Il testo come processo: la filologia incontra l’intelligenza artificiale

Al Dipartimento di Scienze umanistiche il convegno della Società dei Filologi della Letteratura Italiana tra filologia d’autore, Digital Humanities e nuove tecnologie

Alfio Russo

Un testo letterario non è mai soltanto il risultato finale che leggiamo in un’edizione: è il punto di arrivo di un percorso fatto di scelte, correzioni, ripensamenti, cancellature e riscritture. 

È proprio il processo creativo, con le sue tracce materiali e le sue diverse fasi redazionali, al centro del convegno Il testo come processo: filologia d’autore, critica genetica e intelligenza artificiale, che porta per la prima volta a Catania il contributo scientifico della Società dei Filologi della Letteratura Italiana (SFLI). L’iniziativa ha riunito oltre cento studiosi e studiose provenienti da tutta Italia, impegnati nello studio della tradizione letteraria, dalla produzione medievale a quella contemporanea, mettendo in dialogo la filologia d’autore e la critica genetica con gli strumenti delle Digital Humanities e con le possibilità, ma anche con le questioni, poste dall’intelligenza artificiale.

Al centro della riflessione c’è dunque un cambio di prospettiva ormai consolidato negli studi filologici: l’opera non viene considerata come un’entità statica, fissata una volta per tutte nella sua forma definitiva, ma come il risultato di una storia compositiva che gli autografi e i materiali preparatori permettono di ricostruire. La variante diventa così una chiave di lettura del lavoro dello scrittore, capace di restituire le diverse soluzioni linguistiche e stilistiche, le esitazioni e le trasformazioni che accompagnano la nascita dell’opera. 

È una prospettiva sviluppatasi nel corso del Novecento con la critica delle varianti – promossa e praticata da Gianfranco Contini - e ulteriormente ampliata dall’incontro con la critica genetica di matrice francese (che si è affermata negli anni Settanta), che ha spostato l’attenzione dal testo concluso alle dinamiche del work in progress e alla valorizzazione degli archivi degli autori.

Oggi, a questa tradizione di studi si aggiunge la trasformazione prodotta dal digitale. La possibilità di digitalizzare manoscritti e archivi d’autore, costruire edizioni genetiche e critiche digitali, collegare varianti e metadati e rendere interrogabili grandi quantità di documenti ha ampliato considerevolmente gli strumenti a disposizione dei ricercatori. 

L’intelligenza artificiale apre ora un ulteriore fronte: dal riconoscimento automatico della scrittura alla trascrizione dei manoscritti, dall’individuazione di ricorrenze lessicali e stilistiche al confronto tra grandi corpora, le tecnologie computazionali possono sostenere nuove forme di osservazione e analisi del patrimonio testuale.

È una trasformazione che, però, non mette in discussione il ruolo della filologia, ma ne rende ancora più evidente la funzione critica. Gli strumenti automatici possono proporre trascrizioni, classificazioni, correlazioni e ipotesi, ma la verifica delle fonti, la contestualizzazione dei dati e l’interpretazione delle varianti restano affidate alla competenza dello studioso. 

La sfida, quindi, non è scegliere tra tradizione e innovazione, ma costruire un rapporto consapevole tra metodo filologico e nuove tecnologie, evitando tanto un tecnicismo fine a sé stesso quanto un rifiuto pregiudiziale degli strumenti digitali.

Un momento del convegno

Un momento del convegno

In questo percorso l’Università di Catania porta una tradizione di ricerca che affonda le proprie radici negli anni Ottanta e che ha trovato nel Centro di Informatica Umanistica (CInUm) uno dei suoi principali punti di riferimento. Una vocazione che ha intrecciato nel tempo filologia, informatica umanistica e valorizzazione digitale del patrimonio letterario, attraverso progetti dedicati, tra gli altri, a Pirandello, Pavese e agli autori del verismo. Un percorso ulteriormente consolidato nell’ambito del Partenariato esteso CHANGES, con lo Spoke dedicato a Digital Libraries, Archives and Philology, e che ha visto Catania impegnata nella realizzazione di un grande portale digitale dedicato ai testi di Verga, Capuana e De Roberto.

Una continuità scientifica e istituzionale sottolineata dalla direttrice del Dipartimento di Scienze Umanistiche, Stefania Rimini, che ha evidenziato come l’iniziativa rappresenti «un’occasione di grande interesse per la conferma e il rilancio degli studi» nel settore della Filologia italiana. «Il Disum - ha ricordato - ha investito negli ultimi anni con continuità in questo ambito, valorizzando una tradizione consolidata e aprendola a nuovi percorsi di ricerca». 

«In questa prospettiva si inserisce anche il nuovo curriculum del corso di laurea magistrale in Filologia moderna, previsto per il prossimo anno accademico e aperto alle teorie e alle pratiche digitali, con una particolare attenzione alla filologia d’autore e alle Digital Humanities», ha aggiunto la prof.ssa Stefania Rimini.

«Credo che questa scelta confermi la volontà del dipartimento di continuare a investire in uno spazio di studio e di ricerca che, come ci ricorda anche il titolo del vostro convegno, è chiamato oggi ad affrontare questioni particolarmente urgenti», ha sottolineato Rimini, richiamando l’accelerazione impressa dall’intelligenza artificiale e gli interrogativi che essa pone anche rispetto a competenze e paradigmi consolidati. 

Per la direttrice del Disum, tuttavia, la risposta non può essere né apocalittica, né di chiusura: occorre comprendere e governare il cambiamento, facendo delle nuove tecnologie strumenti da conoscere e utilizzare al servizio della ricerca.

«L’obiettivo è evitare che le nuove tecnologie vengano percepite come una minaccia capace di investire in modo traumatico i nostri ambiti di ricerca e, al contrario, lavorare perché possano diventare strumenti da conoscere, utilizzare e mettere al servizio della ricerca», ha affermato. 

Un approccio che trova nel convegno catanese un terreno particolarmente significativo, proprio perché mette a confronto una disciplina fondata sulla verifica, sulla ricostruzione documentaria e sull’interpretazione con tecnologie basate sull’elaborazione di grandi quantità di dati.

La prospettiva è dunque quella di una filologia capace di guardare al futuro senza rinunciare al proprio metodo. E, come ha ricordato ancora Stefania Rimini con una battuta conclusiva, la forza di questa contaminazione è testimoniata anche dal fatto che «la filologia d’autore e lo studio delle varianti sono entrati anche nell’ambito degli studi sullo storytelling televisivo», a conferma della capacità della disciplina di dialogare con ambiti diversi e di incontrare le Digital Humanities.

È in questo scenario che si collocano le riflessioni di Antonio Di Silvestro, docente del DiSUm e componente del gruppo di ricerca catanese, e di Andrea Mazzucchi, presidente della Società dei Filologi della Letteratura Italiana, che affrontano rispettivamente la lunga tradizione catanese del rapporto tra filologia e informatica umanistica e le prospettive più attuali della ricerca sul processo creativo, sul patrimonio manoscritto e sull’impiego dell’intelligenza artificiale.

Un momento dell'intervento della prof.ssa Stefania Rimini, direttrice del Disum

Un momento dell'intervento della prof.ssa Stefania Rimini, direttrice del Disum

A Catania la filologia guarda al futuro: dalla tradizione all’intelligenza artificiale

Antonio Di Silvestro, in questa intervista, ripercorre una tradizione di studi che, dagli anni Ottanta e dall’esperienza pionieristica di Giuseppe Savoca, ha portato l’Ateneo attraverso l’informatica umanistica fino alle più recenti frontiere della filologia digitale e dell’intelligenza artificiale. Una vocazione consolidata dal CInUm e dall’impegno del DiSUm nelle Digital Humanities.

Questo è il primo convegno della società dei Filologi della Letteratura italiana che si svolge a Catania. Per quali ragioni il nostro Ateneo è stato individuato come sede ospitante?

La scelta di Catania come sede del convegno, per la quale ringrazio il Comitato scientifico della SFLI, è frutto di una vocazione di ricerca che da circa un decennio ha sempre coniugato le discipline del testo con tutte le possibilità di studio, analisi, fruizione offerte dal digitale. Da circa un decennio, all’interno del Centro di informatica umanistica (CInUm), centro interdipartimentale del nostro ateneo che vede anche la presenza di docenti del Dipartimento di Matematica e Informatica, la filologia, come disciplina vocata alla cura, fruizione e valorizzazione dei testi della nostra tradizione letteraria, ha sempre assunto un ruolo centrale nei numerosi progetti digitali dedicati a Pirandello, a Pavese e al verismo. 

Veniamo dalla conclusione del Partenariato esteso CHANGES, in cui lo Spoke 3, dedicato a Digital Libraries, Archives and Philology, e coordinato dal prof. Andrea Mazzucchi, presidente della SFLI, ha visto Catania quale sede affiliata (coordinata dalla collega Marina Paino), con il compito di realizzare un grande portale contenente i testi commentati in digitale dei grandi autori veristi del nostro territorio (Verga, Capuana, De Roberto), e quindi a noi ‘prossimi’ anche per i loro archivi. Tutto questo ovviamente in una solida cornice scientifico-istituzionale, grazie all’impegno del Disum che, da oltre un decennio, con i vari direttori che si sono susseguiti, ha sempre posto le Digital Humanities tra le linee strategiche della ricerca, con attenzione costante alle ricadute sul territorio. 

Un momento del convegno

Un momento del convegno

Quali sono le frontiere della ricerca filologica su cui si muove il vostro gruppo di ricerca? Da quale tradizione di studi siete partiti?

Occorre fare un po’ di storia. Negli anni Ottanta del secolo scorso, il prof. Giuseppe Savoca, professore emerito del DiSUm, fonda il Centro di Informatica Letteraria, e mette a punto un sistema (allora funzionante in ambiente IBM) di creazione di vocabolari elettronici dei testi letterari - in particolare della poesia italiana dell’’800/’900 - che segna un momento importante dell’informatica umanistica, e che oggi appartiene a pieno titolo alla storia della disciplina. Il prestigio di questo progetto fece sì che un editore come Olschki, principe dell’editoria umanistica non solo italiana, stampasse le famose ‘concordanze’ all’interno di una collana che costituisce ancora oggi un punto di riferimento metodologico e critico per gli studi sulla poesia non solo moderna. 

Lo stesso Savoca organizzò a Catania nel 1985 un importantissimo convegno internazionale, intitolato Lessicografia, filologiae critica, dove per la prima volta (quando ancora non c’era Internet) si realizzò il collegamento con una banca dati lessicale che aveva sede a Strasburgo.  

Da quel momento quella tradizione di studi, in cui la filologia aveva un ruolo centrale, è continuata fino ad approdare alla fondazione del Centro di Informatica Umanistica, all’interno del quale, grazie alla presenza costante di giovani studiosi (assegnisti, dottorandi, ricercatori), guidati da chi si era formato in quella scuola, hanno traghettato quelle prospettive verso gli orizzonti della filologia digitale, realizzando imprese come l’Edizione Digitale dell’Opera Omnia di Pirandello, un portale multidisciplinare che gode ormai di un riconoscimento scientifico internazionale e che costituisce un vero e proprio ambiente di apprendimento multiplo e scalabile, una sorta di hub di molteplici esperienze del testo. 

Insieme a tanti altri progetti, presentati in occasione di questo convegno, il CInUm e nello specifico il gruppo di lavoro sulla letteratura e filologia digitale hanno sempre lavorato in una costante condivisione e confronto, nella convinzione che la ricerca è innanzitutto dialogo intergenerazionale, apertura al futuro con sguardo sempre critico, inesausta curiositas e capacità di confrontarsi senza alcuna sudditanza con il sempre più prepotente ingresso dell’Intelligenza Artificiale nelle discipline del testo. 

Ad affiancare il prof. Antonio Di Silvestro nell’organizzazione del convegno il Comitato composto anche da Denise Bruno, Milena Giuffrida, Miryam Grasso e Teresa Nocita. 

Il prof. Antonio Di Silvestro

Il prof. Antonio Di Silvestro

Andrea Mazzucchi: «L’intelligenza artificiale non sostituisce il giudizio filologico»

Dalle tracce della scrittura d’autore alle potenzialità dell’intelligenza artificiale, Andrea Mazzucchi, presidente della Società dei Filologi della Letteratura Italiana, riflette sul futuro della ricerca filologica. Al centro dell’intervista il valore delle varianti, la conservazione e valorizzazione del patrimonio manoscritto e il ruolo della filologia come metodo di verifica e pensiero critico nell’era digitale.

Che cosa ci raccontano le varianti sul processo creativo di uno scrittore?

Le varianti ci raccontano innanzitutto che un'opera letteraria non nasce tutta insieme, nella forma in cui noi oggi la leggiamo. Ci mostrano il lavoro della scrittura: le esitazioni, le correzioni, le aggiunte, le cancellature, i ripensamenti, talvolta persino le direzioni che l'autore ha intrapreso e poi abbandonato.

La filologia d'autore ci permette dunque di osservare non soltanto il testo finito, ma il suo divenire. Una variante non è semplicemente una parola sostituita con un'altra: può essere il segno di una diversa intenzione, di una diversa soluzione stilistica, di un mutamento nella struttura dell'opera o nella stessa idea che l'autore ha del proprio lavoro.

E c'è un aspetto che considero particolarmente importante: le varianti ci ricordano che la creatività non è necessariamente il contrario del lavoro. Al contrario, la creatività dello scrittore si manifesta spesso proprio attraverso un processo di selezione, di verifica, di riscrittura.

Naturalmente, dobbiamo evitare di trasformare il manoscritto in una sorta di radiografia psicologica dell'autore. La filologia non deve pretendere di leggere nella mente dello scrittore. Deve leggere documenti, stabilire relazioni tra le diverse fasi della scrittura e formulare interpretazioni fondate sulle tracce materiali che ci sono state conservate.

In questo senso, la critica genetica e la filologia d'autore ci offrono qualcosa di prezioso: ci permettono di vedere l'opera non soltanto come risultato, ma come storia, non solo come dato, ma come processo.

Un momento del convegno

Un momento del convegno

Quali opportunità e innovazioni offre oggi l'intelligenza artificiale alla ricerca filologica?

L'intelligenza artificiale apre possibilità straordinarie, ma a mio avviso dobbiamo cominciare da una distinzione fondamentale: l'intelligenza artificiale può diventare uno strumento potentissimo per il filologo, ma non può sostituire il giudizio filologico. Dovremo in qualche modo riposizionare il nostro sapere.

Pensiamo innanzitutto ai manoscritti. Le tecniche di riconoscimento automatico della scrittura permettono oggi di trascrivere grandi quantità di documenti manoscritti, anche quando si tratta di scritture difficili da leggere. Possiamo poi utilizzare l'intelligenza artificiale per confrontare grandi corpora, riconoscere ricorrenze, individuare relazioni tra testi e testimoni, classificare materiali e rendere interrogabili collezioni che fino a poco tempo fa erano accessibili soltanto attraverso un lavoro manuale molto lungo.

Questo significa soprattutto una cosa: possiamo passare dalla digitalizzazione del patrimonio alla sua effettiva esplorazione computazionale, anche verificando tassi di probabilità dei meccanismi innovativi.

Ma c'è un punto sul quale insisterei: l'IA non elimina la necessità della filologia; in qualche modo la rende ancora più necessaria. Un sistema automatico può proporre una trascrizione, una lettura, una classificazione, può suggerire una relazione tra due testi. Ma il filologo deve verificare, contestualizzare e, quando necessario, correggere quella proposta.

Il rapporto che immagino, quindi, non è quello tra una macchina che sostituisce lo studioso e uno studioso che semplicemente utilizza una macchina. È piuttosto una collaborazione nella quale l'intelligenza artificiale aumenta enormemente la capacità di osservazione e di confronto del ricercatore, mentre la responsabilità dell'interpretazione resta umana.

E questo ci impone anche una nuova alfabetizzazione: i filologi devono conoscere gli strumenti dell'IA abbastanza bene da poterli interrogare criticamente, comprendendone possibilità, limiti, errori e condizioni di funzionamento.

Il prof. Andrea Mazzucchi, presidente della Società dei Filologi della Letteratura Italiana

Il prof. Andrea Mazzucchi, presidente della Società dei Filologi della Letteratura Italiana

Da responsabile di un importante segmento della ricerca umanistica svolta a livello nazionale all'interno del Pnrr, quali prospettive si aprono per gli studi filologici e la conservazione del patrimonio manoscritto della letteratura italiana?

Il Pnrr ha avuto, per le discipline umanistiche, un significato che va oltre il semplice finanziamento di singoli progetti. Ha reso evidente che il patrimonio culturale può diventare una vera infrastruttura della ricerca contemporanea.

Per la filologia questo è particolarmente importante. Il patrimonio manoscritto della letteratura italiana è straordinariamente ricco, ma è anche fragile, disperso e spesso difficilmente accessibile. La digitalizzazione ad alta qualità, la descrizione codicologica e bibliografica, la riproduzione secondo standard interoperabili e la costruzione di grandi archivi digitali ci consentono oggi di mettere in relazione materiali conservati in biblioteche e istituzioni diverse.

Il punto decisivo, però, è che non dobbiamo limitarci a creare fotografie digitali dei manoscritti. Dobbiamo costruire un ecosistema nel quale immagini, descrizioni, trascrizioni, metadati e strumenti di analisi possano dialogare tra loro.

È questa, a mio avviso, una delle grandi prospettive per la filologia italiana: costruire infrastrutture nazionali e internazionali capaci di integrare la filologia materiale con quella testuale e formale.

Il Pnrr ha inoltre favorito una collaborazione più stretta tra università, biblioteche, archivi, centri di ricerca e istituzioni culturali. Questa rete deve essere mantenuta e sviluppata anche oltre la durata dei singoli finanziamenti.

La vera sfida dei prossimi anni sarà infatti la sostenibilità: non soltanto conservare fisicamente i manoscritti, ma garantire che le loro riproduzioni digitali, i dati che li descrivono e gli strumenti che consentono di studiarli rimangano accessibili, interoperabili e aggiornabili.

In questo scenario la filologia non è una disciplina che guarda soltanto al passato. È una disciplina che costruisce le condizioni perché quel passato possa continuare a essere letto, studiato e interpretato nel futuro.

Un momento del convegno

Un momento del convegno

Qual è secondo lei il ruolo della Filologia nella formazione umanistica delle nuove generazioni?

Credo che la filologia abbia oggi una funzione educativa ancora più importante di quanto si possa pensare.

Viviamo in un mondo nel quale siamo continuamente sommersi da testi, immagini e informazioni. L'intelligenza artificiale rende questa situazione ancora più evidente: possiamo produrre e modificare testi con una rapidità straordinaria, ma proprio per questo diventa fondamentale sapere da dove un testo proviene, chi lo ha prodotto, attraverso quali trasformazioni è passato, quali fonti utilizza e quanto possiamo fidarci di ciò che ci propone.

La filologia insegna esattamente questo: non prendere il testo per scontato. Riconoscere che dietro ogni testo ci sono questioni problematiche. Insegna a verificare una fonte, a distinguere un documento da un'interpretazione, a confrontare testimonianze diverse, a riconoscere un errore, a motivare una scelta. E soprattutto insegna una forma di responsabilità nei confronti delle parole.

Per questo non considero la filologia una disciplina rivolta soltanto agli specialisti della letteratura antica o medievale. È una straordinaria scuola di metodo e di pensiero critico, che può parlare anche alle nuove generazioni immerse nella cultura digitale.

Direi anzi che la sfida è proprio questa: non difendere la filologia dalle nuove tecnologie, ma portare il metodo filologico dentro il mondo digitale.

Il giovane che impara a leggere criticamente un manoscritto, un'edizione, una banca dati o un testo prodotto dall'intelligenza artificiale sta imparando, in tutti questi casi, una stessa cosa: che dietro ogni testo c'è una storia e che ogni informazione deve essere sottoposta a verifica.

È questa, credo, una delle forme più alte di educazione umanistica: insegnare non soltanto a conoscere i testi, ma a comprendere criticamente il mondo attraverso i testi.

La filologia nasce dalla necessità di verificare i testi; nell'epoca dell'intelligenza artificiale questa necessità non diminuisce, ma diventa ancora più urgente. Cambiano gli strumenti, non cambia la responsabilità dello studioso: capire, verificare e interpretare 

Andrea Mazzucchi, nell’ambito del convegno, ha rivestito anche il ruolo di componente del Comitato scientifico insieme con Luca Azzetta, Alessio Decaria, Teresa Nocita, Paolo Pellegrini, Giulia Raboni e Roberto Rea.

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