La scienza oltre i confini: la sfida di Cina, Europa e IA

L’intervento di Anna L. Ahlers alla conferenza Cher: «I rischi non devono diventare un freno alla cooperazione internazionale»

Alfio Russo

Dalla competizione geopolitica alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, l’università si trova oggi davanti a una delle trasformazioni più profonde della sua storia. È il filo rosso della Conferenza annuale Cher 2026, dedicata al tema Ridefinire l’istruzione superiore in un’era di geopolitica in evoluzione: un appuntamento che riunisce più di 300 studiosi e ricercatori da tutto il mondo, con papers, panels e posters provenienti da Cina, Gran Bretagna, Germania, Cile, Stati Uniti, Canada, Sudafrica, Giappone, Messico, Turchia, Russia, Israele, Hong Kong, Taiwan e Trinidad and Tobago. 

Un confronto internazionale sui cambiamenti che stanno attraversando l’università: dalla didattica alla ricerca, dalla terza missione alla governance e all’internazionalizzazione.

Per decenni la parola d’ordine è stata internazionalizzazione. Più scambi, più mobilità, più collaborazione tra università e ricercatori. La globalizzazione ha progressivamente ridotto la distanza tra dimensione locale e dimensione globale, trasformando gli atenei in protagonisti di una competizione mondiale per talenti, risorse ed eccellenza. Ma oggi quello scenario sembra cambiare.

La competizione tra Stati Uniti, Cina ed Europa sta introducendo nuove tensioni. La sicurezza, il trasferimento tecnologico e gli interessi nazionali entrano sempre più nel cuore delle relazioni scientifiche. Cresce così il rischio di una scienza più selettiva, con alcuni settori destinati a diventare maggiormente chiusi o nazionalizzati. Parallelamente, l’ascesa della Cina e la ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti chiamano l’Europa a ripensare la propria posizione nel nuovo sistema globale della conoscenza.

E poi c’è l’intelligenza artificiale. Una tecnologia che non sta semplicemente cambiando gli strumenti con cui si studia e si fa ricerca, ma che pone una domanda ancora più radicale: che cosa sarà l’università nell’era dell’IA? Un luogo capace di offrire un apprendimento più personalizzato e inclusivo o, al contrario, uno spazio nel quale la conoscenza rischia di diventare sempre più standardizzata?

È dentro queste trasformazioni che si colloca la riflessione di Anna L. Ahlers, studiosa delle dinamiche della scienza globale e del ruolo della Cina nel sistema internazionale. Le sue parole invitano a non leggere il nuovo scenario soltanto attraverso la lente della competizione tra grandi potenze. Perché mentre Stati Uniti, Cina ed Europa ridefiniscono i propri rapporti, si stanno affermando anche nuovi centri della conoscenza e nuove forme di collaborazione scientifica.

A organizzare la conferenza sono il prof. Sebastiano Mazzù, ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari e direttore del Dipartimento di Economia e Impresa per il quadriennio 2026-2030, e le docenti Venera Tomaselli e Agata Matarazzo, delegate del Rettore. Chair della conferenza è Giulio Marini.

Alcuni partecipanti alla Conferenza Cher 2026

Alcuni partecipanti alla Conferenza Cher 2026

Anna L. Ahlers tra Europa, Cina e nuove sfide globali

Anna L. Ahlers è fondatrice e direttrice del Lise Meitner Research Groupdel MPIWG, dedicato allo studio della rapida ascesa della Cina nel sistema scientifico globale. Le sue ricerche analizzano il rapporto tra autoritarismo, democrazia, scienza e mondo accademico, l’evoluzione della politica scientifica nella Repubblica Popolare Cinese e le interazioni tra scienza e politica nella governance locale cinese. Il suo interesse più ampio riguarda le strutture globali della scienza e le loro diverse declinazioni locali nel XXI secolo.

Nell’intervista, Ahlers guarda alla trasformazione in corso con prudenza, ma senza cedere al pessimismo. La sua posizione è netta soprattutto su un punto: riconoscere i rischi della nuova fase geopolitica non significa rinunciare alla dimensione internazionale della scienza. Allo stesso tempo, la crescita della Cina e la diffusione dell’IA stanno aprendo scenari che l’Europa dovrà imparare a interpretare e, soprattutto, a governare.

La crescente competizione geopolitica tra Stati Uniti, Cina ed Europa sta trasformando la collaborazione scientifica in uno strumento di competizione strategica. Come possiamo preservare una scienza realmente globale senza trascurare le questioni legate alla sicurezza, al trasferimento tecnologico e agli interessi nazionali?

«Temo che queste sfide e questi vincoli non possano essere evitati nel mondo attuale. Dobbiamo imparare a convivere con tensioni nella scienza globale ancora maggiori rispetto ai decenni precedenti. Negli ultimi anni, la comunità europea della ricerca è diventata molto più consapevole dei rischi legati alla collaborazione internazionale e al trasferimento di tecnologie a duplice uso.

Non sono ancora preoccupata dall’idea che il mondo possa essere completamente diviso in differenti sfere scientifiche. Credo però che assisteremo a una maggiore selettività nelle collaborazioni e che alcuni specifici ambiti della ricerca potrebbero diventare più chiusi o nazionalizzati.

I rischi, tuttavia, non possono mai essere eliminati completamente. Una consapevolezza ampia e basata sulle evidenze non dovrebbe trasformarsi in uno scoraggiamento generalizzato della cooperazione transnazionale.

Infine, concentrandoci così tanto sulla competizione tra Stati Uniti e Cina, rischiamo di trascurare altre importanti tendenze della scienza globale. Penso, per esempio, alla partecipazione sempre più ampia – e auspicabile – di ricercatori e studenti del cosiddetto Global South e di quelli che un tempo erano considerati centri non tradizionali di produzione della conoscenza scientifica. Mentre gli Stati Uniti stanno riducendo il proprio sostegno a questa tendenza e la Cina sta offrendo nuove opportunità, l’Europa dovrebbe riconoscere la propria forza e il proprio ruolo anche in questo ambito».

In foto Anna L. Ahlers

In foto Anna L. Ahlers 

La crescita di nuovi modelli universitari, in particolare quello cinese, potrebbe modificare non soltanto gli equilibri della ricerca globale, ma anche il modo in cui concepiamo l’istruzione superiore, i curricula e il rapporto tra università e società. In che misura questa trasformazione è già in atto?

«Le università, come organizzazioni globali, sono allo stesso tempo straordinariamente simili tra loro e molto diverse a livello nazionale e locale. Questo è sempre stato particolarmente evidente nelle differenze relative alle funzioni educative assunte dalle università nei rispettivi contesti nazionali, mentre sul piano della ricerca hanno mostrato caratteristiche molto più condivise a livello globale.

Non vedo particolari nuovi impulsi provenienti dalla Cina per quanto riguarda le funzioni educative delle università, forse con l’eccezione dell’integrazione dell’intelligenza artificiale in tutte le discipline, sia come competenza fondamentale sia come ambito di espansione industriale pianificata.

L’integrazione tra università e industria rappresenta un elemento che collega entrambi questi ambiti e nel quale la Cina è stata particolarmente attiva, anche se con risultati alterni. In Europa, migliorare questa integrazione per favorire l’innovazione industriale, il trasferimento tecnologico e un’applicazione più rapida e su larga scala della ricerca è tornato a essere un obiettivo importante, per esempio in Germania, il Paese da cui provengo, soprattutto dopo il Rapporto Draghi.

Talvolta le strutture immaginate dai decisori politici – con una pianificazione più centralizzata, una maggiore attenzione alla domanda e un orientamento più forte verso specifiche missioni – mi sembrano molto “cinesi”. Tuttavia, il modo in cui la Cina realizza questa integrazione non può essere semplicemente replicato in Europa, a mio avviso, e non credo nemmeno che questa sia realmente l’intenzione.

Un’area nuova e sempre più evidente è rappresentata dagli investimenti cinesi nella ricerca fondamentale. Sarà un ambito importante da osservare, anche se non tutti questi investimenti andranno a beneficio delle università del Paese. Potrebbero però rendere la Cina un luogo sempre più interessante per la ricerca di frontiera.

In Europa si sta riconoscendo sempre più l’importanza della scienza e della tecnologia, dell’interesse della società verso questi ambiti e della solidità della formazione scientifica, in particolare quella STEM, costruita già durante la scuola primaria e secondaria».

L’intelligenza artificiale sta trasformando non solo il modo in cui insegniamo e apprendiamo, ma anche il ruolo stesso dell’università. La vera sfida del futuro sarà capire se l’IA renderà l’educazione più personalizzata e inclusiva oppure se finirà per standardizzare la conoscenza, modificando il ruolo di docenti, studenti e la stessa libertà accademica?

«Non ho una risposta particolarmente sofisticata, perché ci troviamo di fronte a uno sviluppo estremamente dinamico e a una trasformazione fondamentale. Non posso affermare di aver trovato personalmente una strategia efficace per affrontare queste sfide nella mia attività di insegnamento e di ricerca.

Apprezzo le organizzazioni che, come la mia seconda istituzione di appartenenza, l’Università di Oslo, adottano un approccio aperto e proattivo a queste trasformazioni, offrendo formazione e occasioni di confronto. Altre organizzazioni tendono invece a essere eccessivamente conservative, ma questo non ci aiuterà.

Sono ancora scettica sul fatto che l’intelligenza artificiale possa rendere l’istruzione superiore migliore. Per il momento, nella maggior parte dei casi, vedo soprattutto che la rende diversa nella forma.

Ciò che mi preoccupa maggiormente è riuscire a convincere i giovani del valore di dedicare più tempo alla lettura dei testi originali e alla comprensione approfondita degli argomenti, anche quando questo richiede tempo e significa tornare più volte sullo stesso testo o sulla stessa fonte. E questo senza dimenticare tutte le esperienze e le sensazioni fisiche che un’applicazione di IA non può offrire.

Continuo a credere che tutto questo appartenga a una forma di apprendimento più solida e sostenibile nel tempo. Se riusciremo però a combinare questo tipo di apprendimento immersivo – e forse proprio questo potrebbe essere uno dei ruoli importanti dell’università – con i vantaggi dell’elaborazione intelligente di grandi quantità di dati da parte delle macchine e con modalità di studio e apprendimento personalizzate, allora si aprirebbe una prospettiva davvero interessante».

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