Il rito di sangue e di ghiaccio: la Turandot tra astrazione e modernità

La precisione orchestrale di Carlo Palleschi e un cast internazionale consacrano il nuovo allestimento del teatro messinese Vittorio Emanuele

Irene Isajia

Bagliori orientali, ombre taglienti e riflessi dorati. È apparsa così, come una Pechino leggendaria e spietata, la Sala Grande del Teatro Vittorio Emanuele di Messina per la “prima” della Turandot di Giacomo Puccini. Le architetture sceniche si sono stagliate come miraggi di pietra e seta, tra cromie notturne e lampi improvvisi di luce, mentre un orizzonte di veli, scale e portali evocava un impero sospeso tra fiaba e crudeltà.

Un paesaggio sonoro scolpito nel bronzo: gong lontani, percussioni rituali, archi tesi come lame e ottoni squillanti hanno disegnato un universo acustico abbagliante e feroce. 

Un allestimento atteso, complesso e ambizioso che ha trovato nel teatro messinese un vero laboratorio di visioni e suoni: un luogo in cui la modernità ferita di Puccini si è fatta luce accecante e vibrazione sonora, materia viva capace di avvolgere lo spettatore in un’esperienza insieme sensoriale e drammatica.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

Una visione tra simbolismo e introspezione

La regia di Carlo Antonio De Lucia ha saputo calibrare con intelligenza il fasto orientale e l’introspezione psicologica. Coadiuvato dalle scenografie di Daniele Piscopo (realizzate da La Bottega Fantastica), De Lucia ha rifuggito il folklore di maniera per abbracciare un’estetica raffinata, dove le proiezioni video di Matthias Schnabel e il light design di Giuseppe Calabrò hanno creato una Pechino onirica, ora glaciale come il marmo, ora vermiglia come il sangue versato dai pretendenti. In questo spazio astratto, il contrasto tra l’imperturbabile principessa e l’umanità dolente di Liù è emerso con una forza scenica che ha reso piena giustizia al libretto di Adami e Simoni.

L'architettura sonora: la modernità di Palleschi

L’impalcatura sonora della serata ha trovato nell’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele un interprete d’eccezione, capace di restituire quella modernità ‘feroce’ che Puccini infuse nella sua ultima partitura. Sotto la bacchetta esperta del maestro Carlo Palleschi, la compagine orchestrale ha esibito una compattezza invidiabile, fondamentale per reggere l’urto di una scrittura così densa.

In questo contesto, gli ottoni – trombe, tromboni e bassotuba – hanno scolpito le fanfare e le proclamazioni imperiali con un suono nitido e controllato, mai debordante. Nella scena degli enigmi, la precisione degli attacchi e la gestione dei crescendo hanno creato un senso di ineluttabilità quasi rituale, rafforzato dall’effetto spaziale delle trombe interne che hanno proiettato il pubblico direttamente tra le mura della Città Proibita, evocando un’autorità ieratica e inaccessibile.

L’arsenale delle percussioni è stato riorganizzato nella concertazione di Palleschi non come semplice colore esotico, ma come autentico motore drammatico e psicologico. I gong cinesi hanno scandito l’ineluttabilità della morte con una risonanza profonda e sinistra, mentre l'uso sapiente di timpani e rintocchi metallici ha impresso un ritmo serrato all’azione. Particolare rilievo ha avuto l'intreccio tra xilofoni, legni e celesta, che ha generato quel clima di ‘incubo fiabesco’ tipico del primo atto, sospeso tra la follia della folla e la magia spettrale delle apparizioni. 

Palleschi ha saputo dosare questi volumi monumentali senza mai sovrastare i solisti, permettendo di apprezzare ogni sfumatura di una partitura sofisticatissima.

Parte del cast sulla scena

Parte del cast sulla scena

La massa corale e il cast protagonista

Indispensabile l’apporto del Coro Lirico “Cilea”, istruito da Bruno Tirotta, e del Coro di voci bianche “Biancosuono” di Agnese Carrubba. La loro performance ha restituito la coralità di una massa popolare che agisce come un personaggio protagonista, ora violento nell’invocare il boia, ora sussurrante nelle invocazioni alla luna.

Sul fronte vocale, Daniela Schillaci, nel ruolo del titolo, ha offerto una Turandot di impressionante compattezza vocale. In questa reggia è risuonata con accenti scolpiti e acuti penetranti, sostenuti da una proiezione sicura e da un controllo tecnico che ha reso credibile tanto la fierezza quanto la fragilità finale del personaggio. Accanto a lei, il Calaf di Zi-Zhao Guo ha convinto per slancio e luminosità timbrica; il suo Nessun dorma è stato costruito con progressione sapiente, culminando in un’ovazione spontanea.

Commovente la Liù di Desirée Rancatore, autentico cuore emotivo dell’opera: le sue filature e i pianissimi sospesi hanno trasformato le sue arie in momenti di rara intensità lirica. Solido e autorevole si è dimostrato Abramo Rosalen nei panni di Timur, mentre il trio Ping, Pang e Pong ha trovato un equilibrio riuscito tra ironia e malinconia, restituendo la sottile amarezza dei loro interventi con grande precisione d’assieme.

Questa produzione di Turandot segna un punto fermo nella programmazione del Vittorio Emanuele, dimostrando come la grande tradizione operistica possa ancora parlare con forza al cuore del pubblico contemporaneo attraverso un equilibrio perfetto tra rigore esecutivo e potenza visiva.

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