La transizione energetica secondo gli italiani

Uno studio pubblicato su Energy Economics rivela un forte sostegno alle rinnovabili, il divario tra gli investimenti previsti dal Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima e la reale disponibilità a pagare dei cittadini

Alfio Russo

Gli italiani sostengono la transizione energetica basata sulle fonti rinnovabili e si oppongono con forza al nucleare.

È quanto emerge dallo studio intitolato Public preferences for energy sources in Italy, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Energy Economics,che ha analizzato nel dettaglio le preferenze della popolazione italiana riguardo al mix energetico.

Come è noto l’Italia sta affrontando una delle trasformazioni più importanti della sua storia energetica. Per raggiungere gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni e contrasto ai cambiamenti climatici dovrà aumentare in modo significativo la produzione di energia da fonti rinnovabili, riducendo progressivamente la dipendenza dai combustibili fossili. Comprendere se le preferenze della società e la reale disponibilità a pagare siano allineate con gli sforzi economici richiesti dal piano nazionale è cruciale per garantire l'accettazione sociale e la sostenibilità delle riforme democratiche.

In Europa, la transizione verso le fonti di energia rinnovabile non è solo una priorità ambientale, ma anche un imperativo politico ed economico. Tuttavia, questa trasformazione richiede investimenti massicci, le cui implicazioni finanziarie e sociali sono oggi al centro di un intenso dibattito.

I Piani Nazionali Integrati per l'Energia e il Clima (PNIEC) sono gli strumenti fondamentali attraverso cui i Paesi dell'Unione Europea delineano le proprie politiche per raggiungere i traguardi di decarbonizzazione entro il 2030. 

Evoluzione della capacità lorda di fonti rinnovabili in Italia

Evoluzione della capacità lorda di fonti rinnovabili in Italia

Transizione energetica, gli italiani dicono sì alle rinnovabili ma chiedono costi sostenibili

La ricerca - condotta da un team internazionale di accademici composto da Peio Alcorta e Petr Mariel del Department of Quantitative Methods dell’University of the Basque Country di Bilbao in Spagna, Jürgen Meyerhoff del Department of Business and Economics, Hochschule für Wirtschaft und Recht di Berlino in Germania, Giovanni Signorello del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell'Università di Catania e Maria De Salvo del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell'Università di Messina - si è posta due domande molto semplici: gli italiani sono favorevoli a questa trasformazione? E quanto sono disposti a sostenerne i costi?

“Per rispondere ai due quesiti – spiega il prof. Giovanni Signorello -, abbiamo coinvolto oltre 800 cittadini italiani nel marzo 2024, chiedendo loro di scegliere tra diversi scenari alternativi di produzione elettrica, caratterizzati da differenti combinazioni di fonti energetiche, affidabilità del servizio e costo della bolletta. La ricerca nasce proprio da questo: la transizione energetica richiede investimenti enormi e decisioni che influenzeranno il Paese per molti anni. Abbiamo voluto capire se le preferenze dei cittadini siano coerenti con gli obiettivi della politica energetica italiana”.  

Dalla ricerca emergono alcuni risultati molto chiari. “Il primo è che gli italiani sostengono la transizione energetica basata sulle fonti rinnovabili – spiega il docente dell’ateneo catanese -. Esiste quindi un consenso sociale piuttosto forte in favore della decarbonizzazione del sistema elettrico. Le fonti più apprezzate sono l’energia idroelettrica, quella solare e quella eolica. Al contrario, vi è una netta contrarietà verso il carbone e, più in generale, verso i combustibili fossili. Il carbone e altri combustibili fossili godono di un consenso molto basso”.

Il secondo risultato riguarda il nucleare. “Il risultato è molto netto – spiega il prof. Signorello -. Nel complesso prevale una forte contrarietà alla sua reintroduzione. È vero, però, che una parte della popolazione mostra un atteggiamento favorevole. Questo significa che il dibattito è aperto e che esistono visioni molto diverse. Il quadro, infatti, non è uniforme: una minoranza di cittadini è favorevole al nucleare, mentre un’altra parte della popolazione vi si oppone con decisione. Ciò dimostra che sul tema esistono sensibilità molto diverse”.  

Dalla ricerca emerge anche che gli italiani sono disposti a pagare di più per la transizione energetica. “Sì, ma entro certi limiti – ci tiene a sottolineare il docente del Di3A dell'ateneo catanese -. Le persone riconoscono il valore della transizione ecologica, ma sono anche attente all’impatto che può avere sulle bollette e sul bilancio familiare. Gli italiani vogliono investire sulla transizione energetica e ne condividono la direzione, ma il problema riguarda il ritmo e il peso economico degli investimenti. I risultati della ricerca indicano che, in Italia, la transizione energetica dovrebbe essere accompagnata da politiche che distribuiscano i costi nel tempo e riducano l’impatto immediato sulle famiglie. Una buona politica energetica deve essere sostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche da quello economico e sociale”.

“Un altro elemento importante è la qualità del servizio – ha aggiunto il prof. Signorello -. I cittadini attribuiscono un elevato valore alla continuità della fornitura elettrica: vogliono una rete affidabile e sono poco propensi ad accettare interruzioni della fornitura. Il messaggio forse più interessante per i decisori pubblici è che gli italiani sostengono gli obiettivi della transizione energetica, ma sono molto più cauti quando devono sostenere direttamente i relativi costi”.

“Lo studio mostra, infatti, che il beneficio economico percepito dalle famiglie è inferiore agli enormi investimenti previsti dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima – ci tiene a sottolineare -. Questo non significa che gli italiani siano contrari alla transizione energetica. Significa piuttosto che una distribuzione più graduale degli investimenti potrebbe rendere più equilibrato il rapporto tra i costi sostenuti oggi e i benefici percepiti dai cittadini”.  

Dalla ricerca emerge anche una differenza nelle preferenze della popolazione. “Sì, la popolazione non è omogenea – spiega il prof. Signorello -. Esistono gruppi con preferenze molto diverse: alcuni sono fortemente orientati verso le rinnovabili, altri sono più aperti al nucleare, mentre altri ancora guardano soprattutto ai costi della bolletta. Questa eterogeneità suggerisce che le politiche pubbliche debbano tenere conto delle diverse sensibilità presenti nella società. La transizione energetica non è solo una questione tecnologica. È anche una questione sociale. Le politiche hanno maggiori probabilità di successo quando tengono conto delle preferenze e delle aspettative dei cittadini”.

“Gli italiani, dunque, sostengono la transizione energetica e le fonti rinnovabili, ma chiedono che il percorso sia economicamente sostenibile e socialmente equilibrato”, conclude il prof. Giovanni Signorello.

In foto (generata con IA) da sinistra i docenti Peio Alcorta, Maria De Salvo, Petr Mariel, Jürgen Meyerhoff e Giovanni Signorello

In foto (generata con IA) da sinistra i docenti Peio Alcorta, Maria De Salvo, Petr Mariel, Jürgen Meyerhoff e Giovanni Signorello

Il nodo economico: il surplus dei consumatori contro i costi del PNIEC

Il punto di maggiore interesse per i policymaker emerge dal calcolo del surplus del consumatore complessivo derivante dal passaggio dal modello attuale (Status Quo) allo scenario programmato dal PNIEC per il 2030. 

Considerando i circa 26 milioni di nuclei familiari in Italia, i ricercatori hanno calcolato che il beneficio economico percepito collettivamente dalla società civile oscilla in un intervallo ristretto compreso tra 5,97 e 6,23 miliardi di euro all'anno

Di contro, i dati ufficiali del PNIEC aggiornato al 2023 stimano che per il periodo 2024-2030 gli investimenti cumulativi necessari per la sola nuova capacità rinnovabile (solare ed eolico) ammonteranno a circa 80 miliardi di euro, a cui si aggiungono altri 30 miliardi destinati all'adeguamento e ammodernamento delle reti di trasmissione e distribuzione. 

Questo confronto evidenzia un divario macroscopico: i benefici immediati percepiti e monetizzati dalle famiglie italiane attraverso la loro disponibilità a pagare sono significativamente inferiori rispetto all'entità degli investimenti di capitale richiesti per attuare la transizione nei tempi stabiliti. 

Gli autori sottolineano che questa discrepanza finanziaria non deve essere interpretata come un rifiuto ideologico della transizione ecologica, dato che il supporto verso le energie pulite rimane solido e diffuso. Piuttosto, i dati suggeriscono che il ritmo serrato imposto dai target europei e nazionali al 2030 impone costi di finanziamento a breve termine che superano i benefici percepiti nell'immediato dai cittadini. 

La raccomandazione principale dello studio è quella di valutare una rimodulazione della linea temporale degli investimenti pubblici e privati. Dilazionare la traiettoria di installazione della capacità su un orizzonte temporale più ampio permetterebbe di distribuire e "spalmare" i costi di capitale, riducendo il fabbisogno di finanziamento annuo e portando i costi immediati in un migliore equilibrio con i benefici percepiti dalle famiglie. 

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