Un ecosistema in un barattolo: al Giardino etneo un laboratorio per scoprire l’equilibrio della natura
Quando la luce del tardo pomeriggio filtra tra le chiome secolari dell’Orto Botanico dell’Università di Catania, il giardino scientifico d’ateneo si trasforma in un laboratorio a cielo aperto. È qui che prende vita Orto in vetro: costruiamo un terrario, il workshop curato da Officine Culturali che coinvolge studenti, appassionati e curiosi nella scoperta degli equilibri di un ecosistema in miniatura, dalla scelta delle piante alla sua realizzazione e cura.
Ad accogliere i partecipanti c’è Stefano Andreoli di Officine Culturali, che introduce l’attività tra matricole, frequentatori abituali e visitatori alla prima esperienza. Il format è dinamico e punta al coinvolgimento diretto: non una semplice visita, ma un percorso sul campo che conduce alla parte pratica del laboratorio. «Farò un breve giro all’interno dell’Orto Botanico per scoprire le principali specie che possono essere utilizzate per la creazione di un terrario – spiega la guida introducendo l'attività – e poi ci metteremo subito all’opera per realizzare questa serra in miniatura».
L’obiettivo dell’iniziativa non è solo didattico, ma profondamente formativo: riflettere sul delicato equilibrio degli ecosistemi a partire dagli ambienti biodiversi custoditi dal nostro ateneo. Attraverso il racconto delle origini ottocentesche di questa tecnica di coltivazione, i partecipanti vengono guidati alla realizzazione del proprio terrario: un "microcosmo" autosufficiente sotto vetro dove osservare da vicino, in scala ridotta, fenomeni biologici fondamentali come il ciclo dell’acqua e la fotosintesi clorofilliana.
Un’occasione in cui il patrimonio scientifico dell’Università di Catania incontra la divulgazione e la creatività manuale, lasciando a ciascun partecipante un piccolo frammento di biodiversità di cui continuare a prendersi cura anche a casa.

Un momento delle attività
Passiamo ora al workshop vero e proprio: mettiamoci all’opera toccando con mano la natura e immergendoci nel verde di quest’esperienza.
La costruzione di un terrario in una boccia di vetro richiede attenzione, ma è alla portata di tutti e rende l’esperienza pratica e divertente.
La creazione prende forma con un primo strato di argilla espansa, seguito dal terriccio, che deve essere di buona qualità e privo di fertilizzanti per non alterare il microclima interno.
Realizzare il proprio terrario significa decorarlo a proprio piacimento, ma prediligendo piante che vivono bene in ambienti umidi. Così tra le scelte proposte da Officine Culturali, troviamo: la fittonia, una pianta erbacea sempreverde perenne, originaria del Sud America, non richiede cure particolari e si adatta bene agli interni casalinghi; piccole felci, appartenenti alla famiglia delle piante vascolari anche loro erbacee perenni diffuse principalmente nelle zone tropicali.
Ed, inoltre, i muschi, piccole piante non vascolari che formano tappeti verdi su rocce e terreni umidi: quelli utilizzati sono importati dall’Olanda dato che in Sicilia sono specie protetta e non possono essere raccolti.
Diversamente dalla fittonia e dalle piccole felci che devono essere piantate, i muschi non hanno radici reali e non crescono dai semi, ma si propagano per frammentazione o tramite spore. Basterà riporli sul terriccio e se tenuti all’ombra a umidità costante, cresceranno.
Una volta costruito il terrario, è fondamentale chiudere la boccia con il suo tappo così da poter controllare il microecosistema creato. Decidere se tenerlo chiuso, aperto o semiaperto ci aiuterà a regolare sia il grado dell’umidità sia la temperatura.

Uno dei terrari realizzati dai partecipanti
Una volta completata la composizione del terrario, la parte pratica del laboratorio si è trasformata in un prezioso momento di confronto su come far sopravvivere nel tempo questo minuscolo microcosmo. Portare a casa il terrario significa infatti assumersi la responsabilità del suo equilibrio, imparando a osservarlo giorno dopo giorno attraverso poche ma fondamentali accortezze condivise dalla guida a fine attività.
La regola d’oro riguarda senza dubbio l’irrigazione: l’errore più comune è eccedere con l’acqua, mentre l'intervento va limitato a quando il terriccio appare visibilmente asciutto, preferendo sempre l'uso delicato di uno spruzzino. Allo stesso modo, se ci si accorge che sul fondo iniziano a formarsi pericolosi ristagni d'acqua, la soluzione migliore è togliere il coperchio per qualche tempo, lasciando che l'eccesso di umidità evapori spontaneamente.
Anche la scelta della collocazione tra le mura domestiche gioca un ruolo decisivo. Il terrario ha bisogno di molta luce per favorire la fotosintesi, ma non deve mai essere esposto ai raggi diretti del sole, che rischierebbero di surriscaldare le pareti di vetro e soffocare le piantine.
Nei giorni più caldi, aprire temporaneamente il barattolo aiuta a ripristinare la corretta temperatura interna. Infine, non bisogna dimenticare una piccola manutenzione periodica: rimuovere le foglie secche o il materiale vegetale ormai deperito è indispensabile per prevenire muffe e funghi che potrebbero compromettere l'intero sistema.
Così, con il proprio barattolo sottobraccio e una nuova consapevolezza botanica, l'esperienza dell'Orto Botanico si prolunga anche a casa, trasformando un semplice esercizio manuale in un percorso quotidiano di cura, pazienza e rispetto per i ritmi della natura.

Francesco Romano e Lara Mancuso con i propri terrari realizzati nel corso del workshop







