Una riflessione di Simone Diquattro sull’importanza di preservare curiosità, pensiero critico e capacità di elaborare idee autonome nell’era dell’AI
Nel 2026 quasi tutti utilizziamo sistemi di intelligenza artificiale, meglio conosciuti come IA. C'è chi li impiega per studiare, chi per lavorare, chi per gestire i propri social network e chi persino per scrivere articoli o sviluppare progetti. In pochi anni questi strumenti sono entrati nella quotidianità, trasformandosi da curiosità tecnologica a supporto costante per molte attività di carattere intellettuale.
Si parla spesso del rapporto tra intelligenza umana e artificiale, interrogandosi su come "domarla", "istruirla" o addirittura "controllarla", quasi fosse già qualcosa di autonomo e superiore all'essere umano. Da questo immaginario nascono scenari degni della fantascienza, nei quali l'IA prende il sopravvento sull'uomo fino a minacciarne l'esistenza.
La questione, però, è probabilmente meno spettacolare e molto più profonda. Non riguarda tanto la possibilità che una macchina si ribelli, quanto il modo in cui l'essere umano potrebbe modificare il proprio modo di pensare affidando progressivamente alcune funzioni cognitive agli algoritmi. È un tema che richiama studi fondamentali della psicologia cognitiva, tra cui quelli dello psicologo statunitense Joy Paul Guilford sul pensiero divergente.
Il pensiero divergente è la capacità di produrre molteplici soluzioni originali a partire da un unico stimolo. Rappresenta una delle basi della creatività, perché consente di esplorare possibilità diverse, rompere gli schemi abituali e costruire collegamenti inediti. Non si limita a trovare una risposta corretta, ma cerca molte risposte possibili, spesso sorprendenti.
È proprio su questo terreno che l'intelligenza artificiale apre interrogativi interessanti. Oggi molti di noi utilizzano questi strumenti per ottenere idee, elaborare testi, proporre alternative, sintetizzare concetti o progettare attività. In altre parole, demandiamo sempre più spesso a un sistema esterno quella fase di esplorazione che tradizionalmente rappresentava l'esercizio del pensiero divergente.
Questo significa che l'IA sostituirà la nostra creatività? Probabilmente no. Più corretto è chiedersi se rischiamo di allenarla meno. Come ogni capacità cognitiva, anche la creatività si sviluppa attraverso l'esercizio. Se abituiamo la mente a ricevere immediatamente una serie di soluzioni già pronte, potremmo ridurre le occasioni in cui siamo noi a costruire percorsi originali, a confrontarci con l'incertezza o a sperimentare idee non convenzionali.
Le ricerche sul rapporto tra IA e processi cognitivi sono ancora agli inizi e non consentono conclusioni definitive sugli effetti a lungo termine. È quindi prematuro affermare che l'intelligenza artificiale impoverirà inevitabilmente le nostre capacità creative. Tuttavia, il dibattito scientifico pone una domanda legittima: quale impatto avrà un utilizzo sempre più intenso dell'IA sulle competenze cognitive delle nuove generazioni? E come cambieranno le modalità di apprendimento, di problem solving e di produzione della conoscenza?
È proprio qui che il ruolo dell'università diventa centrale. Le istituzioni accademiche non sono chiamate soltanto a insegnare come utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale, ma soprattutto a educare a un loro impiego consapevole, critico e metodologicamente corretto. L'IA può rappresentare un potente acceleratore della ricerca, della didattica e dell'innovazione, ma non può sostituire il processo di costruzione del pensiero, la capacità di formulare domande originali o il rigore dell'analisi scientifica.
La sfida, dunque, non è quella di "domare" una presunta belva virtuale. La vera sfida consiste nel preservare ciò che rende autenticamente umano il nostro modo di conoscere: la curiosità, il dubbio, la creatività e il pensiero critico. Utilizzare l'intelligenza artificiale quando può amplificare le nostre capacità è un'opportunità; rinunciare ad allenare la nostra mente delegando ogni sforzo cognitivo, invece, potrebbe rivelarsi un rischio che solo il tempo e la ricerca scientifica sapranno misurare.
Simone Diquattro, personale tecnico-amministrativo del Dipartimento di Scienze politiche e sociali

In foto Simone Diquattro