Alla conferenza Cher 2026 il prof. Sebastiano Mazzù si è soffermato sul ruolo dell’università tra intelligenza artificiale, ricerca aperta e rapporto con il territorio
L’università si trova oggi al centro di una profonda trasformazione. Alla stagione della globalizzazione e della crescente internazionalizzazione dell’istruzione superiore si affiancano nuove tensioni geopolitiche, la competizione tra Stati, la ridefinizione dei rapporti internazionali e l’emergere di tecnologie destinate a modificare profondamente i processi di insegnamento, apprendimento e ricerca.
È questo lo scenario al centro della Conferenza annuale Cher 2026, dedicata al tema Ridefinire l’istruzione superiore in un’era di geopolitica in evoluzione. Un appuntamento che mette a confronto studiosi e ricercatori –più di 300 partecipanti con papers, Panels and posters provenienti da Cina, Gran Bretagna, Germania, Cile, Stati Uniti, Canada, Sudafrica, Giappone, Messico, Turchia, Russia, Israele, Hong Kong, Taiwan e anche da Trinidad and Tobago - sui cambiamenti che stanno interessando l’università, dalla didattica alla ricerca, dalla terza missione alla governance e all’internazionalizzazione.
In particolare, la diffusione dell’intelligenza artificiale pone nuove domande sul ruolo dei docenti e degli studenti, mentre la crescente competizione geopolitica riapre il dibattito sulla libertà della ricerca e sulla capacità delle università di mantenere una dimensione internazionale. Al tempo stesso, cresce l'attenzione verso il contributo degli atenei allo sviluppo economico, sociale e culturale dei territori.
Su questi temi abbiamo intervistato il prof. Sebastiano Mazzù, ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari e direttore del Dipartimento di Economia e Impresa per il quadriennio 2026-2030 e le docenti Venera Tomaselli e Agata Matarazzo quali delegate del Rettore, intervenuti alla Conferenza CHER 2026. Chair della conferenza è Giulio Marini.
Un momento dei lavori della conferenza Cher
Il ruolo dell’università tra IA, ricerca e territorio e l’importanza di questa conferenza a Catania al Dipartimento di Economia e Impresa
È una conferenza molto importante perché affronta un tema centrale per l’educazione e la formazione universitaria, con una prospettiva ampia che riguarda non soltanto il rapporto con gli studenti, ma anche il modo in cui sta cambiando la ricerca. Il mondo dell’economia è estremamente dinamico e mutevole, oggi ancor più considerato che l’avvento dell’intelligenza artificiale non interessa soltanto la revisione dei processi industriali, ma investe soprattutto la ridefinizione delle organizzazioni.
Interrogarsi, quindi, su cosa stia cambiando e su cosa deve cambiare nei processi formativi è molto importante per affrontare le nuove sfide che l’economia dovrà affrontare. Parlare di questi tempi al Sud e dal Sud e in particolare da Catania con studiosi provenienti da tutto il mondo è un chiaro segnale di come la nostra Università sia sensibile e attenta a tematiche così rilevanti per la formazione delle nuove generazioni.
Professore, in un contesto in cui l’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente i processi di insegnamento e apprendimento, come dovrebbero cambiare il ruolo del docente e il modo stesso di concepire l’educazione universitaria?
La presenza dell’intelligenza artificiale è sempre più pervasiva e gli effetti si riverberano non solo sui processi di insegnamento, ma soprattutto su quelli di apprendimento. Un utilizzo improprio dell’IA, assimilabile ad un “amica/o instancabile” che aiuta in tutto, anche nelle formulazioni concettuali, nella costruzione di un pensiero o di una idea, nella scrittura di una tesi o di un elaborato, rischia di atrofizzare o impoverire lo sviluppo di quelle abilità cognitive che sono alla base del processo costruttivo-formativo della persona.
La formazione nasce dalla capacità dello studente di fare proprie le conoscenze attraverso lo studio, l’approfondimento personale, il confronto critico di ciò che legge, senza affidarsi passivamente a ciò che restituisce l'intelligenza artificiale.
In questo senso, il ruolo del docente oggi è diverso e, per certi aspetti, più complesso. Dobbiamo aiutare i giovani a comprendere che l’IA è uno strumento prezioso, che può supportare e agevolare le attività di routine, ma non può sostituire il percorso personale di formazione.
Se vogliamo sviluppare pensiero critico e autonomia nell’apprendimento, è necessario continuare a studiare, approfondire e dedicare tempo alla conoscenza, integrando i saperi con le opportunità oggi offerte dall’evoluzione tecnologica. L’intelligenza artificiale, quindi, non deve essere un sostituto dello studio, ma uno strumento al servizio dello studio. Il compito dei docenti è anche quello di indirizzare gli studenti verso questo approccio.

Il prof. Sebastiano Mazzù
In un mondo sempre più segnato dalla competizione geopolitica, fino a che punto le università possono continuare a considerare la ricerca come uno spazio aperto e transnazionale di collaborazione?
Ritengo che la ricerca debba essere uno spazio aperto e transnazionale, nel quale debbano collaborare persone con idee, conoscenze e prospettive differenti. È proprio dal confronto tra queste diversità che possono nascere innovazione e nuovi saperi. Il dialogo, l’interrelazione e lo scambio di idee rappresentano elementi centrali e il vero motore della ricerca e dell’innovazione. Naturalmente, la ricerca scientifica deve ispirarsi a principi etici, ma non può essere limitata entro approcci predefiniti o preconfezionati.
In questo quadro si inserisce anche la terza missione, che rappresenta una delle funzioni fondamentali dell’università. Gli atenei devono aprirsi sempre di più al contesto economico e sociale dei territori, costruendo una rete di relazioni capace non soltanto di creare opportunità per i giovani, ma soprattutto di generare condizioni per una crescita condivisa.
In una fase in cui alle università viene chiesto non solo di produrre conoscenza, ma anche di generare un impatto economico, sociale, culturale e ambientale sempre più misurabile, come possono gli atenei mantenere la propria autonomia e, allo stesso tempo, rafforzare il rapporto con il territorio?
Le conoscenze teoriche, insieme a quelle provenienti dalle imprese e alle conoscenze legate alle tematiche ambientali, rappresentano elementi fondamentali per costruire una cultura dell’innovazione, sviluppare nuova ricerca e creare nuove opportunità.
Da questa prospettiva, ritengo che le università debbano rafforzare ulteriormente le proprie relazioni con il territorio, dando ancora maggiore centralità al ruolo della terza missione. L’università non deve essere un sistema chiuso, ma un luogo capace di mettere in relazione conoscenza, ricerca, imprese e società e fornire contributi propulsivi all’esterno.
È proprio attraverso queste relazioni che l’università può contribuire concretamente alla crescita del territorio, mantenendo al tempo stesso la propria autonomia scientifica e culturale.