Al seminario “Regina Apostolorum” riflessioni teologiche e storiche nel Giubileo Agatino a novecento anni dal ritorno delle reliquie di sant’Agata
All’interno delle iniziative legate al Giubileo Agatino, voluto dall’arcivescovo mons. Luigi Renna in occasione del nono centenario del ritorno delle reliquie di sant’Agata da Costantinopoli, si è svolto un incontro di alto profilo teologico e storico dedicato al tema del martirio cristiano, dal titolo Nascita e sviluppo del concetto cristiano di “martirio”: testi e contesti, presentato al Seminario Interdiocesano “Regina Apostolorum” e moderato da don Antonino La Manna, vicario per la cultura della diocesi di Catania.
«Sin dalle origini – ha ricordato don Antonino La Manna – i martiri sono stati celebrati dalla comunità cristiana non solo come eroi della fede, ma come partecipi della resurrezione del Cristo pasquale: in loro si compie pienamente il mistero eucaristico, vissuto fino alle estreme conseguenze». Il martirio, dunque, non è mai stato percepito come una sconfitta, ma come una testimonianza radicale della verità del Vangelo.

Un momento della presentazione introduttiva di don Nino La Manna
A delineare l’evoluzione del significato teologico e semantico della parola “martirio” è stata Arianna Rotondo, docente di Storia del cristianesimo dell’Università di Catania, che ha innanzitutto sottolineato come il termine rimandi a un concetto tutt’altro che astratto. La parola greca μάρτυς indica, infatti, il “testimone”: nel cristianesimo, il martire è colui che rende testimonianza all’Evangelo, anche a costo della vita.
Riprendendo un celebre discorso di Agostino d’Ippona (Serm. 169, 15), la prof.ssa Rotondo ha ricordato che «non la pena, ma la causa fa il martire» (Christi martyrem non facit poena, sed causa): ciò che definisce il martirio non è il “come” della morte, ma il “perché”. Testimoniare la verità significa affermare, anche nella croce, che Dio è Padre, seguendo l’esempio di Cristo.
Tra gli elementi che possono costituire i primi nuclei di una vera e propria “teologia del martirio”, riscontriamo, oltre alla diffusione dell’evangelo e della visione gloriosa del Cristo, anche il perdono dei persecutori; non a caso, il primo martire del Nuovo Testamento, Stefano, muore pronunciandosi in favore di una imitatio Christi.
Essa viene ampiamente attestata nel Nuovo Testamento (ad es. Ap. 12,11: «Ma essi lo hanno vinto grazie alla parola della loro testimonianza»; oppure Fil. 1,21: «Il vivere è Cristo e il morire un guadagno») e sviluppata nei primi secoli in un contesto politico e culturale spesso ostile, ovvero quello ellenistico-romano.
«La Passione di Policarpo, risalente al II secolo circa, diventa un modello letterario per la successiva tradizione martiriale, mentre figure come Perpetua e Felicita mostrano la dimensione profondamente sociale del martirio, vissuto all’interno della comunità di appartenenza», ha chiarito la professoressa Arianna Rotondo.
È indubbio che i Padri della Chiesa ne abbiano colto il valore liturgico ed ecclesiologico (in greco, l’ἐκκλησία è proprio la “comunità”), «poiché il martire – ha detto la Rotondo – dà testimonianza della propria identità». Per Tertulliano (Apol. 50,13), «il sangue dei cristiani è seme» (Sanguis martyrum semen christianorum), forza propulsiva della missione; per Agostino, il martirio nasce dall’amore, non dall’odio; per Gregorio di Nissa, il martire è colui che vive la propria vita portando costantemente la croce nel proprio corpo come alter Christus. Una prospettiva che apre anche a una lettura contemporanea ed ecumenica del martirio, oggi talvolta estesa – in senso analogico – al linguaggio dei diritti umani.

Un momento dell’intervento della prof.ssa Arianna Rotondo
Alla dimensione storica del martirio ha dedicato il suo intervento Cristina Soraci, docente di Storia romana nell’ateneo catanese, concentrandosi in particolare sui martiri del primo millennio e sulla necessità di distinguere tra dati storici attendibili e tradizione leggendaria (vai all'articolo di approfondimento). «L’esistenza storicamente fondata dei martiri – ha precisato la prof.ssa Soraci – è valutata con criteri precisi: l’antichità delle fonti, la precoce diffusione del culto e la presenza di testimonianze non interpolate».
Nel caso di sant’Agata, tali criteri risultano ampiamente soddisfatti: il suo martirio è ricordato già nel Calendario di Cartagine, nella redazione finale del VI secolo, che ne fissa la memoria al 5 febbraio, riportando la data Non. Feb. Sanctae martyris Agatae.
Tra il V e il VI secolo si diffondono edifici di culto e raffigurazioni a lei dedicate in tutto il Mediterraneo: da Ravenna, con la basilica di Sant’Agata Maggiore e i mosaici di Sant’Apollinare Nuovo, a Parenzo nella Basilica Eufrasiana dove Agata è collocata a destra dell’agnello, fino a Roma, dove ben tre chiese portano il suo nome.
Tra queste, «particolarmente significativa è la riconsacrazione della basilica di Sant’Agata dei Goti nel 593, voluta da papa Gregorio Magno dopo l’occupazione ariana, attraverso la venerazione delle reliquie della martire catanese», ha evidenziato la professoressa Soraci.
La presenza di Agata è attestata anche da inni liturgici attribuiti a papa Damaso e a sant’Ambrogio. Altre fonti letterarie importanti sono il Martyrologium Hieronianum, il più antico catalogo di martiri della Chiesa latina, e manoscritti come il Sacramentarium Gelasianum.
Ma abbiamo anche testimonianze iconografiche, tra cui il Sigillo di Gratziosos, databile all’VIII secolo in area bizantina. Il culto di Agata non si interrompe neppure durante l’età araba: autori come Metodio di Siracusa, Pietro di Costantinopoli e, più tardi, Aelfric di Eynsham in Inghilterra continuano a tramandarne la memoria.

Un momento dell’intervento della prof.ssa Cristina Soraci
A queste fonti si affiancano anche testimonianze epigrafiche, tra cui le iscrizioni funerarie che confermano la diffusione e la vitalità del suo culto: l’epigrafe di Iulia Florentina ne rappresenta l’enorme importanza. Essa è una lastra marmorea con iscrizione cristiana in latino, databile ai primi decenni del IV secolo d.C., ritenuta la più antica testimonianza materiale del cristianesimo nella città di Catania.
Il testo commemorativo riguarda una bambina di diciotto mesi originaria di Hybla (l’odierna Paternò), morta poco dopo aver ricevuto il battesimo e, sempre secondo la narrazione impressa sulla pietra, miracolosamente tornata in vita per alcune ore prima di spirare definitivamente.
L’epigrafe menziona, inoltre, la presenza del culto dei martiri cristiani – in particolare Agata e probabilmente Euplio – indicando che la bambina fu sepolta «di fronte alle porte della tomba dei martiri cristiani» (cuius corpus pro foribus martXPorum cua[e] 'sunt' X) a Catania, segno della venerazione già radicata nella comunità cristiana locale del tempo.
Scoperta nel 1730 a Catania, la lapide fu poi trasferita a Parigi nel 1793 e conservata nei depositi del Museo del Louvre per quasi due secoli. Recentemente è tornata nella sua terra d’origine ed è stata collocata in modo permanente al Museo Diocesano di Catania, grazie all’Arcidiocesi di Catania e al lavoro di studiosi come Vittorio Rizzone dello Studio Teologico “San Paolo” di Catania insieme con le docenti Cristina Soraci e Elena Frasca del Dipartimento di Scienze della formazione dell'Università di Catania.
L’incontro ha mostrato come il martirio, lungi dall’essere un residuo del passato, rappresenti una chiave fondamentale per comprendere l’identità cristiana, il rapporto tra fede e storia e il valore della testimonianza pubblica. Nel caso di sant’Agata, memoria e devozione si intrecciano in una tradizione viva che attraversa i secoli e continua a parlare al presente, soprattutto in un contesto giubilare che invita a riscoprirne il significato più profondo.