Il giornalismo che resiste: fiducia, comunità e nuove sfide dell’informazione

Dal brand journalism al fotogiornalismo, il Festival dell’informazione mediterranea riflette sul ruolo dei media in un tempo frammentato e dominato dai flussi digitali

 

Il giornalismo può ancora cambiare la società, ma solo se smette di rincorrere narrazioni autoreferenziali e torna a costruire relazioni autentiche con le persone. È il filo rosso emerso dal primo appuntamento settimanale del programma de "Il giornalismo che verrà - Festival dell'informazione mediterranea" dove direttori, editorialisti e reporter internazionali hanno discusso il futuro dell’informazione tra fiducia, prossimità e responsabilità pubblica.

A ribadirlo, in apertura dell’incontro, è stato Fernando Vacarini, direttore di Changes, testata del gruppo Unipol: «Il giornalismo è vivo e vegeto: serve le comunità, a patto di non essere uno storytelling fine a sé stesso». Partendo da questo monito, Fernando Vacarini  ha poi voluto offrire una riflessione sulle opportunità che, oggi, il brand journalism consente di esplorare: «È qualcosa di diverso dal marketing. Gli interessi delle aziende sono diversi da quelli degli editori, e spesso ciò fa sì che si possano trattare con maggiore libertà temi che consentono di riflettere sul nostro tempo».

Altrettanto importante, per affrontare le sfide di un mondo in rapidissima trasformazione, è coltivare un orizzonte comune con il proprio pubblico: «L’obiettivo non è soltanto quello di generare ricavi o ottenere abbonati: ma avere un impatto reale sulla società. Crediamo che questo debba essere il nostro modello di business». 

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

È così che Douglas McCabe, Chief Strategy and Business Officer presso The Guardian, ha definito l’idea di giornalismo che sta alla base del lavoro di una delle più prestigiose testate al mondo. Il giornalista britannico ha anche voluto sottolineare come sia fondamentale porsi dinanzi una sana ambizione: «Vogliamo che le persone credano e sperino che possa esserci un mondo migliore e che il giornalismo sia una parte fondamentale per costruirlo. La nostra impostazione non prevede paywall: nessuno è obbligato ad abbonarsi per fruire di ciò che produciamo. Ma, nonostante questo, abbiamo quattro milioni di persone che spontaneamente contribuiscono. È il pubblico stesso, come se fosse un azionista, a costruire il nostro modello. Il punto è convincere a pensare a noi come ad un’abitudine, ad un riferimento di cui fidarsi senza insistere».

Rapporto con il pubblico e fiducia sono anche i capisaldi su cui la comunicazione di prossimità fonda la sua efficacia e la sua unicità. «Viviamo - ha affermato Giovanni Parapini, direttore di Rai Umbria - un tempo complesso, in cui le profonde disuguaglianze del nostro tempo sfociano in episodi di inaudita cattiveria. Per portare all’attenzione dei lettori e delle cronache nazionali, che si nutrono di notizie di cronaca anche scabrose, storie di eccellenza, di bene, di realtà territoriali meritevoli, ci vuole coraggio e visione. E, da questo punto di vista, il giornalismo locale, con il suo rapporto diretto e profondo con le persone, rappresenta un valore insostituibile». 

In foto Giovanni Parapini

In foto Giovanni Parapini

A fargli eco Giuseppe Di Fazio, responsabile di Avvenire Catania: «Di fronte alla tragicità dei nostri giorni, ciò che conta è come guardiamo alle notizie. Anche a quelle peggiori. Il più grande sforzo è mantenere una prospettiva di umanità. E avere uno sguardo sulla realtà capace di vedere ciò che molti, spesso istituzioni comprese, non vedono. Fare comunicazione di prossimità significa insistere nel raccontare».

Senza questo elemento di reciprocità, il rischio è quello di svalutare il ruolo e il valore dell’informazione. Ma anche di perdere il contatto con un pubblico che, altrimenti, senza l’intermediazione dei giornali, rischia di accontentarsi di un quadro frammentario: «Viviamo nell’epoca dell’evidenza – ha spiegato Ezio Mauro, editorialista e già direttore de La Repubblica - in cui tutto si spiega da sola e la realtà si deve accettare per come ci viene proposta». 

«È venuta meno l’agorà aristotelica, un luogo in cui i valori dell’individuo venivano a contatto con le istanze della collettività - ha aggiunto -. E così, adesso, esistono tante opinioni, ma incapaci di saldarsi in un’opinione pubblica. Crediamo di essere informati perché la sovrabbondanza di notizie ci travolge. Ma non si può vivere di informazione casuale, di contenuti che non hanno un ordine o una gerarchia. Da questo punto di vista, i giornali sono e rimarranno insostituibili: perché non sono solo veicoli di notizie, ma strumenti cognitivi, di regolazione e trasmissione di conoscenza».

In foto Ezio Mauro

In foto Ezio Mauro

Altrettanto fondamentale, in quanto a valore testimoniale, è da sempre stato il fotogiornalismo. Anch’esso, oggi, chiamato a confrontarsi con nuove, impegnative sfide: «La nostra epoca – ha rimarcato Lars Boering, già direttore del World Press Photo e dell’European Journalism Centre – sta assistendo al progressivo dissolvimento del confine tra uomo e macchina. L’idea classica del fotogiornalismo prevedeva un singolo fotografo che catturava un momento decisivo. Ma oggi non consumiamo più immagini singole: ma inserite in un flusso continuo. Per questo, si parla ormai di giornalismo visuale: perché non basta mostrare una foto. Bisogna analizzarla, ricostruirla, contestualizzarla. Un tempo si documentavano eventi: adesso si costruisce una comprensione della realtà».

Promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS in collaborazione con l’Università di Catania, il Festival è realizzato grazie al supporto finanziario della Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR) e al sostegno di Crédit Agricole e Unipol. Con i patrocini di: Comune di Catania, Ordine dei Giornalisti di Sicilia e RAI. Location partner: Isola Catania; hospitality partner: Hotel Faraglioni, Acitrezza.

In foto Lars Boering

In foto Lars Boering

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