«La mafia si nutre di assenza dello Stato e di corruzione pubblica»

Il magistrato Sebastiano Ardita intervenuto al Monastero dei Benedettini: «La criminalità organizzata si trasforma e penetra nell’economia, serve consapevolezza sociale oltre all’azione repressiva»

Alfio Russo

«La mafia si nutre di assenza dello Stato, di corruzione pubblica, di incapacità di gestione dei bisogni sociali». Con queste parole il magistrato e procuratore aggiunto del Tribunale di Catania, Sebastiano Ardita, ha introdotto il fenomeno mafioso nel corso dell’incontro Mafia ieri e oggi, che si è tenuto al Monastero dei Benedettini, secondo appuntamento del ciclo Dall'analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva dei seminari d’ateneo Territorio, ambiente e mafie - In memoria di Giambattista Scidà.

«Il fenomeno mafioso oggi si trasforma, torna alle origini, trova una sua identità, si adatta alle situazioni contingenti perché traggono origine da una condizione di deficit sociale, da alcuni squilibri che esistono, dal tentativo violento di una parte della società di rispondere in modo organizzato a quelle che dovrebbero essere delle condizioni di disagio sociale», ha spiegato il magistrato. 

«Naturalmente queste condizioni portano a una modifica delle finalità dell'azione che si vuole portare in essere perché finiscono per determinare condizioni di violenza e di sopraffazione che vanno a danno essenzialmente dei cittadini comuni – ha proseguito -. Quindi dinanzi a questi fenomeni occorre tenere conto del fatto che esiste sempre un grave problema sociale che stanno alla base, le cui conseguenze sono ulteriormente aggravate dalla partecipazione di soggetti violenti, in certi casi dall'adattamento a situazioni di potere e in altri casi da un rapporto col potere che per alcuni colma queste lagune e per altri invece le aggrava».

Fenomeni mafiosi che vanno contrastati con una “ricetta” che per il procuratore aggiunto prevede «un'azione consapevole e non soltanto militare, anzi a volte questa seconda diventa perfettamente inutile se non è accompagnata da una consapevolezza generale e da un intervento generale capace di colmare le distanze sociali offrendo, a chi non ne ha, delle opportunità». 

«Per quanto si tratta di fenomeni che attraggono una quota minima della popolazione, perché moltissimi che vivono nel disagio continuano a vivere in condizioni di normalità, non di aperto contrasto con le regole, questo fenomeno attecchisce dove c'è minore attenzione sociale, minore attenzione ai bisogni sociali e una maggiore corruzione e distanza dalla cultura delle regole – ha precisato Ardita -. La mafia è un fenomeno subculturale, è una cultura distorta, capovolta, e quindi si affronta con dimensioni di sviluppo dell'individuo della conoscenza perché dove c’è cultura non c'è spazio per la mafia».

Un momento dell'intervento del magistrato Sebastiano Ardita

Un momento dell'intervento del magistrato Sebastiano Ardita 

E sulla recente scomparsa di Nitto Santapaola, protagonista di una mafia sanguinaria che ha intessuto nel tempo rapporti col tessuto politico-imprenditoriale di Catania, il sostituto procuratore ha evidenziato che «ancora oggi assistiamo a “infiltrazioni mafiose”, ma certamente in modo molto più sofisticato e più capace di penetrare all'interno delle realtà economiche perché una parte di questa criminalità si è impadronita delle strutture economiche e con queste gestisce direttamente i propri interessi».

Nel suo intervento il magistrato ha riportati alcuni esempi evidenziando come anche in piccole città possono registrarsi fenomeni mafiosi “sproporzionati” rispetto alla popolazione. «Nel 1995 a Catania ci furono circa 100 uccisioni, mentre a Siracusa che conta una popolazione pari a quella di una frazione della città etnea ce ne furono 50, quindi proporzionalmente molti di più – ha spiegato -. Un bagno di sangue in una Siracusa in cui i mafiosi, specialmente quelli del centro storico, erano persone che ogni giorno agivano come parassiti dell'attività economica. Erano estorsori di una serie di attività economiche. Nel tempo abbiamo visto che gli estortori sono diventati gestori di attività che precedentemente erano in mano alla società sana della città, penso ai ristoratori ad esempio». 

«È chiaro che questi gruppi mafiosi, che hanno vissuto tutta la loro vita nel malaffare, faranno di tutto per moltiplicare i soldi sporchi in altre attività illecite e collateralmente impediranno a chi gestisce attività pulite di continuare a lavorare tramite una concorrenza illegale – ha detto -. A tutto ciò occorre aggiungere che la mafia si sta trasformando grazie alle future generazioni che adesso studiano nei collegi, nelle università italiane e all'estero e studiano principalmente finanza. Assisteremo nel tempo a un passaggio di risorse finanziarie da quella che è la società normale, cioè legale, a una società che affronta le sue radici direttamente nelle azioni di persone come, ad esempio, Nitto Santapaola, che sono tipicamente mafiose».

«Lo Stato, in tutto questo, ha delle responsabilità enormi per la carenza di misure di prevenzione e di inefficienza del sistema nel fermare il riciclaggio delle risorse illegali a causa anche di quel punto di equilibrio che giustizia e politica hanno trovato rendendo in sostanza molto meno efficace l'azione dello Stato».

«La mafia ha un'origine molto precisa, è una condizione in cui c'è una responsabilità allargata: il reato lo commette che fa parte della situazione mafiosa, ma la responsabilità e le condizioni che portano alla mafia sono molto più ampie, molto più larghe e se noi non ci riconosciamo in queste responsabilità come società, non saremo mai in grado di affrontare questo fenomeno», ha evidenziato Ardita. 

Studenti, docenti e cittadini presenti all'incontro al Monastero dei Benedettini

Studenti, docenti e cittadini presenti all'incontro al Monastero dei Benedettini 

Ritornando alla cronaca recente, l’attenzione è ritornata su Nitto Santapaola, nato e cresciuto nel quartiere San Cristoforo, dove ha frequentato l’oratorio “La Salette” dei Salesiani, un luogo dove il suo nome continua a riecheggiare. Proprio nei giorni scorsi il parroco del quartiere, don Benedetto Sapienza, ha affermato che “il nostro Benedetto Santapaola, che ha studiato ai Salesiani, era devoto della Madonna, di San Giuseppe e di Sant’Agata. Se ne parla ancora. È una persona che per il quartiere ha fatto la storia, seppure in negativo”. Parole che hanno scatenato una invettiva di Sonia Alfano, figlia di Beppe, il giornalista assassinato dalla mafia nel 1993.

«È un'inventiva che tutti condividiamo perché ovviamente i principi cristiani confliggono fortemente con le azioni di Nitto Santapaola, ma l’invettiva fatta in un modo così frontale, che riguarda non tanto quella persona fisica, ma lo spettro sociale che si riconosce in queste frasi, in queste condizioni, probabilmente rischia di sortire un effetto diverso – ha detto Sebastiano Ardita -. Purtroppo la figura di Santapaola, in un quartiere come San Cristoforo, è fortemente mitizzata, è una figura fortemente proiettata dalla città, è esattamente un prodotto di Catania. È quello che la città ha creato col suo modo di intendere la cosa pubblica e la politica a partire dagli anni Sessanta. È una mafia che, nel contesto dei grandi cambiamenti degli anni Sessanta, ha prodotto ricchezza andando di pari passo con la corruzione grazie ad una interconnessione tra i diversi poteri».

«E non crediamo assolutamente alla favola che Santapaola fosse un “buono”, che la sua mafia fosse “buona” – ha evidenziato il magistrato -. Ricordiamo la strage del casello di San Gregorio in cui morirono tre carabinieri in un attentato per rapire un mafioso che si era appropriato del denaro di un sequestro. Santapaola, si dice, pare che sia montato su tutte le furie perché l’omicidio di tre carabinieri a Catania lo ha messo in difficoltà con la sua linea politica di gestione degli affari. Santapaola aveva rapporti con le istituzioni e non voleva stragi a Catania perché avrebbe spostato l’attenzione sui suoi affari». 

«Poi ovviamente si è alleato con Riina per fare fuori tutti i capi di Cosa Nostra precedenti, tra cui anche Calderone ad esempio – ha detto -. E quando uccidono a Palermo altri tre carabinieri, a lui non interessa proprio perché non intacca i suoi affari, ma il modus operandi è lo stesso. Non possiamo anche ricordare che c’è pure la sua volontà nell’uccidere Falcone e Borsellino perché Santapaola faceva parte della commissione regionale di Cosa Nostra. Non possiamo quindi dire che la sua mafia fosse buona». 

«Santapaola è un personaggio che vive nella realtà catanese, dalle radici, e che dal nulla diventa una potenza tramite una serie di vicende complessissime che i quartieri non hanno dimenticato, una fra tutte è l'omicidio di sua moglie, una vicenda oscura, di cui non si vuole parlare, perché ci permetterebbe di capire molto della mafia – ha precisato Ardita -. Alla fine di questa vicenda Santapaola è passato come una vittima per non creare una guerra di mafia tra gli uomini di Cosa Nostra che rappresentavano per Catania un'occasione di riscatto per tanti giovani».

Un momento dell'intervento del sostituto procuratore Sebastiano Ardita

Un momento dell'intervento del sostituto procuratore Sebastiano Ardita

E sui rapporti tra mafia, politica e istituzioni, il sostituto procuratore è molto chiaro: «La mancata conoscenza della realtà e della storia, il voler affrontare le connessioni tra Santapaola e il mondo istituzionale, politico e finanziario concorre a creare una mitizzazione dello stesso, è un qualcosa di pericoloso che dobbiamo impedire in ogni modo». 

«E possiamo impedirlo – ha aggiunto - conoscendo il fenomeno, guardando, studiando, capendo, investigando, comprendendo le ragioni di ciò che è accaduto nel passato, altrimenti consegneremo a questa città un altro mito capovolto capace di fare danni per i prossimi duecento anni».

«Non sono un sociologo, ma venendo da una formazione culturale profondamente cattolica, posso affermare che purtroppo la mafia è un fenomeno di stabilità di alcune realtà democratiche, dove la democrazia non rappresenta di fatto la volontà concreta dei cittadini – ha detto Ardita -. La mafia rappresenta un fattore di stabilità in un contesto in cui la democrazia si alimenta di clientelismo, è un fenomeno reazionario soprattutto in contesti di diseguaglianza sociale, ma ha bisogno di stabilità, e per questo teme il progresso, la novità, la capacità di interpretare nuove realtà e nuovi diritti».

«Senza andare troppo lontani, basta ricordare l’inaugurazione della concessionaria Pam Car di Nitto Santapaola – ha ricordato Ardita -. Erano presenti tutti i rappresentanti delle istituzioni dell’epoca e non posso credere che nessuno sapesse chi fosse Santapaola, sarebbe un errore gravissimo ammettere questo. La Pam Car di Nitto Santapaola era un luogo simbolo del suo potere e delle relazioni che, negli anni Settanta, intratteneva con la città di Catania, con tutte le istituzioni. Lo testimoniano anche le numerose foto ritrovate in cui lui spesso figura in mezzo a figure istituzionali e imprenditoriali della città». 

«Santapaola aveva, anche da un punto di vista psicologico e antropologico, una attrazione per le figure pubbliche, non è solo strategia, era il suo Dna, perché gli serviva tutto questo, era un modo per essere in sintonia con chi gli garantiva un controllo a tutto tondo della realtà criminale», ha aggiunto il sostituto procuratore.

In chiusura il magistrato Sebastiano Ardita ha evidenziato che «i principi e le regole di uno Stato devono e possono garantire ordine e trasparenza nella società, ma solo se vengono rispettate e mai eluse».

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