a custodire gelosamente il rigore dell’inchiesta, ricordando che «nonostante l’inevitabile evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione, la missione di raccontare la verità resta il cuore pulsante e immutabile di ogni cronista».
«Quando, nel 2018, abbiamo dato il via al primo workshop – ha raccontato Giuseppe Di Fazio, coordinatore del workshop – sembrava un’avventura impossibile. Oggi siamo ancora qui, a confrontarci con trasformazioni profonde e a osservare segnali di rinascita. Per la prima volta il Festival è promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS, nata da una rete costruita negli anni e capace di generare opportunità concrete per molti partecipanti».
A seguire Giorgio Romeo, presidente della Fondazione Giornalismo Mediterraneo e direttore del Sicilian Post, ha analizzato le sfide che attendono i giovani reporter. Con la consapevolezza di chi ha fondato un progetto editoriale under 35 basato sull'eccellenza, Romeo ha ricordato ai partecipanti che «la crisi del sistema editoriale non coincide con la fine del giornalismo, ma è un invito a ridefinire il modo in cui costruiamo la realtà attraverso le notizie».
«Il lavoro del buon giornalista è essere semplice, non semplificare – ha aggiunto -. Non bisogna temere la complessità. Il workshop nasce proprio con questa ambizione: imparare a muoversi dentro questa complessità e sviluppare la consapevolezza che il giornalismo non è solo una tecnica, ma un modo di stare al mondo».

Un momento dell'intervento di Giorgio Romeo. Da sinistra Giuseppe Fazio e Ida Nicotra
Sul rapporto tra giornalismo e pubblico Giorgio Romeo, presidente della Fondazione e direttore del Sicilian Post, ha sottolineato che «quando si muovono i primi passi in questo settore, la prima cosa che viene insegnata è trovare una storia. E questo funziona. Ma oggi non è più sufficiente: il contesto è radicalmente cambiato».
Secondo il Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism, cresce il numero di persone che evita le notizie o fatica a distinguere tra vero e falso: «I giornalisti sono tra le categorie in cui è riposta minor fiducia, ma questa fiducia non è scomparsa. I più giovani si informano, ma in modo diverso, con formati più fluidi e frammentati».
Il tema diventa allora comprendere come rispondere a questi bisogni: «Raccontare storie non basta perché il contesto in cui lavoriamo è cambiato, bisogna confrontarsi con un pubblico che nutre poca fiducia nei confronti della figura del giornalista, una fiducia che non è sparita ma è selettiva, il buon giornalismo esiste, ed esiste ancora oggi avendo anche più strumenti del passato», ha spiegato Giorgio Romeo.

I giovani giornalisti nell'aula magna di Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore di Catania
Nel corso del workshop è intervenuto anche Guido Tiberga, firma storica de La Stampa, che ha trasformato l’aula in una vera e propria 'bottega della scrittura'. Con la competenza di chi ha vissuto decenni di cronaca sul campo, ha guidato gli studenti attraverso le pieghe del mestiere, svelando quei 'trucchi' invisibili che fanno la differenza tra un pezzo letto e uno vissuto.
Tra i consigli elargiti, è emersa con forza l’importanza del ritmo. «Scrivere - per Tiberga - non significa solo informare, ma trattenere il lettore per mano, riga dopo riga». Nel suo intervento ha analizzato l'arte dell'incipit – la porta d'ingresso fondamentale di ogni articolo – e ha spronato i ragazzi a non aver paura di 'togliere il superfluo', ricordando che «spesso la qualità di un pezzo non si misura da ciò che si aggiunge, ma dalla capacità di sintetizzare l'essenza di una storia senza sacrificarne l'anima».
A dare un respiro internazionale al workshop Cheryl Phillips, docente alla Stanford University e figura di riferimento nel giornalismo investigativo globale. Phillips ha spostato il focus sulla potenza dei dati, illustrando come «l'analisi rigorosa possa trasformarsi in uno strumento di potere nelle mani del cronista».
In particolare, la docente ha presentato Big Local News, il suo ambizioso progetto che mira «a democratizzare l'accesso ai dati per le redazioni locali». «L’obiettivo principale è aiutare i giornalisti a raccontare le storie che provengono dalle loro comunità – ha aggiunto -. Per farlo, raccogliamo una grande mole di dati, spesso difficili da utilizzare, e creiamo strumenti che ne rendano più agevole la consultazione. Supportiamo le redazioni, anche quelle che si avvicinano a questo ambito, attraverso attività di coaching per accrescere le competenze».

Cherly Phillips in video collegamento
E sull’utilizzo dei “dati”, la giornalista pluripremiata ha precisato che «questo strumento permette di aggregare, standardizzare e interrogare informazioni spesso frammentate». La Phillips ha mostrato ai partecipanti come la tecnologia possa diventare un ponte fondamentale: un metodo per colmare il divario tra la complessità del big data e l'urgenza delle storie che nascono nei territori, ribadendo che «anche nell'era dell'intelligenza artificiale, è l'occhio umano a fare la differenza nel portare alla luce la verità».
Da queste sinergie, condotte anche con realtà come il New York Times, sono nate inchieste con un notevole impatto. «Ci siamo occupati, ad esempio, delle morti per overdose di uomini tra i 50 e i 70 anni nell’area di Baltimora, o della dipendenza da metadone tra le fasce di reddito più basse nello Stato di Washington. In alcuni casi, ciò che emerge dai dati ha contribuito a modificare decisioni pubbliche», ha detto.
Ma il dato, tuttavia, non basta da solo: «L’attività di reportage è preziosa, perché aiuta a comprendere ciò che nei dati non torna – ha aggiunto -. L’analisi serve a individuare schemi e corrispondenze, ma anche a trovare dentro quei numeri le storie delle persone e delle comunità, e assicurarsi che vengano raccontate».

I giovani giornalisti nell'aula magna di Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore di Catania
Il giornalismo che verrà, il prossimo appuntamento
Il giornalismo che verrà è promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo in collaborazione con l’Università di Catania. L’iniziativa è gratuita grazie al supporto finanziario dato dalla Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale e al supporto di Crédit Agricole e Unipol.
Martedì 28 aprile, nell’aula magna di Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore di Catania, il programma de “Il Giornalismo che verrà”, prevedrà tre incontri aperti al pubblico. Alle 16 protagonista del panel sarà Madhav Chinnappa, fellow del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford e già direttore del news ecosystem development di Google, il quale affronterà il tema del difficile ma affascinante rapporto tra giornalismo ed IA.
Alle 17 il direttore di Pagella Politica e Facta NewsGiovanni Zagni, partendo dal suo ultimo volume Storie false. Dai faraoni alle bufale online, proporrà un excursus su quanto le fake news siano sempre state presenti nella nostra società, al punto da avere il potere di plasmarla.
L’ultimo evento della giornata, alle 18, vedrà intervenire Domenico Quirico, reporter de La Stampa, sul tema delle migrazioni nel Mediterraneo, frontiera centrale del nostro tempo, troppe volte ferita e dimenticata. Tutti gli eventi sono a ingresso libero fino ad esaurimento posti.