Lì dove riposava il ‘Magnanimo’

Alla scoperta del mausoleo di San Domenico Maggiore a Napoli, che custodisce le mummie di sovrani e nobili aragonesi del Rinascimento, tra cui - per due secoli - anche i resti del fondatore dell’Università di Catania. Dalle analisi storiche e paleopatologiche, presentate in un seminario promosso dal CHISPO, rilevanti scoperte sugli stili di vita e le malattie nei secoli XV e XVI

Mariano Campo

Nel cuore di Napoli, nella sagrestia monumentale della chiesa di San Domenico Maggiore, sono custodite le celebri Arche Aragonesi: un complesso funerario unico, composto da un insieme di casse lignee ricoperte da tessuti pregiati, collocate su un ballatoio pensile noto come “passetto dei morti”. 

Esso accoglie le mummie di sovrani, nobili e dignitari della corte aragonese tra XV e XVI secolo: tra questi spicca il nome di Alfonso di Trastámara, detto il Magnanimo, divenuto Alfonso V d’Aragona, sovrano iberico e al contempo re di Napoli e di Sicilia, di Sardegna e di Corsica, a cui si deve la fondazione, il 19 ottobre 1434, della più antica università dell’Isola, lo Studium Generale di Catania. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1458, anche lui trovò infatti iniziale accoglienza in questo complesso, dopo una prima tumulazione a Castel dell’Ovo.

«Oggi però il suo corpo non riposa più lì – precisa la prof.ssa Lavinia Gazzè, docente di Storia moderna al Disum di Unict –. Nei primi anni del Cinquecento venne realmente spostato nell’abside di San Domenico Maggiore e successivamente nella sagrestia, nonostante le disposizioni testamentarie imponessero ai suoi eredi la sepoltura nel monastero di Poblet, a Valencia, accanto ai suoi avi della casata Trastámara. Il trasferimento in Spagna avvenne soltanto nel 1676: da allora, nella sagrestia della chiesa partenopea è rimasto soltanto un cenotafio che ricorda l’antica presenza del sovrano».

In attesa di esaudire qualche rispettosa curiosità aggiuntiva sui resti mortali del Magnanimo, padre nobile di Unict insieme al coevo pontefice Eugenio IV, disponiamo però già di una ricca documentazione relativa alle spoglie mummificate di suo figlio illegittimo, Ferrante I d’Aragona, del suo discendente Ferdinando II di Trastámara, noto come Ferrandino, e di diversi altri membri della corte e nobildonne legate alla dinastia, tutti vissuti e morti tra il XV e il XVI secolo. Queste sepolture, per gli studiosi, costituiscono un patrimonio straordinario: non solo per il rilievo storico dei personaggi, ma soprattutto perché offrono uno sguardo approfondito sulla vita quotidiana, sulle condizioni di salute, sulle patologie e sulle pratiche mediche e funerarie di circa mezzo millennio fa.

Le indagini dei paleopatologi

A partire dagli anni Ottanta del Novecento, un’équipe di ricercatori dell’Università di Pisa ha, infatti, condotto su queste mummie indagini dettagliate. Esami radiologici, autopsie e analisi biologiche hanno permesso di ricostruire con precisione le tecniche funerarie adottate: imbalsamazione, eviscerazione, impiego di resine, sostanze alcaline, fasciature e, in alcuni casi, processi di mummificazione naturale favoriti dal microclima e dall’idonea collocazione dei feretri.

Uno dei principali promotori di tali studi, il prof. Gino Fornaciari, eminente studioso di paleopatologia — la disciplina che indaga le malattie del passato — ha illustrato i risultati delle sue pluriennali ricerche nel corso di un seminario tenutosi venerdì 12 dicembre nell’Aula magna del Palazzo centrale dell’Università di Catania, dal titolo “Una ricerca interdisciplinare – I risultati sulle sepolture aragonesi di San Domenico Maggiore a Napoli”. L’incontro è stato promosso dal gruppo di ricerca del progetto, con il supporto del CHISPO – Center for the History of Power (Fondazione Giarrizzo – Università di Catania).

La sezione storica dello studio, pubblicata nel recente volume Le sepolture aristocratiche della sacrestia di San Domenico Maggiore a Napoli (secoli XV–XVIII), è stata curata dalla prof.ssa Gazzè. Completano il gruppo degli autori Lucia Amadei, Giuseppe Brogi, Maria Giulia Brogi, Antonio Fornaciari, Paolo Emilio Tomei e Angelica Vitiello.

Le analisi paleopatologiche condotte su circa trenta individui – ha osservato il professor Gino Fornaciari – hanno consentito di formulare numerose diagnosi, tra cui malattie infettive (vaiolo, sifilide, epatite, polmoniti), condizioni metaboliche (calcoli biliari, obesità, aterosclerosi), patologie articolari e tumori, come carcinomi cutanei e adenocarcinomi del colon. Queste scoperte dimostrano che molte patologie oggi considerate “moderne” o legate agli stili di vita contemporanei — dai tumori alle malattie metaboliche, fino alle infezioni veneree — erano già diffuse all’epoca. Inoltre, le tecniche di imbalsamazione e le condizioni di conservazione dei corpi rivelano un elevato livello di sofisticazione nelle pratiche funerarie.

Il prof. Gino Fornaciari

Il prof. Gino Fornaciari

Stili di vita e malattie alla corte aragonese

«Lo studio di questi corpi – racconta il docente Gino Fornaciari – ha permesso non solo di individuare un ampio spettro di malattie, ma anche di ricostruire abitudini quotidiane degli individui, appartenenti a un ceto sociale molto elevato. Le patologie più comuni erano quelle infettive, come confermato anche dalla storia della medicina. Tuttavia, la scoperta più rilevante – direi quasi unica – riguarda l’incidenza dei tumori: dei trenta individui che ho potuto esaminare, ben cinque morirono a causa di neoplasie maligne. Il cancro è comunemente considerato un flagello esclusivo della nostra epoca, ma non è così. Alla Corte aragonese di Napoli, un quarto della popolazione studiata presentava tumori maligni. Si tratta di un risultato di straordinaria importanza».

Gli studi sulle mummie offrono dunque un’evidenza diretta, non mediata da fonti scritte o iconografiche, ma basata su analisi anatomiche, istologiche, molecolari e tossicologiche condotte sui reperti. «Il loro stato di conservazione è eccellente – osserva il prof. Fornaciari – grazie a condizioni microclimatiche ottimali: erano collocate su una tribuna a quattro metri dal suolo, al riparo da possibili contaminazioni, e sottoposte ad accurate pratiche di imbalsamazione riservate a sovrani e principi».

Le analisi rivelano inoltre il ricorso a terapie antiche, come l’utilizzo del mercurio per curare malattie quali la sifilide, mostrando come la medicina dell’epoca tentasse di affrontare patologie gravi con strumenti oggi considerati arcaici o persino nocivi. In alcuni casi, tali interventi hanno lasciato tracce biologiche ancora riconoscibili a secoli di distanza.

Il tavolo dei relatori

Il tavolo dei relatori

Contaminazione tra medicina e storia

L’intreccio tra storia e medicina consente così di restituire questi personaggi nella loro dimensione quotidiana e di offrirne una rappresentazione del potere in linea con lo spirito dei seminari del ciclo Poteri, Spazio e Conflitti del CHISPO. Il tutto all’interno di uno spazio che non è una reggia né una cattedrale, simboli edificati del potere, ma prima di tutto un mausoleo.

«Questo incontro valorizza l’integrazione tra due ambiti disciplinari diversi – sottolinea la prorettrice Lina Scalisi, direttrice del neonato Centro di ricerca storico – mettendo al centro un luogo della città di Napoli significativo sia per il suo valore artistico sia per la sua identità. I nostri studenti e le nostre studentesse possono trarre beneficio da questa contaminazione, così che la loro formazione non si limiti alle competenze dei singoli percorsi, ma sia rafforzata da ciò che li prepara ad affrontare la complessità del presente».

Il prof. Fornaciari dedica infine un pensiero ai suoi allievi e al futuro delle ricerche sul “tesoro” di San Domenico Maggiore. «Le prospettive sono immense – afferma –. Il volume che ho pubblicato rappresenta certamente una base, ma i recenti sviluppi della biologia molecolare, che ci permetteranno di riesaminare i campioni raccolti durante le campagne degli anni ’90, aprono nuovi e straordinari orizzonti. Questi tumori saranno certamente tipizzati e potremo finalmente capire quali oncogeni, ossia quali fattori tumorali, agissero alla Corte aragonese e perché i tumori maligni fossero così ricorrenti».

Il prof. Gino Fornaciari e la prof.ssa Lina Scalisi

Il prof. Gino Fornaciari e la prof.ssa Lina Scalisi

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