Intervista all’editorialista del ‘Corriere’ Antonio Polito, ospite di un appuntamento dei “Supertalks!” della Scuola Superiore di Catania dal titolo “Capire il presente globale”
Editorialista del Corriere della Sera, già direttore de Il Riformista, osservatore acuto della politica italiana e firma tra le più autorevoli del dibattito pubblico, Antonio Polito è stato protagonista, giovedì 16 aprile, di uno degli appuntamenti più attesi del ciclo “Supertalks!”, promosso dalla Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale.
Una rassegna che, dallo scorso autunno, mette al centro il confronto diretto con figure di primo piano del mondo della cultura, del giornalismo e delle istituzioni, capaci di stimolare uno sguardo critico, consapevole e aperto sul presente e sulle sfide del futuro. Nel corso della sua attività di saggista, Polito ha infatti affrontato alcuni dei nodi più sensibili del nostro tempo — dall’educazione al declino del senso civico, dal rapporto tra genitori e figli ai mutamenti della società italiana — contribuendo con le sue analisi a orientare un dibattito ampio e trasversale.
Ha introdotto l’ospite la presidente della Scuola, Ida Nicotra, che ha richiamato il suo ultimo lavoro, “Il Costruttore”: un’analisi della figura di Alcide De Gasperi e delle cinque lezioni che uno statista di quello spessore può ancora offrire alla politica contemporanea, troppo spesso più incline a distruggere che a costruire. Da qui, il punto di partenza di una riflessione più ampia: il racconto di un’Italia in trasformazione, inserita in uno scenario internazionale complesso sul piano economico, culturale e sociale. Una chiave di lettura autorevole per interpretare il “presente globale”.
Ad assistere con attenzione all’incontro, un parterre istituzionale di primo piano: tra gli altri, il rettore Enrico Foti, il direttore generale Corrado Spinella, il prefetto Pietro Signoriello, l’ex prefetta Maria Carmela Librizzi, il sindaco Enrico Trantino e il presidente del Consiglio comunale Sebastiano Anastasi, insieme a numerosi allievi e allieve della Scuola di eccellenza dell’Università di Catania, protagonisti di un confronto vivace e puntuale.
Dal palco del suggestivo Teatro Sangiorgi, cuore pulsante della rassegna, il giornalista — in passato anche senatore della Repubblica — ha offerto una lettura lucida e approfondita degli equilibri geopolitici contemporanei, soffermandosi sulle trasformazioni che stanno ridefinendo il ruolo dell’Italia nello scacchiere europeo e mediterraneo.
Al termine dell’intervento, si è prestato con disponibilità al confronto, rispondendo alle nostre domande e a quelle del pubblico. Ne è scaturita una conversazione che, a partire dai dossier internazionali più delicati degli ultimi anni, esplora l’impatto delle scelte di politica estera italiana su nodi strategici come l’economia, la sicurezza energetica e la credibilità del Paese sulla scena globale.

La presidente della Ssc, Ida Nicotra, con il giornalista Antonio Polito
Direttore Polito, considerando il passaggio da un ordine internazionale che per decenni è stato sostanzialmente bipolare ad uno scenario che ogni giorno ci appare sempre più frammentato e caotico, quali sono – a suo avviso – gli strumenti reali che un Paese come l’Italia può utilizzare per incidere nel nuovo equilibrio tra Unione europea, Usa e Cina, senza limitarsi a un ruolo, di fatto marginale, di adattamento?
«L’Italia ha una sola vera strada per contare nello scenario internazionale: stare pienamente dentro l’Europa, dentro l’Unione europea, e contribuire a rafforzarne il peso. Questo significa lavorare per costruire – o ricostruire – un’autentica potenza capace di essere credibile non solo sul piano economico, dove già oggi il continente esprime una forza rilevante, ma anche su quello politico, diplomatico e militare. Perché nel mondo di oggi non si è davvero influenti se non si dispone di una capacità di difesa adeguata: continuare a dipendere in modo così marcato dagli Stati Uniti è, semplicemente, un’illusione.
«La vera novità degli ultimi anni non è la fine del bipolarismo – esauritosi già con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica – ma il progressivo distacco degli Stati Uniti dall’alleanza occidentale. Un’alleanza che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha sostenuto l’equilibrio globale e dato vita alle principali istituzioni multilaterali: dalle Nazioni Unite al Fondo Monetario Internazionale, fino alla Nato».
«Oggi quella architettura mostra crepe evidenti. La crisi che osserviamo è prima di tutto una crisi dell’alleanza occidentale. Certo, pesa la leadership di Trump e il suo modo di interpretare questa fase, ma sarebbe un errore pensare che tutto tornerà come prima con la fine della sua stagione politica. Da tempo, infatti, gli Stati Uniti spingono per un’Europa più autonoma, riducendo il proprio impegno nella sua difesa e spostando il baricentro strategico verso il Pacifico e il confronto con la Cina. Ed è proprio per questo che il punto decisivo resta l’Europa: costruire una vera soggettività politica europea non è più una scelta, ma una necessità».

L'editorialista del Corriere della Sera, Antonio Polito
Alla luce della sua esperienza da giornalista di lungo corso e di ‘personaggio’ mediatico, quanto pesa oggi in Italia la qualità del dibattito pubblico nella definizione delle scelte di politica estera? E in che misura il sistema dell’informazione riesce ancora a fornire ai cittadini strumenti adeguati a “capire il presente globale”, evitando semplificazioni o polarizzazioni?
«Il vero limite del dibattito pubblico italiano è la sua natura storicamente faziosa. È una tendenza radicata, che ci portiamo dietro fin dai tempi dei comuni: ci viene quasi naturale schierarci, contrapporci, trasformare ogni confronto in uno scontro. Oggi questa inclinazione si è estesa anche alle grandi questioni internazionali, riducendo discussioni complesse a una logica di tifoserie: chi sta con Trump, chi con Putin, chi con Von der Leyen — o più spesso, contro di lei. Un’impostazione che impoverisce il confronto e ne limita la profondità».
«Per questo iniziative di riflessione e approfondimento come quella promossa dalla Scuola Superiore assumono un valore particolare: provano a spostare il dibattito su un terreno più solido, più analitico, più vicino allo sguardo degli studiosi. E lo fanno riportando al centro una domanda cruciale, troppo spesso trascurata: qual è l’interesse nazionale dell’Italia?»
«È qui che si gioca la vera sfida. Il sistema dei media dovrebbe aiutare l’opinione pubblica non tanto a stabilire “con chi stare”, quanto a comprendere cosa conviene davvero al Paese. Serve uno sforzo di ridefinizione, di chiarimento, persino di studio dell’interesse nazionale italiano, perché il contesto globale sta cambiando rapidamente e l’Italia deve interrogarsi sul proprio ruolo in questo nuovo scenario».
«In alcuni ambiti la risposta è relativamente chiara: siamo un Paese esportatore, e dunque abbiamo bisogno di stabilità internazionale e di mercati aperti. Dazi e conflitti, inevitabilmente, colpiscono le nostre imprese. In altri casi, però, la linea è molto più complessa. Pensiamo al Medio Oriente: non vogliamo una guerra con l’Iran, ma neppure un Iran dotato di armi nucleari; non possiamo accettare le stragi di civili a Gaza, ma nemmeno il ripetersi di attacchi come quello del 7 ottobre».
«È in queste zone grigie che si misura la maturità di un Paese: nella capacità di tenere insieme principi, interessi e realismo. Ed è proprio questo il terreno su cui il dibattito dovrebbe evolversi: meno appartenenze, più consapevolezza. Meno slogan, più analisi».

Un momento dell'incontro
Nei suoi scritti ha spesso richiamato il tema del senso civico e della responsabilità individuale: in un contesto segnato da crisi internazionali, transizione energetica e instabilità geopolitica, quale dovrebbe essere – concretamente – il contributo della società civile italiana per rafforzare la credibilità e la coerenza dell’azione del Paese sulla scena internazionale?
«La democrazia – come osservò Alexis de Tocqueville durante il suo viaggio negli Stati Uniti – rappresentava per gli europei dell’epoca una forma di governo radicalmente nuova, quasi destabilizzante. Da quell’esperienza trasse una definizione ancora oggi essenziale: la democrazia è, prima di tutto, “autogoverno dei cittadini”».
«Nel tempo, questo principio ha assunto configurazioni diverse. In Europa – e in Italia in particolare – si è affermata una democrazia dei partiti; altrove ha preso forma la liberaldemocrazia, con un maggiore accentramento del potere nelle istituzioni. Ma al di là delle varianti, il nucleo resta invariato: la democrazia vive quando i cittadini partecipano attivamente, a ogni livello – locale, nazionale, sociale – discutendo, organizzandosi e contribuendo alle decisioni collettive».
«In Italia, però, persiste una tradizione che tende a delegare troppo ai partiti, una tendenza che affonda le radici già nell’esperienza del partito unico durante il fascismo. È come se i cittadini dicessero: “pensateci voi”, salvo poi lamentarsi quando le cose non funzionano. Questo atteggiamento si riflette anche sul piano sociale, dove si guarda quasi esclusivamente allo Stato per ottenere risposte – incentivi, bonus, agevolazioni, sconti fiscali – dimenticando che una democrazia solida si fonda anche sull’iniziativa dei corpi intermedi e della società civile».
«Un esempio evidente è l’economia: i governi possono emanare leggi e decreti, ma il suo andamento reale dipende dalle scelte quotidiane e dalle aspettative di famiglie e imprese – da quanto si investe, si consuma, si rischia, si progetta il futuro».
«Per questo, il punto cruciale è restituire spazio e responsabilità alla società civile e alle autonomie locali. L’autogoverno funziona meglio quando chi vive un territorio può incidere direttamente sulle decisioni che lo riguardano. Da qui l’importanza del decentramento, del regionalismo e di un’autonomia locale intesa non come frammentazione, ma come espressione concreta di una democrazia più viva, partecipata e consapevole».

L'editorialista Antonio Polito con i rappresentanti delle istituzioni