Il giudice della Corte Penale Internazionale Rosario Aitala ha incontrato gli allievi del Dottorato di ricerca internazionale in Giurisprudenza affrontando le implicazioni giuridiche e morali del reato codificato dall’Onu nel 1948
«La premessa di tutti i crimini internazionali, in particolare del genocidio, è un processo di disumanizzazione delle persone, una profonda forma di razzismo. Cioè, l'idea che alcune persone non possiedano la stessa dignità dei loro carnefici. In questi casi, chi uccide un bambino, una persona inerme, è stato convinto del fatto di essere diverso e superiore alla sua vittima. Che quindi quello sia un essere subumano, dotato di un valore inferiore sulla base delle sue caratteristiche fisiche, della lingua, della provenienza etnica: di un ‘altro’ che può essere privato della vita, torturato, discriminato, allontanato, rinchiuso... Il tema culturale che dobbiamo guardare per prevenire i genocidi è perciò quello di combattere il razzismo».
È una delle tante risposte offerte alla riflessione corale da parte del giudice Rosario Aitala, alto magistrato della Corte Penale Internazionale dell’Aja, che giovedì 23 ottobre ha dialogato con gli allievi del corso di Dottorato di ricerca internazionale in Giurisprudenza dell’Università di Catania, nell’auditorium della Purità.
Accolto e introdotto dal direttore del dipartimento di Villa Cerami Salvatore Zappalà, ordinario di Diritto internazionale, e dalla coordinatrice del Dottorato Anna Maria Maugeri (Diritto penale), il giudice Aitala, dall'11 marzo 2018 chiamato a far parte della Corte penale internazionale dopo la laurea all’Università di Catania e diversi incarichi delicati in Polizia e Magistratura, ha declinato diversi aspetti legati all’argomento del colloquio su Il genocidio nel diritto internazionale. Storia del neologismo e applicazioni giurisprudenziali.
Tornando sugli aspetti legati alle strategie di prevenzione di tali abominevoli crimini, Aitala ha infatti evidenziato che «il tema principale è innanzitutto politico. Tutti i crimini internazionali sono strettamente collegati al potere, sono delle forme immonde di gestione del potere, ma costituiscono pur sempre degli atti politici. Quando la dignità umana e il valore delle persone vengono messi in secondo piano rispetto all'interesse a controllare un territorio o le sue risorse, ad affermare un'etnia sulle altre, oppure a controllare o spegnere la dissidenza, è proprio lì che nascono i crimini internazionali».
«L’incontro di oggi – ha premesso la prof.ssa Maugeri - si inserisce in una serie di iniziative che stiamo organizzando nell'ambito del dottorato in Giurisprudenza per riflettere in particolare sull'attuale momento storico. Già nel 1998 ci eravamo occupati della Corte Penale Internazionale, che rappresenta un grande punto di arrivo nella storia del diritto, a partire dal riconoscimento della responsabilità penale personale dopo quanto stabilito con il processo di Norimberga. Più in generale, ipotizzavamo che la nascita della Cpi potesse rispondere in qualche modo anche all’esigenza di prevenzione generale di tali crimini. Forse, però, la storia ci sta smentendo».
«Il diritto penale internazionale ha la funzione di rendere gli Stati responsabili dei crimini che possono essere commessi proprio dalle loro autorità – ha concluso la docente –. È per questo che occorre continuare a impegnarsi, opponendosi a tutte quelle tendenze che oggi mettono in discussione quella che sembrava una conquista ormai definitiva per la nostra civiltà».

Un momento dell'incontro nell'auditorium "Enzo Zappalà"
Istituita dallo Statuto di Roma nel 1998 ed entrata in vigore nel 2002, la Corte dell’Aja è composta da 18 giudici in carica per nove anni che hanno facoltà di processare gli individui accusati dei crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme (genocidi, aggressioni, crimini di guerra e contro l’umanità). «Provare i crimini internazionali è sempre molto complicato per diverse ragioni – ha spiegato Aitala -. La prima è che si tratta sempre di reati commessi da organizzazioni complesse, in cui ci sono dei vertici politici, dei vertici militari, e così via fino ad arrivare al soldato o al miliziano che preme il grilletto. Le indagini devono quindi ricostruire i gangli di queste organizzazioni e attribuire le responsabilità ai diversi livelli dell'azione criminale, con difficoltà probatorie molto consistenti».
«A differenza delle indagini ordinarie – ha specificato il magistrato catanese che nella sua carriera quasi trentennale si è occupato principalmente di mafia, criminalità organizzata, terrorismo internazionale, corruzione, reati finanziari e reati contro le persone vulnerabili – in questo caso, poi, i giudici arrivano quando i crimini sono stati già commessi, e non sono in grado di utilizzare una serie di strumenti come le intercettazioni o altri che sono fondamentali nell'attività giudiziaria comune. Sul genocidio si aggiunge poi un'altra difficoltà, che è quella che è caratterizzata da un intento specifico, cioè dall'intenzione conclamata di arrivare distruggere un gruppo».
«Leggere nella mente umana non è facile, quindi questo intento viene ricostruito da dati obiettivi, per esempio da come le condotte si ripetono, a volte da dichiarazioni dei vertici politici e militari. Tengo però a sottolineare una cosa – ha detto -. Non bisogna enfatizzare la differenza fra il genocidio e altri crimini internazionali. Io personalmente ritengo che, in un’ipotetica scala gerarchica, il genocidio sia più grave, perché nega il diritto all'esistenza, il primo di tutti gli altri diritti. Ma è importante ricordare che anche se non si applica la fattispecie del genocidio, si tratta comunque di crimini gravissimi, di guerra o contro l'umanità».

La prof.ssa Anna Maria Maugeri, il giudice Rosario Aitala, il prof. Salvatore Zappalà