La terra che canta

Il Teatro Massimo Bellini risuona di musiche e canti della ‘madre terra’ Sicilia, in dialogo tra sinfonico e tradizione popolare grazie alle voci e agli strumenti di Alfio Antico, Cesare Basile, Eleonora Bordonaro, Rita Botto, Mario Incudine, I Lautari e Mario Venuti

Giuseppe Sanfratello (foto di Enza M. Pappalardo)
Teatro Massimo Bellini (foto di Enza M. Pappalardo)
Backstage (foto di Enza M. Pappalardo)
Backstage (foto di Enza M. Pappalardo)
Backstage (foto di Enza M. Pappalardo)
Puccio Castrogiovanni e Cesare Basile (foto Enza M. Pappalardo)
Alfio Antico e Eleonora Bordonaro (foto di Enza M. Pappalardo)
Un momento del concerto (foto Enza M. Pappalardo)
Mario Incudine (foto Giuseppe Sanfratello)
Cesare Basile (foto Giuseppe Sanfratello)
Alfio Antico e Puccio Castrogiovanni (foto Giuseppe Sanfratello)
Eleonora Bordonaro (foto Giuseppe Sanfratello)
Cesare Basile e Rita Botto (foto Giuseppe Sanfratello)
Mario Venuti (foto Giuseppe Sanfratello)
Cesare Basile e Alfio Antico (foto Giuseppe Sanfratello)
Eleonora Bordonaro e Alfio Antico (foto Giuseppe Sanfratello)
Gli artisti sul palco per il finale del concerto (foto Enza M. Pappalardo)

 

Una cosa mai vista prima a Catania. Al Teatro d’Opera della città di Vincenzo Bellini, nei giorni scorsi, si sono incontrati i suoni della tradizione siciliana con le orchestrazioni concepite ad hoc dal maestro Luciano Maria Serra, direttore e arrangiatore. 

Sul palco le voci e gli strumenti di Alfio Antico, Cesare Basile, Eleonora Bordonaro, Rita Botto, Mario Incudine, I Lautari e Mario Venuti.

Il maestro Luciano Maria Serra nel programma di sala afferma che si tratta di «un unico, grande flusso musicale», in cui ciascun brano è stato «vestito di sinfonismo».

Puccio Castrogiovanni ci racconta in un’intervista che «l’idea di questo incontro tra linguaggio sinfonico e tradizione popolare nasce proprio dalla dirigenza del Teatro che ha deciso di proporre un’apertura verso altri generi musicali, coniugandoli con l’orchestra, allo scopo di produrre un concerto sinfonico popolare». 

Il musicista del gruppo catanese de I Lautari è stato quindi incaricato di mettere insieme le forze contattando alcuni interpreti della scena siculo-orientale per realizzare il progetto, e lo ha fatto – come ci riferisce – coinvolgendo colleghi che «sono come fratelli perché si conoscono da una vita ed è già capitato che in passato abbiano lavorato insieme». 

«Ciò che ha reso vincente questa operazione – ci suggerisce Castrogiovanni – è stata l’eterogenea ricchezza delle qualità che caratterizzano gli stili di ciascuno degli e delle interpreti che hanno dato voce e strumenti per rendere omaggio ai canti della terra di Sicilia».

Un aspetto affascinante che emerge dalle parole di Castrogiovanni che fa riflettere su quanto sia solido il filo rosso che lega i canti della tradizione, quelli talvolta definiti ‘antichi’, con le composizioni o le rielaborazioni più recenti che del canto popolare continuano a mantenere dinamicamente vivo lo stile e il pathos

Tra questi, canti di lavoro, canti d’amore, canti narrativi e tanto altro. Gli arrangiamenti composti per l’occasione hanno rappresentato la punta di diamante della performance dell’orchestra del Bellini in perfetta sintonia con le voci e gli strumenti dei vari artisti e artiste che si sono avvicendati nel corso della serata. 

Il maestro Luciano Maria Serra (foto Enza M. Pappalardo)

Il maestro Luciano Maria Serra (foto Enza M. Pappalardo) 

«Grazie all’orchestrazione di Luciano Maria Serra tutto è diventato una suite, con uno sviluppo di suoni propri delle nostre personalità, che corrisponde perfettamente al segnale che volevamo dare al pubblico, cioè che la musica popolare è viva e sta alla base di tutta la musica, compresa quella sinfonica» continua il fondatore de I Lautari.

L’esperimento dialogico è stato pertanto configurato come l’intersezione di almeno due piani simbolici: quello del mettere a confronto il linguaggio sinfonico con quello delle sonorità della canzone popolare, da un lato, e il far risuonare sullo stesso palcoscenico canti della tradizione ‘antica’, come A la fimminisca oppure Ajamòla, con un brano contemporaneo come quello di Franco Battiato, Stranizza d’amuri, impiegando suoni dell’elettronica, gli archi dell’orchestra e gli strumenti tradizionali de I Lautari dall’altro.

Questi ultimi hanno aperto la serata con il brano ‘a Cifalota, ossia ‘la donna di Cibali’, e con il canto narrativo Tra villi e valli, che narra della paura dei turchi sempre presente nell’immaginario insulare dei siciliani, motivata dal pericolo dell’arrivo del nivuru invasore, ossia del Saraceno che dal mare avrebbe potuto raggiungere l’isola al fine di conquistarla. Questo brano, in particolare, si presenta come uno sposalizio fecondo tra suoni e voci della tradizione e l’impasto timbrico dell’orchestra sinfonica.

Con la fisarmonica di Antonio Vasta e gli interventi orchestrali magistralmente diretti dal maestro Luciano Maria Serra, entra in scena il formidabile Mario Incudine, che presenta una versione ‘ripulita’ del celebre Vitti ‘na crozza, epurata da quel trallallero che l’ha resa una canzone da souvenir nel corso del Novecento. 

Incudine oltre a intonare il brano, inserisce nella sua esecuzione anche dei recitativi sul tema della spartenza (ossia il trovarsi lontani dalla propria casa, dai propri affetti, dalla propria patria), sostenuti da un magnifico ripieno orchestrale. 

Strade parallele(aria siciliana), che ci riportano alla memoria la voce di Giuni Russo, viene intonata da Rita Botto, seguita da un ajamòla quasi alla ‘Eddie Vedder’, eseguito antifonalmente da Cesare Basile insieme alle voci della Botto e di Castrogiovanni. 

Mario Venuti porta sul palco Cocciu d'amuri di Lello Analfino dei Tinturia, arrangiato in forma di valzer, dolcissimo e malinconico.

Ancilu era e nun avia ali… trema il teatro alla voce squillante di Mario Incudine che, davanti a un pubblico pietrificato nel silenzio, cunta il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali del celebre poeta e intellettuale bagherese Ignazio Buttitta, testo noto anche per la indimenticata interpretazione di Ciccio Busacca, cantastorie della scuola di Paternò. Il grido accorato della madre di Turiddu squarcia infine il velo di silenzio del pubblico che erompe in un fragoroso applauso.

Viene poi presentata una Siciliana del maestro Serra, affidata all’arpa di Giuseppina Vergine; una esecuzione dolcissima del brano strumentale dal tono nostalgico, che sembra quasi riportarci in una Sicilia rurale di un tempo che fu.

Un ostinato emerso dalla fine del brano Stranizza d’amuri, interpretato dalla voce matura di Rita Botto, si trasforma in un accompagnamento affidato alla chitarra classica de I Lautari, che introduce Mi votu e mi rivotu, eseguito da Mario Venuti, una perfomance vocale sostenuta dagli archi dell’orchestra del Bellini che, grazie alla bacchetta del maestro Serra, riprende l’inciso del brano arricchendolo quasi come se si trattasse di un valzer ‘gattopardiano’.

Alfio Antico racconta che quando ha ricevuto la chiamata da Castrogiovanni ha esclamato «è un progetto bellissimo» aggiungendo anche che bisognerebbe «fare i complimenti a chi ha avuto il coraggio di mettere in scena una cosa di questo genere, con l’orchestra sinfonica, perché la musica popolare non è ‘ciuri ciuri’». 

«E la magia di tutto ciò si vede nel fatto che quando si formò la Sicilia fici un solu bottu: ‘pùtu-pùuumm!’, ma solo dopo sono nati i generi ‘classico’, ‘barocco’, ‘popolare’» aggiunge. I brani da lui eseguiti e composti, Ventu e caristia e Desideriu a sirinata, affondano le loro radici tematiche, rispettivamente, nella storia del Risorgimento in Sicilia (sonorizzata con le vibrazioni del suo tamburo a sonagli) e nelle lettere d’amore scritte dalla stessa madre di Antico, elaborate in forma di ballata.

Eleonora Bordonaro e Alfio Antico (foto Giuseppe Sanfratello)

Eleonora Bordonaro e Alfio Antico (foto Giuseppe Sanfratello)

I tamburi di Alfio Antico vibrano attraverso la produzione di cellule ritmiche che entrano non senza fatica in dialogo con l’orchestra, ma il risultato è davvero impressionante: la bacchetta del maestro Luciano Maria Serra riesce a mettere tutti d’accordo, dando a ciascuno il suo spazio d’espressione, il proprio colore, una possibilità per fare sentire la propria voce armonizzata insieme alle altre. 

Antico, che solitamente ha suonato i suoi tamburi, ma non ha mai cantato in un allestimento di questo tipo, ringrazia Castrogiovanni perché lo ha incoraggiato a cimentarsi in questa sfida. «Io non ho mai cantato la tradizione – racconta -, ma grazie a Puccio mi sto confrontando anche con questo; e con la magia del canto popolare siciliano, l’amarezza diventa un sorriso».

«La cosa meravigliosa è che stasera non si avverte alcun riferimento temporale – aggiunge Puccio Castrogiovanni -, ci sono brani più recenti che suonano ‘antichi’ e, viceversa, brani della tradizione orale che mostrano un gusto ‘moderno’. Una magia.»

Anche Eleonora Bordonaro rivela che nel dare il suo contributo a questo progetto «ha portato l’esperienza dell’intimità amorosa e familiare, che non è la totalità degli aspetti di una donna e del canto femminile, ma certamente è una parte preponderante, almeno storicamente». 

I suoi interventi presentano canti d’amore, di ‘attesa’, di sentimenti delicati, come nel caso del canto A la fimminisca, di affetti espressi anche «in modo perentorio, fermo, assertivo», grazie all’impiego di uno stile esecutivo ipnotico, reiterativo, ossia caratteri «inaspettati nel caso della musica popolare». 

Gli altri brani tradizionali cui la Bordonaro presta la sua voce sono La mal maritata, una «canzone dei pensieri femminili inconfessati» e Tri tri tri, insieme al tamburo di Alfio Antico, una filastrocca in cui si intravede una intimità giocosa, familiare, quella tipica «dei giochi dei bambini, colmi di stupore, come quando si giocava nei cortili nei giorni di sole, quando si imparavano a memoria le filastrocche; così me lo immagino, come un momento di leggerezza, di conforto, di spensieratezza familiare in cui ci si diverte ad allietare i bambini».

Eleonora confessa che la carta vincente di questo concerto si rintraccia proprio nella delicatezza con cui ciascuno degli artisti e delle artiste presenti sul palco ha dato il suo contributo sonoro, «interpretando un repertorio specifico, fondendolo ai suoni dell’orchestra sinfonica, pur mantenendo una propria cifra stilistica e interpretativa, il tutto cucito magistralmente da Puccio Castrogiovanni che – insieme a I Lautari – è stato geniale, concreto, pratico, così com’è lui, di cuore, nel voler mettere insieme degli artisti che possano costruire nella contemporaneità di oggi un nuovo repertorio che affonda le sue radici nel passato di questa nostra terra».

Il pubblico piacevolmente sorpreso da quanto ha ascoltato fino alla fine, in realtà non ne ha abbastanza. 

Gli artisti sul palco per il finale (foto Giuseppe Sanfratello)

Gli artisti sul palco per il finale del concerto (foto Giuseppe Sanfratello)

Dopo l’ultimo brano in programma vengono richiesti ben tre bis, tra cui Re Bufè (Antico, Basile, I Lautari), il popolare Malarazza – con il suo refrain ‘Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti…’ – (con tutti gli artisti della serata, insieme, sul palco) e, ancora una volta, Vitti ‘na crozza nella straordinaria interpretazione di Mario Incudine, che, tra un applauso e l’altro del pubblico in visibilio, chiude la serata con un messaggio con il quale invita ad alzare la testa, a non arrendersi, a continuare a lottare per la giustizia e i diritti di tutte e tutti, affermando che con questo concerto è stata «restituita dignità al canto popolare siciliano, e a questa terra, spesso rappresentata nelle t-shirt per turisti con le tre scimmiette ‘non vedo-non sento-non parlo’; questa sera, invece, abbiamo dimostrato che la Sicilia è una terra che vede, che sente e che parla…e canta!».

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