Il giornalismo che verrà: informare, indagare, custodire la memoria

L'impatto delle inchieste, fare reportage dalle aree di conflitto e il ricordo della Strage di Capaci al centro del Festival dell’informazione mediterranea 

Dal coraggio delle inchieste alla difesa del diritto all’informazione nei conflitti. Sono solo alcuni temi dell’ottava edizione de “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea” che ha acceso a Catania il dibattito sul futuro di una professione chiamata a raccontare la realtà, vigilare sul potere e preservare la memoria collettiva.

E proprio in apertura dell’ultima giornata, nell’aula magna di Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore di Catania, è stato il sindaco Enrico Trantino a dare la giusta dose di fiducia e coraggio ai futuri giornalisti.

«Oggi più che mai, è necessario creare modelli di sviluppo sostenibili, economie nuove che sopperiscano alla mancanza di risorse – ha detto il primo cittadino -. Iniziative come queste rappresentano un modello in questo senso e la città vi è riconoscente. Catania, in virtù del delicato clima geopolitico che stiamo vivendo e delle frontiere che appaiono sempre più fragili, rappresenta un porto di sicurezza con ancor più attrattività, che in questo momento, grazie, ad esempio, agli investimenti sull’innovazione e sui semiconduttori, ha pochi eguali in Europa. Il nostro compito è farci trovare pronti». 

Sul valore dell’iniziativa e, in generale, del giornalismo come fondamento di una società più giusta si è espresso anche il presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Concetto Mannisi: «”Il giornalismo che verrà” si è dimostrato un progetto di assoluto rilievo. La speranza è che, in un momento storico complesso, sempre più nuove leve vogliano avvicinarsi a questa professione, che grazie alla sua deontologia e alle sue regole si distingue dalla tentazione di approcciare la realtà come degli influencer e può offrire alle persone un servizio migliore».

In foto Giorgio Romeo e Enrico Trantino. Sullo sfondo Martin Baron

In foto Giorgio Romeo e Enrico Trantino. Sullo sfondo Martin Baron

Offrire un servizio significa anche individuare storie d’impatto e portarle all’attenzione di un pubblico più vasto. La crisi dell’editoria, i tagli alle redazioni e la difficoltà di farsi largo nel settore per chi lavora da freelance lo hanno messo a dura prova: eppure, il giornalismo d’inchiesta continua ad essere il cuore pulsante di una società democratica. 

Per questo, realtà come il Pulitzer Center assumono un’importanza ancora maggiore per coloro che vogliono offrire alla propria comunità un racconto che sappia andare in profondità su temi di cui non si parla abbastanza: «La nostra ambizione – ha spiegato Rozina Breen, direttrice dei programmi editoriali – è che il giornalismo funzioni come un catalizzatore capace di mettere insieme le persone. Per questo, selezioniamo e finanziamo storie che ispirino all’azione, che possano generare un impatto positivo. Supportiamo l’informazione che è basata sui fatti e sulle prove e che abbia come scopo quello di servire il pubblico. Abbiamo investito in nuovi metodi di storytelling e copriamo spese di viaggio, di alloggio, di traduzione, dando l’opportunità a reporter a redazioni che provengono da tutto il mondo, dalle più grandi a quelle hyperlocal».

In tema di giornalismo d’inchiesta, la mente non può che tornare al 2001, l’anno in cui il The Boston Globe diede il via all’investigazione sugli abusi ai danni dei minori perpetrati dalla chiesa cattolica statunitense e che sarebbe poi passata alla storia come “caso Spotlight”. 

In foto Giorgio Romeo e Lars Boering. Sullo sfondo Rozina Breen

In foto Giorgio Romeo e Lars Boering. Sullo sfondo Rozina Breen

Allora, alla guida di quella realtà editoriale, vi era Martin Baron, plurivincitore del Premio Pulitzer e tra i più influenti giornalisti della contemporaneità: «Quell’inchiesta, a 25 anni di distanza, ci ha lasciato diverse lezioni. Innanzitutto, come certe istituzioni godano della protezione e della complicità della politica e della giustizia. In secondo luogo, che è importante ascoltare le persone che non hanno potere, che sono state vittime. Oggi il contesto è cambiato e ha reso ancora più complicato il ruolo del giornalista. Ma ci sono tanti esempi in giro per il mondo, anche di piccole redazioni, che hanno fatto un ottimo lavoro». 

Perché andare a fondo nella realtà non è solo un metodo, ma un bisogno diffuso: «Il pubblico nutre verso di noi speranza e attesa affinché ci impegniamo per fare questo tipo di lavoro, per monitorare se e dove vengono esercitati gli abusi di potere. Devi avere una forte volontà di farlo, uno staff che è disposto a seguirti, un editore che crede in quello che porti avanti. E anche molta determinazione, perché si tratta di un lavoro duro, che richiede tempo e risorse e non ti garantisce un risultato certo. Ma fa parte dell’ordine naturale delle cose. La ricompensa vera è la fiducia che il pubblico ti dimostra».

Non sempre, tuttavia, indagare sul campo è possibile. In particolare, in scenari di conflitto dove anche scrivere è considerato un crimine: «Nel settembre del 2025 – ha spiegato la reporter freelance Laura Silvia Battaglia al-Jalal – una bomba statunitense ha ucciso più di 30 giornalisti e la notizia è passata quasi inosservata. In un reportage su IrpiMedia, abbiamo riportato i nomi di chi aveva perso la vita: perché, senza un nome, si è come cancellati. Possiamo considerare un crimine scrivere anche se quello che viene scritto non incontra il gradimento di qualcuno? La logica della nostra epoca ci dice che chi scrive qualcosa che non è condiviso deve morire. Ovunque si trovino, che sia lo Yemen, la Palestina o il Burkina Faso, i giornalisti meritano lo stesso grado di protezione». 

In foto Dima Saber e Laura Silvia Battaglia al-Jalal

In foto Dima Saber e Laura Silvia Battaglia al-Jalal

E proprio su questo aspetto da anni lavora Dima Saber, executive director presso Meedan: «Abbiamo costruito un’infrastruttura che permette ai giornalisti di svolgere la loro professione in modo più sicuro. Non sempre è possibile essere sul luogo: diventa allora fondamentale usare modelli che combinano attività di reporting, analisi visuale e supporto legale. Da un lato, ci appoggiamo al modello della Open Source Investigation, che ci ha permesso di ricostruire dei fatti anche se eravamo distanti. Ma da sola non basta, perché le storie che non rientrano nel suo raggio d’analisi posso rimanere nell’ombra. Perciò abbiamo messo a punto uno strumento chiamato Suwaii, che permette al giornalista di raccogliere testimonianze delle comunità locali anche se non in presenza. In tempi di conflitto, il giornalismo ha il dovere di evolversi e adattarsi per garantire il diritto all’informazione». 

La chiusura del festival, in coincidenza con una data di particolare rilevanza per la nostra terra e per l’Italia tutta, ovvero la Giornata della legalità e l’anniversario della Strage di Capaci, ha visto la proiezione del documentario realizzato dalla Rai “A futura memoria. I 40 anni del maxiprocesso”, alla presenza di Roberto Natale (consigliere d'amministrazione Rai), Giuseppe Ardica (caporedattore TGR Sicilia) e Cristoforo Spinella (giornalista TGR Sicilia). 

«La Rai - ha affermato Roberto Natale – ha il compito di essere memoria del Paese e questo lavoro lo dimostra nel senso più civico possibile. La memoria ha a che fare anche con il giornalismo che verrà: perché bisogna portare questo passato nel futuro. Un paese senza memoria non ha vera sovranità». Sull’importanza del ricordo si è soffermato anche Giuseppe Ardica: «Era doveroso mettere a disposizione il materiale sconfinato di cui la Rai dispone. È stato un lavoro imponente per trasmettere alle nuove generazioni la dimensione di un evento unico, che è stato uno spartiacque della nostra storia e uno spaccato irripetibile dell’Italia».

In foto  Roberto Natale e Francesca Rita Privitera (Sicilian Post). Sullo sfondo Cristofaro Spinella, Giuseppe Ardica

In foto  Roberto Natale e Francesca Rita Privitera (Sicilian Post). Sullo sfondo Cristofaro Spinella, Giuseppe Ardica

Promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS in collaborazione con l’Università di Catania, il Festival è realizzato grazie al supporto finanziario della Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR) e al sostegno di Crédit Agricole e Unipol. Con i patrocini di: Comune di Catania, Ordine dei Giornalisti di Sicilia e RAI. Location partner: Isola Catania; hospitality partner: Hotel Faraglioni, Acitrezza.

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