Intervista al filosofo e teologo Vito Mancuso, presente a Catania in occasione del workshop “La Responsabilità etica delle scelte” promosso da Agenzia del Demanio e Unict
«Non esistono scelte davvero neutrali: ogni decisione, soprattutto quando riguarda il bene comune, implica inevitabilmente una visione etica, un’idea di giustizia, di responsabilità, di futuro. Questo vale in modo ancora più evidente quando si parla di patrimonio culturale e di gestione dei beni pubblici». La Responsabilità etica delle scelte è stato il cuore dell’intervento che il filosofo e teologo Vito Mancuso ha tenuto martedì 20 maggio nell’aula magna “Mazzarino” del Monastero dei Benedettini, a conclusione del workshop promosso dall’Agenzia del Demanio in collaborazione con l’Ateneo, rivolto a studenti, professionisti e ricercatori.
Il focus dell’incontro riguardava proprio la responsabilità etica nella cura del patrimonio immobiliare dello Stato, e in particolare quelle scelte che orientano l’azione del manager pubblico e l’impatto sociale che la rigenerazione dei luoghi “dimenticati” può generare nella trasformazione urbana, come ha ricordato la direttrice dell’Agenzia del Demanio Alessandra dal Verme, aprendo i lavori, dopo il saluto istituzionale della prorettrice Lina Scalisi. Un appuntamento che scaturisce idealmente dal Piano Città degli immobili pubblici sottoscritto nel dicembre 2025 dall’Agenzia, dal Comune di Catania e dall’Università per dar vita ad uno strumento di pianificazione integrata del patrimonio pubblico fondato sulla condivisione delle scelte, sulla conoscenza del territorio, sulla visione sistemica degli spazi pubblici e sulla qualità della progettazione.
«La tutela del patrimonio non può limitarsi alla semplice conservazione materiale di edifici, archivi o opere d’arte, pur fondamentali – ha declinato Mancuso -. Significa piuttosto interrogarsi su quale comunità vogliamo essere e su quali valori desideriamo trasmettere alle generazioni future. Per questo le scelte politiche e amministrative in materia di patrimonio sono, prima ancora che tecniche, profondamente etiche: incidono sul rapporto tra cittadini, memoria collettiva e identità culturale».
Per il filosofo gestire il patrimonio culturale significa operare nell’interesse della comunità, rafforzando coesione, partecipazione e consapevolezza civile: «Ma il patrimonio che siamo chiamati a custodire – ha aggiunto - non è fatto soltanto di pietra, monumenti o libri antichi. Esiste anche un patrimonio immateriale, altrettanto prezioso: quello delle idee, dei valori, dei principi che hanno costruito la nostra civiltà. Anche questi richiedono cura, educazione e trasmissione. Con la stessa attenzione che dedichiamo al restauro di un edificio storico dovremmo impegnarci a custodire valori come il bene comune, la giustizia, l’uguaglianza e la solidarietà. Perché preservare il patrimonio dell’umanità non significa soltanto salvare luoghi e testimonianze del passato, ma mantenere vivi i significati e i valori che quei luoghi rappresentano».
Per tracciare la rotta del workshop, la direttrice dal Verme ha illustrato la missione dell’Agenzia del Demanio, una delle tre Agenzie fiscali dello Stato: «Il patrimonio immobiliare è un bene comune che appartiene a tutti: circa 45 mila immobili distribuiti in tutto il Paese, 3400 in Sicilia, molto più vicini ai cittadini di quanto si immagini. È parte integrante delle relazioni con la città, custodisce memoria e identità. A chi lo gestisce spetta il compito di farlo vivere attraverso un’etica del servizio. La nuova visione mette al centro la persona e l’interesse pubblico, richiamando il tema della responsabilità etica che accompagna i ruoli manageriali e gli spazi di discrezionalità amministrativa. Fondamentali, in questo percorso, sono la condivisione con le istituzioni e la collaborazione con le Università, indispensabili per accrescere la conoscenza del territorio e migliorare la qualità della progettazione attraverso un approccio multidisciplinare, multisettoriale e multiscalare».
Etica e libertà
Ai nostri microfoni Mancuso – docente in vari atenei, fondatore del “Laboratorio di Etica” di Bologna, saggista e conferenziere, di cui si ricorda anche una lectio magistralis tenuta a Palazzo Pedagaggi nel novembre del 2017 - ha accettato l’invito ad approfondire il rapporto tra etica e coscienza, guardando in particolare agli aspetti legati alla formazione e all’impatto delle nuove tecnologie.
«L’etica nasce dalla libertà – sottolinea Mancuso -. Esiste perché ogni essere umano, attraverso la propria coscienza, si trova davanti alla possibilità di scegliere: fare il bene oppure agire per il male. Senza libertà non ci sarebbe etica, ma soltanto determinazione e automatismo, come accade nel resto della natura. È proprio questa possibilità di scegliere che rende l’essere umano diverso dagli altri esseri viventi e che fa della libertà il nostro bene più prezioso. Per questo la questione educativa è oggi decisiva. Educare una coscienza libera e responsabile significa anzitutto riconoscere l’urgenza di formare persone capaci di orientare la propria libertà verso il bene e la giustizia. Senza questa tensione etica, infatti, non c’è autentica umanità».
Ma come si costruisce una coscienza davvero libera in una società dominata dalla velocità, dal conformismo e dalle reazioni immediate? «Attraverso l’educazione al pensiero critico, alla riflessione, alla capacità di fermarsi – risponde -. Occorre recuperare il valore del silenzio, della ponderazione, dell’interiorità. Essere liberi non significa reagire impulsivamente a ciò che accade o a ciò che gli altri dicono, ma diventare soggetti attivi, capaci di giudizio, di discernimento e di responsabilità personale».
In passato, gli chiediamo, lei ha evidenziato come la tecnica e l’intelligenza artificiale abbiano ampliato enormemente il potere umano senza però accrescere in modo proporzionale il senso di responsabilità: si avverte ancora questo squilibrio tra conoscenza tecnica ed educazione etica? «Credo che il nodo centrale non sia soltanto etico, ma ancora prima cognitivo – precisa il filosofo brianzolo di origine siciliana, autore di libri quali “Il coraggio di essere liberi”, “Etica per giorni difficili”, “La via della bellezza”, “Destinazione speranza” e “Liberi di vivere. Il senso delle cose oltre la finitezza della vita” -. Oggi disponiamo di una quantità di conoscenze senza precedenti nella storia dell’umanità, ma abbiamo sempre meno capacità di collegarle a un significato profondo dell’esistenza. Si è prodotta una frattura tra sapere e senso: conosciamo sempre meglio i meccanismi della vita umana sul piano fisico, chimico e biologico, ma fatichiamo a rispondere alla domanda fondamentale sul significato della vita stessa. È una scissione che Kant aveva già intuito distinguendo tra intelletto e ragione».
Il rischio del nostro tempo è proprio questo - avvisa: possedere strumenti tecnici potentissimi senza una corrispondente maturazione della coscienza. Per questo scuola e università hanno oggi una responsabilità determinante. «Devono anzitutto riconoscere che il problema esiste e formare docenti capaci di rivolgersi non solo alla dimensione analitica degli studenti, ma anche a quella umana, emotiva e volitiva – conclude Mancuso -. Insegnare non significa trasmettere informazioni: significa contribuire alla formazione delle persone. L’impegno educativo, dunque, non può limitarsi all’acquisizione di competenze. Deve aiutare i giovani a ricavare un significato dalle conoscenze che apprendono, facendo emergere dalle discipline una visione più consapevole dell’essere umano e della responsabilità che accompagna ogni forma di sapere e di potere tecnologico».

Un momento dell'intervento di Alessandra Del Verme
Il Piano Città di Catania
Dal quartiere borghese ottocentesco di Cibali al fronte mare del secondo Novecento; dalle infrastrutture ferroviarie dismesse alla periferia modernista incompiuta, il Piano Città propone una visione di rete che sostituisce la logica del singolo immobile con quella di un sistema urbano integrato. Nel Piano convergono diciassette beni — dodici dello Stato, quattro del Comune e uno della Città Metropolitana — inseriti in un’unica strategia di valorizzazione. I cinque interventi pilota analizzati nel workshop sono legati da un filo geografico che attraversa la città, passando per i tracciati ferroviari dismessi fino alla periferia sud di Librino.
Nel quartiere di Cibali sorgono due immobili situati a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. L’ex Educandato Regina Elena di via Cifali, già IPAB destinata all’accoglienza dei minori e inutilizzata da anni, è stato acquistato dall’Agenzia del Demanio nel settembre 2025 per diventare la nuova sede del Tribunale per i Minorenni, dotata di un parco a supporto della funzione giudiziaria e progettata secondo gli standard internazionali della giustizia minorile. Poco distante, Villa Gentile Cusa, bene di proprietà comunale, sarà recuperata con il supporto progettuale dell’Agenzia del Demanio e trasformata in circolo culturale e parco pubblico aperto al quartiere.
Sul lungomare di viale Africa, nell’area dell’ex Palazzo delle Poste demolito a partire dal 2020, sorgerà invece la nuova Cittadella della Giustizia. L’intervento, finanziato con quaranta milioni di euro provenienti dal Fondo di Sviluppo e Coesione regionale, nasce da un concorso internazionale e prevede tre edifici organizzati attorno a una grande piazza aperta sul mare, con l’obiettivo di restituire alla città l’affaccio costiero per decenni occluso dal precedente edificio. L’Agenzia del Demanio supporta l’ultima fase del progetto per l’adeguamento energetico del complesso e l’integrazione di fonti rinnovabili, nella prospettiva di fare degli edifici pubblici modelli di efficienza energetica urbana.
L’area dell’ex ferrovia Circumetnea, nel tratto Borgo–Nesima, resa obsoleta dalla realizzazione della metropolitana, sarà invece rifunzionalizzata come greenway ciclopedonale. Il primo lotto, Borgo–Piano Tavola, già finanziato dal Comune, verrà consegnato all’Agenzia del Demanio dopo la messa in sicurezza da parte delle Ferrovie. Il progetto integra mobilità dolce e nuove aree verdi lungo l’asse che collega il centro cittadino ai paesi etnei.
Il percorso si conclude a sud, nel quartiere di Librino, città-satellite progettata nel 1971 da Kenzō Tange per sessantamila abitanti e oggi bisognosa di una profonda riqualificazione. Qui, un’area demaniale originariamente destinata al Centro polifunzionale della Polizia di Stato — progetto rimasto incompiuto anche a causa della contaminazione del suolo — viene ripensata nel Piano Città come spazio di sviluppo terziario e di mixité urbana al servizio del quartiere, superando l’idea di una cittadella monofunzionale.
A monte di tutto ciò, l’intenzione di avviare, responsabilmente, una profonda sinergia tra le istituzioni, lo sviluppo di processi rigenerativi, il cambiamento culturale dell’intera collettività che partecipa attraverso le nuove funzioni dell’immobile pubblico. Una responsabilità che, a partire dalla visione, si traduce in progettualità, condivisione e narrazione.

Un momento dell'incontro
Inclusione sociale e sguardo alle generazioni future
La moderazione del workshop è stata affidata a Filippo Salucci, architetto e direttore Strategie Immobiliari, Sostenibilità e Innovazione dell’Agenzia del Demanio, a seguire è intervenuto Fabrizio Tucci, professore dell’Università La Sapienza di Roma e responsabile della Qualità della progettazione dell’Agenzia del Demanio, che ha illustrato quegli obiettivi di analisi, pianificazione e indirizzo delle funzioni pubbliche sul territorio insiti nel Piano Città, con particolare attenzione ai temi della rigenerazione urbana, delle sfide ambientali e degli obiettivi di sviluppo socio-culturale.
Hanno quindi portato il loro contributo due docenti dell’Università di Catania, Carlo Colloca, docente di Sociologia urbana e delegato del rettore all'Osservatorio Metropolitano per prevenzione e contrasto delle povertà educative e della devianza giovanile presso la Prefettura di Catania, e Paolo La Greca, urbanista, già vicesindaco di Catania e attualmente delegato del rettore alla pianificazione e allo sviluppo delle strutture universitarie.
Il prof. La Greca ha richiamato l’attenzione sulla necessità di custodire il patrimonio dello Stato come responsabilità nei confronti delle future generazioni. «In questo quadro si inserisce la recente Valutazione di Impatto Generazionale (VIG), introdotta nel 2025, che invita a considerare le conseguenze delle decisioni pubbliche anche nel lungo periodo – ha affermato -. La sostenibilità viene così interpretata come una forma di giustizia intergenerazionale, in linea con i principi promossi dall’Unione europea». «Il territorio - ha aggiunto La Greca -, non può essere considerato soltanto uno spazio naturale, ma rappresenta il risultato del rapporto storico tra le comunità e l’ambiente in cui vivono. Da qui deriva il compito etico dell’urbanistica: garantire uno sviluppo sostenibile e assicurare pari opportunità alle generazioni future».
La Greca ha inoltre sottolineato che le città non sono realtà neutrali, ma il prodotto di scelte politiche e sociali che incidono direttamente sulla qualità della vita dei cittadini. Governare il territorio richiede quindi capacità di ascolto, attenzione alle fratture sociali e regole orientate alla tutela del bene comune. «Le città contemporanee – ha concluso - sono chiamate a confrontarsi con sfide decisive, che riguardano l’energia, il lavoro, l’innovazione e il cambiamento climatico. In questo contesto, le periferie assumono un ruolo centrale, diventando luoghi in cui costruire inclusione, servizi e senso di appartenenza».
Il prof. Colloca ha evidenziato come l’incontro promosso dall’Agenzia del Demanio assuma a Catania una forte connotazione sociale. «Alcuni degli interventi previsti dal Piano Città – ha affermato Colloca - evidenziano l’importanza di riattivare e rifunzionalizzare gli spazi fisici non soltanto sotto il profilo urbanistico, ma soprattutto con l’obiettivo di rigenerare le relazioni sociali e favorire l’inclusione delle fasce più fragili della popolazione, particolarmente numerose nelle grandi città del Sud Italia e a Catania in particolare. È quindi apprezzabile il coinvolgimento dell’Università di Catania in questa strategia, come autorevole partner chiamato a contribuire alla riflessione su temi che riguardano non solo gli edifici e i contenitori fisici, ma soprattutto le comunità che quegli spazi vivono e animano».