Intervista alla storica e divulgatrice Michela Ponzani, protagonista dell’ultimo appuntamento dei Supertalks! della Scuola Superiore di Catania
Terremoti, referendum, terrorismo, mafia, pandemia: cosa rimane, di tutto questo, nelle parole di chi l'ha vissuto e, quasi sempre, subito? Una delle risposte possibili è custodita in migliaia di lettere scritte negli anni dai cittadini al Presidente della Repubblica — documenti intimi e collettivi al tempo stesso, che restituiscono il volto autentico dell'Italia dal Novecento ai giorni nostri. Voci di donne, uomini, bambini: emozioni, speranze, paure, ma anche storie di resilienza civile. Una memoria viva che torna a parlare.
È intorno a questo straordinario materiale umano e storico che si è sviluppato l’ultimo incontro del ciclo SuperTalks!, la rassegna di incontri della Scuola Superiore dell'Università di Catania, che dallo scorso autunno ha ospitato nel capoluogo etneo, tra gli altri, personaggi del calibro di Walter Veltroni e Antonio Polito, Giovanna Melandri e Carlo Cottarelli, la giornalista Cecilia Sala, i divulgatori Massimo Temporelli, Edwige Pezzulli e Massimo Polidoro, lo scienziato Roberto Battiston, toccando di volta in volta i temi dell’informazione, della geopolitica, dell’economia, dell’innovazione scientifica e dei diritti civili.
Protagonisti della conversazione che si è tenuta mercoledì 21 maggio sul palco del Teatro Sangiorgi due ospiti d'eccezione: la storica e divulgatrice Michela Ponzani e il giornalista di SkyTg24 Alessio Viola, che hanno dialogato sul tema "Lettere al Paese: raccontare l'Italia attraverso le voci dei cittadini", dopo l’introduzione della presidente della Scuola Ida Nicotra, che ha ringraziato gli allievi e le allieve per l’assidua e proficua partecipazione a tutti gli incontri del ciclo.
Ponzani ha dedicato infatti una parte importante della propria attività al patrimonio di lettere inviate dai cittadini italiani al Capo dello Stato, utilizzandole come straordinaria fonte per raccontare la storia sociale, emotiva e civile dell’Italia contemporanea (“Caro presidente, ti scrivo”, per Einaudi, è del 2024).
Attraverso questi documenti — conservati negli archivi del Quirinale — Ponzani ha mostrato, con un libro e con un documentario affidatole dalla Rai, come la “grande storia” possa essere riletta dal punto di vista delle persone comuni: donne, uomini, lavoratori, studenti, bambini, pensionati che, nei momenti cruciali della vita nazionale, hanno sentito il bisogno di rivolgersi direttamente alla più alta carica dello Stato. Queste lettere permettono invece di osservare come gli eventi pubblici siano stati vissuti nella quotidianità delle persone. È una storia “dal basso”, costruita attraverso le emozioni e le parole dei cittadini. Proprio per questo tali testimonianze assumono un valore prezioso: raccontano non solo ciò che è accaduto, ma come gli italiani hanno percepito e interiorizzato i cambiamenti del Paese.
Nel lavoro di Michela Ponzani emerge anche una riflessione sul rapporto fra memoria e identità nazionale, come rileva Viola. «Il Quirinale è l’istituzione che, più di ogni altra, custodisce e rappresenta il senso della collettività, facendo sentire ciascun cittadino parte di qualcosa di più grande – ha osservato l’anchor man di Sky Tg24 -. Certamente questo avviene anche grazie all’attuale interprete del ruolo di Capo dello Stato, il presidente Mattarella, ma è accaduto anche in altre stagioni della nostra Repubblica, per esempio con Pertini e Ciampi: è l’istituzione stessa, infatti, che spesso orienta chi la rappresenta verso una certa idea di sobrietà, equilibrio e responsabilità».
Il Quirinale, già residenza papale e poi reale, conserva una dimensione limpida, autorevole, quasi “genitoriale”: il cittadino vi riconosce qualcosa che ha a che fare con la propria storia, con il senso di appartenenza, con l’identità collettiva del Paese. «Nella figura del Presidente della Repubblica si riflette un’idea di protezione, continuità e fiducia che richiama, in qualche modo, quella di una figura familiare – sottolinea il giornalista -. Una confidenza simile difficilmente potrebbe rivolgersi al Presidente del Consiglio, oggi come in passato, percepito inevitabilmente come una figura più esposta al conflitto politico e quindi guardato con maggiore sospetto. Il Capo dello Stato, invece, suscita una disponibilità diversa: apre alla sincerità, all’autenticità, a una forma di fiducia civile che appartiene profondamente alla nostra idea di comunità nazionale».
Guai però a pensare ai tanti messaggi pubblicati oggi sui social network come la naturale evoluzione di quelle lettere al Quirinale: «Nei social – afferma Viola - prevale spesso una somma di individualità, una moltitudine di “io” che si sovrappongono senza incontrarsi davvero. Nelle lettere al Quirinale, invece – e voglio credere che sia ancora così – c’è un “io” che scrive mosso da un profondo sentimento di appartenenza collettiva. Per questo la storia raccontata nel libro di Ponzani appare, in un certo senso, più autentica di quella ufficiale: perché nasce da un’intimità e da una fiducia rese possibili proprio dal destinatario di quelle parole, percepito come il luogo più alto, più limpido e più disinteressato delle istituzioni».
Le lettere al Presidente diventano perciò una straordinaria autobiografia collettiva del Paese. Al loro interno si intrecciano paure, richieste d’aiuto, rabbia, speranze, confessioni intime e testimonianze legate a eventi traumatici o decisivi: terremoti, stragi, terrorismo, referendum, crisi economiche, pandemia, conflitti sociali ma anche violenze subite. In queste pagine la Repubblica non appare come un’entità distante o astratta, ma come un interlocutore morale cui affidare dolori personali, inquietudini e aspettative civili.
Da questo vasto patrimonio epistolare emerge il ritratto di un’Italia fragile e contraddittoria, ma al tempo stesso profondamente capace di solidarietà, resilienza e senso comunitario. Accanto alla disperazione affiorano spesso fiducia nelle istituzioni, desiderio di giustizia e un forte sentimento di appartenenza civile. Attraverso queste voci anonime, la storica restituisce così un’immagine autentica dell’Italia repubblicana: non soltanto la ricostruzione dei grandi eventi, ma soprattutto quella delle esperienze umane che li hanno attraversati, come ci conferma nell’intervista che ci ha concesso prima dell’incontro.
Professoressa Ponzani, nelle lettere indirizzate al Presidente della Repubblica emergono non soltanto i momenti cruciali della storia italiana recente, ma anche vite private spesso travolte dagli stessi eventi. Dal punto di vista personale, che cosa le ha insegnato questo enorme archivio umano sul modo in cui gli italiani trasformano il dolore e l’incertezza in memoria condivisa?
«Mi ha insegnato, prima di tutto, che gli storici possono ancora sorprendersi quando scelgono un oggetto di studio. Sono entrata in quell’archivio con l’idea di lavorare a un documentario per la Rai, quindi con l’intenzione di raccontare gioie, dolori, emozioni, traumi e sofferenze degli italiani. Poi, in qualche modo, sono state le fonti a trovare me. Era anche un momento particolare della mia vita: avevamo appena attraversato la pandemia e mio figlio era nato da pochi mesi. Mi ritrovavo a casa con un bambino molto piccolo da accudire e sentivo quasi il bisogno di rifugiarmi nell’archivio, che per uno storico è un luogo familiare e vitale.
Questa esperienza mi ha convinto di due cose fondamentali. La prima è che la cosiddetta grande storia è fatta di una miriade di piccole storie tutt’altro che irrilevanti: sono, anzi, l’ossatura del nostro vivere collettivo. È anche per questo che alcuni Presidenti della Repubblica, a partire da Pertini, decisero di dare valore a queste lettere e a queste testimonianze, creando un vero e proprio Ufficio di solidarietà sociale.
In quelle carte arrivava di tutto: le richieste di chi aveva perso la casa nel terremoto dell’Irpinia, di chi cercava lavoro, di chi aveva perso un figlio a causa del terrorismo o reclamava giustizia. E a chiedere giustizia erano molto spesso donne: madri di vittime degli anni Settanta e Ottanta, segnati dalla violenza e dagli attentati.
La seconda cosa che ho capito è che il rapporto degli italiani con il Presidente della Repubblica non è affatto rituale o retorico. Al contrario, è un rapporto profondamente umano, quasi familiare. Nei momenti più difficili ci si rivolge al Capo dello Stato come a una figura paterna o a un nonno, qualcuno capace di ascoltare e accogliere il dolore».

In foto da sinistra Alessio Viola, Ida Nicotra e Michela Ponzani
Nel suo lavoro la memoria non appare mai come qualcosa di statico o celebrativo, ma come uno strumento per comprendere il presente. Attraverso queste lettere – a volte fragili, altre indignate, altre ancora sorprendentemente lucide – quale immagine dell’identità italiana emerge? E quali continuità vede tra le paure del Novecento e quelle che attraversano oggi la nostra società?
«Il ritorno della guerra nel nostro orizzonte culturale e quotidiano rappresenta uno spartiacque. Non siamo affatto preparati a elaborare un trauma di questo tipo. Quando iniziò la guerra in Ucraina, la prima reazione collettiva fu quella di considerarla qualcosa di lontano, che non ci riguardava davvero. Nessuno vuole rivivere il trauma della guerra, nessuno vuole immaginare i propri figli mandati a combattere o a morire. Eppure la guerra, che pensavamo confinata al Novecento, è tornata con forza nel dibattito pubblico e nelle narrazioni politiche, non solo in Italia.
Nelle lettere, però, gli italiani hanno sempre mostrato un grande coraggio civile. Emergono fragilità profonde, ma anche una forte capacità di affrontarle insieme, soprattutto negli anni più bui del terrorismo. Colpisce un elemento in particolare: non c’è quasi mai la richiesta di leggi eccezionali, né il desiderio di vendetta o di repressione violenta. C’è piuttosto il bisogno di stringersi gli uni agli altri, di condividere il dolore, di creare una comunità capace di sostenersi nel lutto e nel trauma.
Credo che questo sia un insegnamento molto importante anche per il presente. L’Italia è riuscita a superare collettivamente una delle sue stagioni più dolorose, quella del terrorismo, senza cedere alla logica della forca. Per questo continuo a essere fiduciosa: penso che il nostro Paese abbia ancora la forza per affrontare e superare nuove prove difficili».
Molte di queste lettere sono scritte da cittadini comuni che, pur non avendo voce nei luoghi del potere, sentono il bisogno di rivolgersi allo Stato attraverso la figura del Presidente della Repubblica. È anche una forma di fiducia nelle istituzioni. In un’epoca dominata dalla comunicazione rapida e digitale, esiste ancora uno spazio per questo tipo di scrittura civile?
«Assolutamente sì. Esiste ancora un grande bisogno di raccontarsi, soprattutto tra i più giovani. Le loro vite non sono affatto banali o superficiali, come spesso si tende a pensare. Io ne sono convinta anche grazie al contatto quotidiano con ragazzi di vent’anni o poco più.
I giovani hanno bisogno di essere ascoltati. Per raccontarsi serve qualcuno disposto ad accogliere quelle storie, mentre il mondo degli adulti oggi appare spesso ripiegato su sé stesso, chiuso in una dimensione autoreferenziale e persino più dipendente dal virtuale di quanto non lo siano i ragazzi.
Paradossalmente, sono spesso gli adulti – soprattutto gli over 55 – a rifugiarsi nel mondo digitale, mentre molti giovani riescono a gestire in modo sorprendentemente maturo il rapporto tra reale e virtuale. Vedo ragazzi che studiano, lavorano, fanno volontariato, costruiscono relazioni autentiche.
Forse sono fortunata negli incontri che faccio, ma credo davvero che nel nostro Paese esista una straordinaria ricchezza rappresentata dalle nuove generazioni. Se imparassimo ad ascoltarle di più, potremmo restarne profondamente sorpresi».