Il giornalista antimafia Paolo Borrometi è intervenuto al Dipartimento di Scienze politiche e sociali sulla sfida dell’informazione libera e sulle fragilità della libertà di stampa in Italia
Querele temerarie, pressioni politiche, crisi del pluralismo, fake news e intelligenza artificiale. Oggi il diritto a essere informati si confronta con sfide sempre più complesse che mettono alla prova la qualità della democrazia.
È da questa riflessione che ha preso avvio il convegno dal titolo L’Art. 21 della Costituzione: dal dovere di informare al diritto di essere informato che si è tenuto nell’aula magna di Palazzo Pedagaggi, sede del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali.
Protagonista dell’incontro il giornalista Paolo Borrometi, da anni impegnato sul fronte del giornalismo d’inchiesta e della lotta alla criminalità organizzata.
Nel corso dell’intervista il giornalista - già direttore dell’agenzia di stampa AGI, consigliere della Federazione Nazionale della Stampa Italiana dal 2019 e consulente della Commissione parlamentare bicamerale Antimafia dal 2023 - ha offerto un’analisi lucida delle fragilità del sistema informativo italiano, ribadendo un principio centrale: «Quando il giornalista non può fare domande, a perdere è il cittadino».
L’articolo 21 della La Costituzione italiana tutela la libertà di espressione e di stampa, ma oggi quali sono le principali minacce al diritto dei cittadini di essere informati in modo libero e completo?
«Nella domanda c’è già, sostanzialmente, anche la risposta – spiega il giornalista ragusano cresciuto nello "storico" Giornale di Sicilia di Palermo -. L’articolo 21 della Costituzione, che molti impropriamente definiscono “l’articolo dei giornalisti”, in realtà è l’articolo dei cittadini. È vero che riguarda il diritto e il dovere del giornalista di informare, ma riguarda soprattutto il diritto del cittadino a essere informato. E dobbiamo partire proprio da questo principio fondamentale».
«Oggi gli ostacoli all’articolo 21 sono purtroppo tantissimi – aggiunge -. Lo vediamo anche nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa, che non pongono l’Italia ai primi posti, anzi: siamo tra gli ultimi Paesi del blocco occidentale ed europeo. Uno dei problemi principali è quello delle querele temerarie, mai realmente affrontato da nessun governo. E voglio essere chiaro: qualcuno in mala fede sostiene che sia un problema dell’attuale esecutivo, ma non è così. È un problema che riguarda tutti i governi che si sono succeduti negli anni, di qualunque colore politico, perché nessuno ha mai voluto normare davvero questa materia. E non lo hanno fatto perché, evidentemente, è molto comodo avere il potere giornalistico sotto pressione, sotto il ricatto della minaccia e della possibile ritorsione».
«Ma i problemi non finiscono qui – sottolinea Borrometi, presidente della scuola di politica intitolata a Piersanti Mattarella -. Basta guardare alle intimidazioni e alle minacce che molti giornalisti ricevono ogni giorno in ogni parte del Paese. E poi c’è un altro aspetto che considero centrale: la televisione pubblica non è più semplicemente “lottizzata”; oggi, a mio avviso, è colonizzata da chi governa e non rappresenta più un reale pluralismo dell’informazione».
In foto da sinistra Ida Nicotra e Paolo Borrometi
Secondo la classifica di Reporters Sans Frontières, l’Italia continua a perdere posizioni sulla libertà di stampa, arrivando tra gli ultimi Paesi dell’Europa occidentale: quali sono le cause più gravi di questo arretramento e quali rischi comporta per la democrazia?
«Pesa tantissimo – spiega Paolo Borrometi, autore di numerosi saggi dedicati al rapporto tra mafia, potere e informazione -. Questo è un Paese in cui si fanno pochissime conferenze stampa e nel quale chi governa ha progressivamente abolito l’intermediazione del giornalista. In pratica non si accettano più le domande.
E quando viene meno questa intermediazione, si può dire qualsiasi cosa senza contraddittorio. Questo limita enormemente la possibilità per i cittadini di ottenere risposte sui temi davvero importanti del Paese: sui provvedimenti normativi, sulle criticità economiche, sui problemi che riguardano la vita quotidiana delle persone».
«Il compito del giornalista è proprio quello di fare domande. Ma se le domande non possono essere poste, non siamo noi giornalisti a perdere davvero: perde il cittadino, che viene privato del diritto a conoscere e a capire», aggiunge il giornalista che nel 2015 ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un motu proprio, l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana.
Nel tuo percorso personale e professionale, quanto pesa il conflitto tra il dovere del giornalista di raccontare la verità e le pressioni — economiche, politiche o criminali — che possono ostacolare l’informazione?
«Purtroppo le pressioni nei confronti del giornalismo sono ancora oggi enormi – spiega Paolo Borrometi -. E bisogna partire anche dal tema dell’editoria. Nel nostro Paese la grande maggioranza degli editori è composta da editori “impuri”, cioè soggetti che hanno interessi economici in altri settori. Pensiamo, per esempio, a chi opera nel settore sanitario e contemporaneamente controlla importanti quote dell’informazione nazionale. È evidente che questo può influenzare il modo in cui si affrontano determinati argomenti. Se un editore ha interessi economici nella sanità, quale atteggiamento avrà nei confronti dei giornalisti che si occupano proprio di sanità? Già questo esempio basta a far comprendere quanto sia complesso fare informazione davvero libera».
«Per quanto riguarda la mia esperienza personale, è una questione di cui tendo sempre a parlare poco. Però è chiaro che vivere determinate situazioni lascia segni profondi. Essere stato quattro volte vittima della mafia è qualcosa di estremamente difficile da affrontare», ha raccontato il giornalista, autore di numerose inchieste sulla mafia ragusana e siracusana.

Il giornalista Paolo Borrometi
Nell’epoca dei social network e della disinformazione digitale, come si può educare soprattutto i giovani a distinguere tra libertà di opinione, fake news e diritto a un’informazione verificata?
«Questa è la domanda delle domande – dice sorridendo Paolo Borrometi -. E io non credo esista una risposta assoluta o definitiva. Però penso che dovremmo tornare a dare valore all’autorevolezza delle fonti. Il vero problema è che i social network hanno messo sullo stesso piano tutto e tutti. Una notizia pubblicata da un profilo qualsiasi viene percepita allo stesso livello di quella pubblicata da un grande quotidiano autorevole. E questo non è possibile».
«Quando vado nelle scuole e i ragazzi mi pongono questa domanda, io rispondo sempre nello stesso modo: cercate la stessa notizia su più giornali autorevoli. Confrontate le fonti. Solo così potrete capire se quella notizia è vera oppure no – aggiunge il giornalista -. E soprattutto, prima di condividere qualsiasi contenuto sui social, bisogna verificarlo. Questo è un passaggio fondamentale».
Nell’ottobre dello scorso anno in Italia è entrata in vigore la legge 132, conosciuta come la prima legge nazionale sull’Intelligenza Artificiale, che ha introdotto il reato specifico di Deepfake. L’IA oggi, e in futuro, richiede risposte legislative specifiche, quanto è importante il coinvolgimento di una rete di attori: dal legislatore ai giornalisti, dalle scuole alle università?
«La verità è che noi abbiamo una legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti che oggi appare assolutamente anacronistica – sottolinea Paolo Borrometi -. È una normativa che non prevedeva minimamente molte delle questioni che oggi sono centrali nel dibattito pubblico, come quelle legate all’intelligenza artificiale. Oggi ci confrontiamo con strumenti avanzatissimi e continuiamo però ad avere una legge ferma all’epoca della macchina da scrivere. È evidente che esista un problema enorme di aggiornamento normativo».
«Per questo ritengo che servano il coraggio e la capacità di essere uniti nel chiedere una vera riforma dell’Ordine dei giornalisti – aggiunge -. Solo così si potranno affrontare seriamente questi cambiamenti, contenendo al tempo stesso i tentativi di censura che spesso vengono mascherati dietro altri interventi legislativi. E anche qui non parlo soltanto dell’attuale governo. Qualcuno potrebbe pensare che il problema riguardi esclusivamente una parte politica, ma non è così. Ricordo, ad esempio, che uno dei principali ostacoli alla cronaca giudiziaria non è stato introdotto da questo governo, ma dalla riforma voluta dall’allora ministra Cartabia».
«Abbiamo davanti numerose problematiche e ciascuna andrebbe affrontata in modo corretto e serio. Ma, a mio avviso, tutto passa da una profonda riforma dell’Ordine dei giornalisti», ha detto in chiusura di intervista.

Un momento dell'intervento del giornalista Paolo Borrometi
Articolo 21: un dialogo aperto tra diritto, democrazia e nuove sfide digitali
Il valore democratico della libertà d’informazione e i rischi posti dalla manipolazione digitale, dall’intelligenza artificiale e dalla crisi del pluralismo sono stati i temi al centro degli interventi dei docenti Francesca Longo, Ida Nicotra e Vincenzo Antonelli in apertura del convegno dal titolo L’Art. 21 della Costituzione: dal dovere di informare al diritto di essere informato inserito nell’ambito del master in Diritto della Pubblica amministrazione.
La direttrice del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali Francesca Longo ha evidenziato come diritto all’informazione e libertà d’informazione siano «due aspetti speculari e strettamente connessi» sottolineando che «senza la libertà di informare viene meno anche il diritto dei cittadini a essere informati».
La prof.ssa Longo, inoltre, ha richiamato il valore democratico dell’informazione libera definendola «una delle condizioni essenziali affinché una democrazia sia sostanziale e non soltanto formale o elettorale».
In chiusura di intervento la direttrice del Dsps ha anche posto l’attenzione «sulle nuove criticità generate dalla complessità dei sistemi comunicativi contemporanei, dall’intelligenza artificiale alla rapidità globale della circolazione delle notizie» annunciando che il dipartimento promuoverà dal prossimo anno accademico una serie di incontri mensili dedicati ai temi dell’informazione e della “misinformation”.
Un momento dell'intervento della prof.ssa Francesca Longo
A seguire la presidente della Scuola Superiore di Catania e direttrice del Master in Diritto della Pubblica amministrazione Ida Nicotra ha richiamato «il delicato equilibrio costituzionale tra libertà di manifestazione del pensiero e responsabilità dell’informazione» ricordando «il ruolo centrale della Corte Costituzionale nella tutela delle democrazie liberal-democratiche».
La presidente della Scuola superiore dell’Università di Catania ha insistito «sulla dimensione etica del giornalismo, che deve mettere al centro la verità sostanziale, l’interesse pubblico e il rispetto della dignità delle persone».
«Un’attenzione particolare è stata dedicata ai rischi dell’intelligenza artificiale, capace oggi di alterare non soltanto i contenuti testuali, ma anche immagini e prove visive, rendendo ancora più necessario un uso rigoroso dei codici deontologici da parte dei giornalisti – ha detto la prof.ssa Nicotra -. Occorre ricordare il ruolo fondamentale dell’informazione nella lotta contro la criminalità organizzata e contro quei poteri che “inquinano profondamente la vita pubblica”».
Il professore Vincenzo Antonelli, ordinario di Diritto amministrativo e pubblico, nel suo intervento ha posto l’accento sulle «grandi sfide che oggi attraversano il mondo dell’informazione: non soltanto la libertà di informare, ma soprattutto la qualità e la veridicità delle informazioni diffuse».
Il docente ha sottolineato come il tema centrale sia diventato quello «della verità nell’epoca della manipolazione digitale e dell’intelligenza artificiale, richiamando anche la necessità di difendere il pluralismo informativo come condizione imprescindibile della democrazia». «Un pluralismo che oggi appare sempre più fragile e sottoposto a nuovi confini e condizionamenti», ha aggiunto.
Nel suo intervento ha, inoltre, lanciato una riflessione «sul ruolo della criminalità organizzata nella produzione e diffusione di informazioni manipolate, una vera e propria “macchina del fango” perché la mafia ha paura della conoscenza collettiva critica». «La conoscenza della verità fa paura alla mafia», ha detto concludendo il suo intervento.
In foto da sinistra Vincenzo Antonelli, Francesca Longo, Ida Nicotra e Paolo Borrometi