Al Dipartimento di Scienze politiche e sociali si è tenuto un convegno internazionale dedicato alle trasformazioni della democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale e del potere tecnologico
«La democrazia ad oggi è attaccata su diversi fronti, tanto dall’interno quanto dall’esterno. Questo è proprio uno degli argomenti più scottanti delle scienze politiche degli ultimi tempi. Si pone quindi una questione cruciale: la democrazia è considerabile uno dei mezzi migliori per governare? Perché sembra faticare? Credo che noi politologi abbiamo il dovere di analizzare questo problema.»
È questo lo spunto di riflessione con cui Francesca Longo, direttrice del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, ha aperto il convegno internazionale dal titolo Abolishing Democracy: Is the Future Post-Political?, che si è snodato nelle giornate di venerdì 16 e sabato 17 gennaio, nell'aula magna di Palazzo Pedagaggi del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania.

Un momento dell’intervento di Francesca Longo
Fondamentale guida alla lettura del convegno è stato Fabrizio Sciacca, docente del corso di Filosofia Politica e coordinatore del progetto Tecmed – Technopower and the Metamorphosis of Democracy.
«L’anno nuovo è stato segnato da eventi che hanno lasciato una considerevole tensione politica. Questa conferenza non mira a dare una prospettiva politica del fenomeno: il suo scopo è quello di definire la nozione di democrazia dal punto di vista della filosofia - ha esordito il professore Fabrizio Sciacca -. Cosa succede alla politica quando il dibattito è neutralizzato e la sua essenza è ridotta a una necessità tecnica? È da queste domande, più che dalle risposte immediate, che ha sede la riflessione del nostro incontro».
Al convegno sono intervenuti filosofi, giuristi e politologi italiani ed europei proprio per interrogare la democrazia come forma storica attraversata oggi da tensioni radicali: la governance algoritmica, l’automazione delle scelte, il potere delle piattaforme, la trasformazione della soggettività politica, la crisi della rappresentanza, la nuova relazione tra tecnica e comando.
«Quando si accenna a una crisi della democrazia spesso si cercano segni chiari e drammatici: colpi di stato, collassi costituzionali e regimi apertamente autoritari – ha precisato il prof. Fabrizio Sciacca -. Questi eventi sono stati tradizionalmente interpretati come i segnali inequivocabili del fallimento democratico. Eppure ciò che definisce l’attuale crisi è proprio l’assenza di tali segni. Nella maggior parte dei casi la democrazia non viene abolita, bensì funziona come sempre. Si tengono elezioni, i parlamenti legiferano e i tribunali emettono sentenze».
«La democrazia non è solo un sistema di governo, ma un orizzonte morale, porta con sé aspettative di libertà, uguaglianza, partecipazione e autogoverno collettivo. Quando queste aspettative non sono soddisfatte, la crisi diventa normativa invece che istituzionale», ha aggiunto
«La forma democratica resta largamente intatta: meccanismi elettorali, separazione dei poteri e linguaggio dei diritti continuano a strutturare la vita politica – ha precisato il docente del Dipartimento di Scienze politiche e sociali -. La funzione democratica, invece, si indebolisce: la capacità dei cittadini di influenzare concretamente gli esiti politici diminuisce. La dimensione più profonda della crisi democratica non è giuridica, ma simbolica. Le decisioni restano legali, ma non emergono più da processi percepiti come deliberativi. I cittadini continuano a votare, ma molti non si riconoscono nei risultati politici. La politica è percepita sempre più come gestione tecnica piuttosto che autogoverno collettivo. In questo senso, la crisi della democrazia non è una crisi di sopravvivenza, ma di significato. La politica si riduce ad amministrazione e la cittadinanza rischia di diventare semplice spettatore».
«Il mito della democrazia liberale consiste nella convinzione che la forma garantisca la sostanza. Ciò che è in gioco oggi non è se la democrazia esista, ma se significhi ancora ciò che una volta prometteva – ha spiegato -. È in questo spazio che comincia a emergere ciò che comunemente viene definito post-politica. Qualsiasi nozione definita attraverso il prefisso “post” porta con sé un elemento di indeterminatezza e designa non una condizione chiaramente delimitata, ma uno spostamento percepito di una forma politica esistente. Nella retorica post-politica, la politica viene spesso associata a pace, armonia e consenso, eppure la pace intesa come assenza di dibattito implica silenzio e immobilità».

Il tavolo dei relatori
Democrazia e politica tra trasformazione, crisi e soggettività
Proprio sui temi del mito della democrazia, della trasformazione post-politica, sulla crisi della rappresentanza e sul ruolo della soggettività politica il prof. Fabrizio Sciacca, ordinario di Filosofia politica, si è soffermato rispondendo ad alcune domande.
Il “mito della democrazia”, in che senso questo mito può oggi ostacolare una comprensione più lucida dei cambiamenti della democrazia contemporanea, soprattutto di fronte a fenomeni come la governance algoritmica e le decisioni automatizzate?
L’impostazione del convegno parte da un’idea semplice ma metodologicamente precisa. La filosofia politica viene intesa come analisi di problemi e riflessione simbolica. L’attenzione è rivolta alle condizioni che rendono possibile una certa forma di decisione politica e agli effetti che derivano dal mutamento di queste condizioni. In questo senso, il metodo non è quello storico-ricostruttivo, essendo più vicino a quello dell’economia o delle scienze dure. Si individuano alcune variabili-chiave – decisione, vincoli, responsabilità, conflitto – e si osserva come il sistema reagisce quando una di esse viene riconfigurata.
Il punto di partenza riguarda il modo in cui, nelle democrazie contemporanee, viene interpretato il funzionamento della democrazia stessa. Con l’espressione mito della democrazia intendo una semplificazione cognitiva, ovvero la tendenza a considerare la continuità delle procedure democratiche come un indicatore affidabile della tenuta della politica democratica. Finché elezioni, parlamenti e corti operano regolarmente, si diffonde l’idea che la democrazia funzioni anche sul piano sostanziale.
Questa convinzione produce un effetto specifico. L’attenzione si concentra sulla forma istituzionale e rende meno visibili le trasformazioni che incidono sulla funzione della decisione. Quando una decisione è presa nel rispetto delle regole, raramente viene interrogata dal punto di vista politico. L’ambito concettuale si sposta verso la correttezza procedurale, mentre la questione delle alternative disponibili tende a scomparire.
Il mito agisce quindi come filtro interpretativo, poiché stabilizza le aspettative intorno alle procedure e favorisce una normalizzazione del cambiamento.
Anche trasformazioni profonde vengono percepite come semplici aggiustamenti tecnici, in quanto non alterano l’architettura formale delle istituzioni.
In questo modo, la crisi non viene negata, ma diventa difficile da riconoscere. La democrazia continua a esistere ed è sempre più identificata con il proprio apparato procedurale. Sullo sfondo, resta la distanza crescente tra il funzionamento delle istituzioni e l’esperienza effettiva della decisione politica come scelta contestabile.
Ritiene che la democrazia stia effettivamente entrando in una fase “post-politica”, in cui il conflitto e il dibattito collettivo vengono progressivamente sostituiti da forme di decisione tecnica? Se sì, quali implicazioni etiche e sociali ne derivano?
La necessariamente vaga nozione di post-politico descrive una mutazione del modo in cui le decisioni vengono giustificate e assunte nello spazio pubblico. Le decisioni tendono sempre più spesso a presentarsi come risposte necessarie a vincoli esterni, quali l’economia, la scienza, la sicurezza o l’urgenza. In questo contesto, il conflitto perde progressivamente salienza, pur continuando a essere presente. Il dissenso rimane visibile, ma incontra crescenti difficoltà a incidere sull’impianto decisionale di fondo.
Il dibattito pubblico conserva una funzione espressiva, ma vede ridursi la propria capacità di orientare le scelte collettive. La politica assume così i tratti di una gestione continua, sempre più informale, al contempo procedurale e apparentemente volta alla stabilità. Siffatta configurazione viene descritta come post-politica, perché modifica il significato stesso della decisione, che non appare più come scelta tra alternative incompatibili, ma come attuazione di ciò che è già stato definito come necessario.
La crisi della rappresentanza è un sintomo della trasformazione della democrazia o piuttosto una causa del suo mutamento verso forme più “post-politiche”? E come può il pensiero filosofico aiutare a comprendere questo fenomeno?
Il tema della cosiddetta “crisi della rappresentanza” è diventato un mantra del dibattito teorico-politico contemporaneo. La sua forza comunicativa è indubbia, ma la sua capacità esplicativa è limitata. Questo linguaggio coglie un disagio reale, collocandolo però nel punto sbagliato. L’attenzione viene sistematicamente concentrata sul rapporto tra rappresentanti e rappresentati, come se il problema principale risiedesse in un cattivo funzionamento del meccanismo rappresentativo.
La trasformazione decisiva riguarda invece il significato stesso della decisione politica. Quando le decisioni fondamentali vengono presentate come tecnicamente vincolate, necessarie o prive di alternative realistiche, lo spazio della scelta si restringe prima ancora che la rappresentanza entri in gioco. In queste condizioni, la rappresentanza continua a operare sul piano formale, ma perde di rilevanza sul piano decisionale.
Non rappresenta meno, rappresenta un ambito sempre più ridotto. Il riferimento alla crisi della rappresentanza appartiene dunque a un più ampio immaginario politico, che è una componente essenziale della vita democratica. Il problema non è però l’uso di questo registro simbolico, ma il suo impiego distorsivo. Invece di chiarire dove si esercita oggi il potere, esso sposta l’attenzione sugli esiti istituzionali visibili. Il risultato è una confusione sistematica tra causa ed effetto: ciò che viene interpretato come crisi della rappresentanza è in realtà la conseguenza di una progressiva sottrazione delle decisioni rilevanti al conflitto e alla responsabilità politica.
Con l’ascesa degli algoritmi e delle piattaforme digitali, la soggettività politica dei cittadini sembra ridefinirsi. Quali rischi e opportunità vede in questa trasformazione per il futuro della democrazia come spazio di decisione condivisa?
Nel dibattito contemporaneo sulla democrazia e sulla post-politica, il tema degli algoritmi assume una posizione centrale. Questo è comprensibile, dato il ruolo crescente delle tecnologie digitali nei processi decisionali e nelle forme di governance. Tuttavia, è importante evitare di attribuire agli algoritmi un potere esplicativo eccessivo, perché il rischio è quello di trattare la tecnologia come la causa primaria delle trasformazioni in atto, mentre molte di esse precedono l’attuale fase di digitalizzazione e riguardano il modo in cui la decisione politica viene giustificata e resa accettabile.
Gli algoritmi possono rafforzare dinamiche già esistenti, in particolare la tendenza a presentare le decisioni come necessarie, impersonali o tecnicamente determinate. Ma non sono all’origine di questa logica. Quando il dibattito si concentra esclusivamente sugli effetti degli algoritmi sulla soggettività politica, trasforma una configurazione storica e istituzionale del potere in un destino tecnico inevitabile. Questo spostamento contribuisce, paradossalmente, alla stessa depoliticizzazione che si intende criticare, perché sottrae alla discussione pubblica ciò che continua a essere una questione di scelta, responsabilità e conflitto politico.

In foto da sinistra Fabrizio Sciacca e Eric Heinze
Eric Heinze e il suo intervento su modernità politica, sulle tre prospettive universaliste dominanti, diritti e libertà e il ruolo delle università
Tra i numerosi relatori si è evidenziato l’intervento Eric Heinze della Queen Mary University of London. Nel suo intervento il docente si è soffermato sulla modernità politica, sulle tre prospettive universaliste dominanti, diritti e libertà e il ruolo delle università.
Cosa caratterizza la modernità politica?
La modernità politica si caratterizza per l’inevitabilità del ragionamento universalista. Anche le posizioni che pretendono di denunciare gli universalismi astratti finiscono inevitabilmente per riaffermare rivendicazioni universali sulla giustizia o sulla condizione umana. La crisi democratica odierna va quindi compresa non come un collasso dell’universalismo, ma come un’intensificazione delle rivalità tra universalismi concorrenti.
Le tre prospettive universalistiche dominanti evidenti nei conflitti
Questi conflitti sono più visibili tra tre prospettive universaliste dominanti. La prima si concentra sull’uguaglianza sostanziale, fondando la giustizia sull’eliminazione della dominazione strutturale e delle gerarchie materiali.
La seconda, associata al pluralismo costituzionale, dà priorità alle libertà liberali, ai diritti individuali e alla cittadinanza partecipativa all’interno di un ordine giuridico apparentemente aperto e neutrale.
La terza, organizzata attorno all’identità collettiva, individua la giustizia nella tutela della tradizione, della coesione culturale e della continuità nazionale. Ciascuna rivendica di incarnare la giustizia, dipingendo le rivali non semplicemente come errate, ma come fondamentalmente ingiuste.
Diritti e libertà di espressione
In controversie tanto diverse quanto, per esempio, i diritti LGBTQ+, la guerra, la libertà accademica o la libertà di espressione, questi universali entrano in collisione in modi reciprocamente inconciliabili. Ciò che una posizione condanna come ingiustizia o esclusione, un’altra lo difende come necessità morale o sopravvivenza collettiva. In tali condizioni, proibire una posizione come “odio” o “antidemocratica” non è un atto neutrale, ma l’affermazione di un universalismo a scapito degli altri. Questa dinamica mette in luce una tensione profonda al cuore della democrazia liberale: la promessa di apertura coesiste con l’inevitabile esercizio di potere esclusivo.
Possiamo dire che immaginiamo un momento post-politico come uno in cui il potere inizia a manifestarsi come legge, gestione, amministrazione delle regole, dove la controversia e il dissenso sono visti al massimo come fastidi, come se fosse meglio eliminarli o relegarli al passato. E, naturalmente, questi fenomeni non sono nuovi nella storia, anche se è certamente vero che oggi affrontiamo una sfida di portata eccezionale. Nel momento post-politico, la politica tende a essere vista come superflua. Può essere attivamente repressa, violentemente repressa, oppure semplicemente liquidata come inutile, come un luogo di chiacchiere, una perdita di tempo, destinata solo a litigi e contraddizioni senza scopo.
Il ruolo delle università
È importante, però, guardare anche dentro le nostre università: quanto tempo dedichiamo a criticare la nostra stessa democrazia liberale? Quante decadi di insegnamento hanno effettivamente smascherato la democrazia liberale, rivelandola come maschera di qualcosa di fondamentalmente non democratico?
Molti accademici occidentali si concentrano su questo, ma spesso senza riconoscere la propria posizione o responsabilità storica, ignorando le conseguenze reali sul mondo mentre criticano solo ciò che è lontano. Questo porta a una forma di amnesia selettiva: si sottolineano gli errori degli altri, mentre non si esamina la propria storia e responsabilità. Per essere davvero efficace, tale critica deve includere anche un’analisi autocosciente del proprio contesto storico e politico, altrimenti rischia di diventare solo un esercizio di denuncia altrui senza introspezione.
Democrazia e post-democrazia, tra decisione e automatismo, tra conflitto e neutralizzazione, tra politica e tecnica
L’intero convegno - promosso nell’ambito del progetto Tecmed – Technopower and the Metamorphosis of Democracy coordinato dal prof. Fabrizio Sciacca - si è mosso lungo una linea di confine: tra democrazia e post-democrazia, tra decisione e automatismo, tra conflitto e neutralizzazione, tra politica e tecnica.
Su questi temi sono intervenuti anche Roberta Sala (Università Vita-Salute San Raffaele) con una riflessione sulla possibilità di un dibattito politico più ragionevole oltre le polarizzazioni; Natascia Mattucci (Università di Macerata) che ha indagato la crisi del limite e lo “svelamento totale” del nostro tempo; Jean-Jacques Wunenburger (Université Jean Moulin Lyon 3) con una meditazione sulla volontà generale come “automate spirituale”; Valentina Tirloni (Université Côte d’Azur) che ha esplorato opportunità e rischi delle piattaforme digitali per la democrazia.
E ancora Thierry Ménissier (Université de Grenoble Alpes) con una analisi sulle nuove condizioni politiche dello Stato algoritmico; Paolo Bellini (Università dell’Insubria) che ha affrontato la crisi della liberaldemocrazia nella civiltà occidentale. Antimo Cesaro (Università della Campania) che ha guidato una sessione dedicata ai nessi tra politica contemporanea e immaginari del futuro.
Numerosi studiosi hanno dato forma a una riflessione corale sul presente: Margherita Geniale ha affrontato la sfida tecnocratica alla neutralizzazione del politico; Cassandra Basile ha interrogato gli scenari distopici del potere algoritmico; Maria Rosaria Vitale ha riflettuto sulla libertà di parola nell’epoca delle Big Tech; Alessandra Micol Caprioli sulle nuove forme di partecipazione politica digitale.
A questo intreccio di voci si sono uniti Luigi Di Santo, Giuseppe Mascheretti, Maria Teresa Pacilè, Chiara Sargiotta, Alessio Panaggio e Silvano Poli, insieme ad Antonio Campati sulla trasformazione delle élite e della rappresentanza politica nelle democrazie post liberali; Cristiano Maria Bellei, che ha ricostruito il passaggio dal popolo agente allo spettatore passivo mettendo in luce la crisi profonda dell’immaginario democratico, e Antonello Nasone che ha riletto criticamente la contestazione della democrazia nel pensiero di Ugo Spirito come snodo teorico ancora decisivo per comprendere il rapporto tra politica, tecnica e totalizzazione.
Domenico Sergio Scalzo ha indagato il nesso inquieto tra democrazia e anarchia, mentre Salvatore Muscolino si è concentreto sull’ordine politico democratico nel suo sdoppiarsi tra “realizzazione politica” e “realizzazione tecnica”.
Con loro, Vincenzo Peluso, Vincenzo Rapone, Donato Aliberti e Gianluca Dioni hanno arricchito ulteriormente il quadro con riflessioni sul capitalismo politico, il linguaggio performativo, il nesso tra nazione e democrazia e le tensioni interne all’ordine politico democratico.