A Catania il laboratorio sulla fiducia tra media e cittadini

I reporter Gabriele Cruciata e Simone Olivelli, la presidente del Solutions Journalism Network Sara Catania, la vicepresidente di Italia che cambia Selena Meli, la fondatrice di B-Hop Magazine Patrizia Caiffa e il vicedirettore di Avvenire Marco Ferrando al festival de "Il giornalismo che verrà"

Matteo Leone

C’è un granello di sabbia capace di inceppare i meccanismi di un sistema che non funziona e, contemporaneamente, un seme capace di far germogliare la fiducia dove prima c’era solo rassegnazione. Tra questi due estremi si è snodato, nei giorni scorsi, il terzo incontro del Il giornalismo che verrà, il festival dell’informazione mediterranea giunto all'ottava edizione che sta trasformando le aule dell’Ateneo catanese in un laboratorio di cittadinanza attiva. 

Il workshop, nato per preparare i futuri professionisti dell'informazione attraverso un approccio diretto e asciutto, vede la partecipazione entusiasta di numerosi studenti. I giovani aspiranti cronisti sono chiamati non solo ad ascoltare, ma a confrontarsi con i protagonisti del settore per comprendere che il giornalismo, prima ancora di essere produzione di contenuti, è un servizio di responsabilità. 

Patrizia Caiffa, Joshua Nicolosi, Selena Meli

In foto da sinistra Patrizia Caiffa, Joshua Nicolosi, Selena Meli

Il metodo dell'inchiesta: il "cane da guardia"

Per Gabriele Cruciata (Google News Lab Teaching Fellow), il giornalismo d'inchiesta poggia su un metodo solido ereditato dal passato, pur dovendosi adattare a linguaggi sempre nuovi. «Oggi disponiamo di strumenti davvero potenti - ha affermato Gabriele Cruciata, reporter freelance e Google News Lab Teaching Fellow - ma ciò che davvero ci guida è un metodo solido, che abbiamo ereditato dal passato. Ciò che conta è avere un’alta adattabilità comunicativa, imparando a padroneggiare diversi linguaggi, anche quando appaiono lontani tra loro».

Un concetto ribadito alla platea da Simone Olivelli (Irpi Media), che ha definito l’indagine giornalistica come la base essenziale di ogni società democratica: il giornalista non è un osservatore neutro, ma un «cittadino che vuole fare la sua parte», mettendo in dubbio l'esistente per offrire una visione onesta della realtà. 

«Quello che facciamo, a mio parere, è la base di ciò che il giornalismo dovrebbe essere in ogni società democratica: uno strumento per mettere in dubbio l’esistente e instillare un granello di sabbia capace di fare inceppare i sistemi che non funzionano come dovrebbero – ha spiegato -. Bisogna mettere in discussione ciò che abbiamo davanti, mettendo da parte le nostre convinzioni per dare al lettore una visione quanto più onesta possibile. Ed è importante che il giornalista, in primo luogo, percepisca sé stesso come un cittadino che vuole fare la sua parte».

In foto da sinistra Simone Olivelli, Giorgio Romeo e Gabriele Cruciata

In foto da sinistra Simone Olivelli, Giorgio Romeo e Gabriele Cruciata

La rivoluzione costruttiva: il Solutions Journalism

Ma cosa succede quando il pubblico smette di leggere perché sopraffatto dall'ansia? Sara Catania, presidente del Solutions Journalism Network, ha lanciato una sfida alla platea di studenti: «Il 40% dei lettori evita le notizie negative perché erodono la fiducia, sono portatrici d’ansia». La risposta risiede nel giornalismo costruttivo, che non nega i problemi ma cerca e racconta soluzioni concrete.

«Concentrarsi sui problemi - ha spiegato Sara Catania, pluripremiata giornalista statunitense - è un retaggio della nostra professione. Le notizie negative hanno eroso la fiducia. Con l’SJN tentiamo di ribaltare tutto questo, raccontando storie di persone che non si sono fermate alle criticità, ma hanno trovato soluzioni a problemi sociali: così si tocca il cuore di chi legge».

Questo approccio è stato approfondito da Selena Meli (Italia che cambia) e Patrizia Caiffa (B-Hop Magazine). 

«Siamo nati nel 2012, in un momento nel quale la crisi economica si faceva sentire duramente e le cronache dei giornali erano occupate da notizie poco incoraggianti e da storie di giovani che si vedevano costretti a lasciare il nostro Paese – ha detto Selena Meli -. Così, abbiamo puntato sulla ricerca di un’Italia che provava a rimettersi in moto, fatta di imprese, associazioni, enti. Con il tempo abbiamo compreso l'importanza di raccontare un territorio anche tramite le persone che lo abitano. E che il giornalismo può prendersi cura delle persone: non negando i problemi, ma dando rilevanza a chi si sforza di generare un cambiamento».

Che parte dall’approccio che l’informazione adotta nel raccontare la realtà: «Sono convinta - ha detto Patrizia Caiffa, fondatrice e direttrice responsabile di B-Hop Magazine - che un altro giornalismo sia possibile. Le nostre parole d’ordine sono: bellezza, fiducia e consapevolezza. Non siamo abituati a stare nella bellezza, nella gioia, nella positività. Questa gioia va educata prima in noi stessi e poi negli altri. Ed è per questo che le belle notizie vanno raccontate: perché sono fonte di benessere».

In foto Marco Ferrando

In foto Marco Ferrando

Media e pubblico, il nodo della fiducia

Basterà questo per riconsolidare il rapporto fiduciario tra media e pubblico? Se lo è chiesto, in chiusura di giornata, Marco Ferrando, vicedirettore di Avvenire e responsabile della scuola di giornalismo dell’Università di Torino: «Il Digital News Report ci rivela che in Italia il 36% dei lettori non si fida delle informazioni di cui fruisce. Eppure, il 60% degli italiani si informa più volte al giorno. Questo significa che il bisogno non è svanito. Riavvicinarci alle comunità significa imparare a percepirci come parte integrante del pubblico. E a puntare su alcuni pilastri fondamentali: ascolto, relazione, prossimità. Soltanto in questo modo l’autoreferenzialità può tramutarsi in autorevolezza. E soltanto così l’informazione può sperare di diventare un processo di partecipazione».

"Il giornalismo che verrà" è promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo in collaborazione con l’Università di Catania. L’iniziativa è gratuita grazie al supporto finanziario dato dalla Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR, M4C1, CUP: E62B24000380001) e al supporto di Unipol.

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