Il KinEst Fest nel segno di Béla Tarr

Ha aperto i battenti la sesta edizione del festival internazionale porta a Catania film, autori e percorsi di approfondimento fuori dai circuiti mainstream

Veronica Caruso

Ci sono film che si lasciano guardare e film che chiedono, invece, di essere attraversati. È da questa seconda idea di cinema che prende forma la sesta edizione del KinEst Fest, il Festival internazionale del cinema che ha aperto i battenti il 1° ottobre a Catania (in programma fino al 10 ottobre) con una selezione di opere lontane dai circuiti ufficiali, accomunate da una forte ricerca artistica e dalla capacità di mettere lo spettatore davanti a immagini, storie e linguaggi non convenzionali.

Il festival rappresenta un appuntamento ormai imprescindibile nel contesto culturale della città di Catania (e della Sicilia tutta); anche quest’anno, infatti, i film in concorso – per lo più esclusi dai circuiti ufficiali – si caratterizzano per un alto profilo artistico e una convincente varietà di generi e stili di ripresa. 

A giudicare i lungometraggi e decretare i vincitori saranno una giuria composta da Elena Atalmi, Enrica Donzella, Federica Pace, Leonardo Recupero, Giovanna Santaera e Claudia Urzì e il pubblico in sala. 

Hanno già arricchito l’offerta tre proiezioni off: Goodbye Lenin di Wolfagang Becker (Germania 2003), scelto per la serata inaugurale del 1° ottobre all’Arena Adua di Catania; Hen, storia di una gallina di György Pálfi (Ungheria,Gregia, 2025), l’evento speciale che si è tenuto il 3 ottobre all’Arena Adua di Catania; Il disprezzo di Jean-Luc Godard (Francia 1963), capolavoro della Nouvelle Vague che chiuderà la kermesse sabato 10 ottobre all’Arena Corsaro di Catania. 

La locandina del KinEst Fest

La locandina del KinEst Fest

Il concept del KinEst Fest prevede anche, per scelta artistica del comitato scientifico, alcuni incontri di approfondimento dedicati ai maestri del cinema d’autore europeo secondo la formula della masterclass, affidata alla cura di Sergio Barone. 

La prima, Béla Tarr.Apocalisse e compassione: immagini da un mondo in frantumi, si è svolta venerdì 2 ottobre alla Villa Guerreri e ha inquadrato la parabola artistica del regista ungherese da una angolazione estremamente suggestiva. Grazie al patrocinio del Dipartimento di Scienze umanistiche, partner ormai consolidato del festival, abbiamo avuto modo di seguire l’incontro e proviamo qui a restituire alcune coordinate e impressioni a caldo. 

Béla Tarr è stato uno dei protagonisti più significativi dell’universo cinematografico contemporaneo. Acclamato dalla critica, oggetto di culto e modello per altri registi, risulta però ancora poco conosciuto dal pubblico generalista, perché estraneo ai circuiti mainstream; le sue opere, del resto, chiedono allo spettatore una partecipazione attiva all’opera, una attenzione estrema. 

Sergio Barone sceglie per l’approfondimento un taglio cronologico che risulta essere convincente e appropriato. 

Lo stesso Tarr, infatti, circoscrive volutamente la propria opera all’interno di un segmento temporale definito, che si snoda fra il 1979, anno del suo primo lungometraggio Nido familiare, e il 2011, anno del suo ultimo film Il cavallo di Torino. A partire da quel momento il regista dichiara di non avere intenzione di girare altro, avendo esaurito la sua parabola creativa e contenutistica; continuerà a rilasciare interviste, tenere seminari e lezioni, ma non si approccerà mai più alla macchina da presa come autore. La sua rimane, nel tempo, una presa di posizione coerente, ma forte e non convenzionale, che restituisce in pieno tutta la sua grandezza 

Dopo una densa introduzione generale, Barone è passato ad analizzare in dettaglio le opere di Barr, dando contezza della progressiva maturazione del suo stile e della sua poetica. Se si guarda ai temi dei film quel che emerge è la lenta, ma decisiva, dilatazione dei contenuti che, dopo un impianto di forte critica sociale, si fanno via via più generali, universali, quasi atemporali. Sul piano delle tecniche di racconto, invece, si osserva il graduale passaggio da forme di montaggio nervoso e frammentario (si pensi ai tagli di Nido familiare) all’estasi del piano sequenza con la svolta di Perdizione: da qui Tarr si spinge verso la consacrazione delle riprese morbide e continue, come attestano i suoi film più tardi. 

Apocalisse e compassione

La locandina di "Apocalisse e compassione. Immagine da un mondo in frantumi"

Al di là dei diversi momenti dell’esperienza artistica di Tarr c’è un dato che assume una centralità assoluta, ed è lui stesso a indicarlo in un’intervista che abbiamo cercato in risposta alle suggestioni della masterclass: «I film mancavano di vita, e visto che nessuno voleva mostrarla decisi che lo avrei fatto io, che mi sarei impegnato a porre al centro del mio lavoro la dignità umana, quella che veniva e tutt’ora viene quotidianamente stuprata» (Il coraggio di guardare il mondo. Intervista a Béla Tarr a cura di M. Marelli, «Film Tv», 3/2026). 

Grazie all’incontro del regista con il compositore Mihály Víg e con Ágnes Hranitzky co-regista degli ultimi film e sua compagna di vita, il tema della decadenza dell’essere umano, al quale sembra sia sottratta ogni speranza di redenzione, diviene centrale. Una sentenza irrevocabile ed eterna che il regista osserva dall’alto, «come un dio impotente o un guardone condannato» – come nota Barone di fronte alle immagini assolute di Il cavallo di Torino. 

Nel passaggio da Sátántangó (1994) a Il cavallo di Torino si approfondisce la riflessione metafisica del regista e si giunge a una condizione essenziale in cui «il tempo scruta la decomposizione dell’essere umano»; così chiosa in finale di discussione Barone, che però ci tiene a ribadire quanto Béla Tarr creda nella compassione fra individui, nell’unione entro un perimetro di riferimento personale e intimo, nonostante tutto attorno si consumi la rovina della dimensione sociale.

A riprova di ciò la masterclass si è conclusa con la proiezione del cortometraggio Prologue, facente parte del progetto di film collettivo Visions of Europe del 2004: con questa scelta il relatore ha voluto rimarcare la potenza espressiva del regista anche in formati brevi e in effetti in appena cinque minuti si condensa una commovente visione del mondo (e del cinema). Una lunga carrellata di volti prepotentemente evocativi e rumorosamente significativi nella loro assoluta compostezza occupa lo schermo, rischiarata da una timida apertura finale che lascia spazio a una remota forma di compassione: siamo di fronte al banco di distribuzione del cibo, quei volti ieraticamente disposti si sciolgono davanti alla promessa di un tocco di formaggio. Non c’è altro, se non l’invenzione di uno sguardo che scava oltre la superficie del reale. 

Pubblico presente ad una proiezione

Pubblico presente ad una proiezione

Il programma del KinEst Fest

Il programma prosegue lunedì 5 ottobre con due appuntamenti. Alle 17.30 sarà proiettato A qualcuno piace... a Plzen di Martin Horský (Repubblica Ceca, 2026), mentre alle 19.30 sarà la volta di Se hai paura metti il cuore in bocca e sorridi di Marie Luise Lehner (Austria, 2025), una delicata narrazione delle relazioni tra madre e figlia e del mondo adolescenziale. 

Al termine della proiezione è previsto un confronto con la regista, al quale prenderanno parte Dario Accolla, Elena Atalmi e Federica Pace.

Martedì 6 ottobre il festival torna alle 17.30 con Tutto va via di Arild Østin Ommundsen (Norvegia, 2025), seguito dall'incontro con il regista, al quale interverrà Grazia Puglisi. Alle 20 sarà invece proiettato Sei grammi di Miroslav Ondrúš (Repubblica Ceca, 2026).

Mercoledì 7 ottobre il programma propone alle 17.30 Amnesia (&) Permanente di Dániel Tiszeker (Ungheria, 2026). La proiezione sarà accompagnata da un dibattito con il regista, con l'intervento di László Berényi, vicedirettore dell'Accademia d'Ungheria in Roma. 

Introduce Sergio Barone, mentre il confronto sarà coordinato da Zoltan Fazekas. Alle 20 spazio invece a Mo Papa di Eeva Mägi (Estonia, 2026).

Giovedì 8 ottobre, alle 17.30, sarà proiettato Cinemascop. Una notte a Bucarest di Dorin Stana (Romania, 2025), introdotto da Enrico Riccobene. Alle 19.30 seguirà Mambo Maternica di Borbála Nagy (Ungheria, 2026), con un incontro con la regista al termine della proiezione. A dialogare con lei saranno Erica Donzella e Giovanna Santaera.

Il percorso dedicato all'approfondimento dei grandi protagonisti del cinema europeo proseguirà venerdì 9 ottobre, alle 17.30, con la masterclass Jasmila Žbanić – La new wave del cinema balcanico tra sguardo femminile ed elaborazione del conflitto, affidata a Sergio Barone e Alberto Sorrentino. Un appuntamento che amplia lo sguardo della rassegna verso il cinema balcanico contemporaneo e verso il rapporto tra esperienza femminile, memoria e rappresentazione dei conflitti.

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