Un percorso collettivo di Officine culturali, Policlinico e Unict tra devozione, ricerca scientifica e responsabilità collettiva nel quartiere popolare
L’icona di Sant’Agata è tornata nel suo luogo, nel cuore dell’Antico Corso, accolta dallo sguardo e dalla devozione di un quartiere popolare che da generazioni la riconosce come presenza quotidiana, familiare, viva. Il suo rientro nell’edicola votiva non segna soltanto la fine di un intervento di restauro, ma rappresenta un momento di profonda restituzione simbolica: il ritorno di un bene amato alla comunità che lo ha custodito con cura, fede e senso di appartenenza.
Tra preghiere sussurrate, gesti antichi e una partecipazione spontanea e corale, Sant’Agata ha ripreso il suo posto il 31 gennaio scorso nell’edicola votiva di via Plebiscito 780-782, uno spazio urbano e una memoria collettiva che hanno riaffermato il legame profondo tra l’icona e la vita del quartiere che la circonda.
Il restauro dell’icona di Sant’Agata è il risultato di un percorso collettivo nato da una raccolta firme promossa dalla comunità di fedeli che da anni si prende cura dell’edicola: le devote e i devoti hanno così reso evidente l’urgenza di intervenire su un bene che custodisce memoria, identità e senso di appartenenza del quartiere “Antico Corso”.
A questa richiesta collettiva Officine Culturali ha subito risposto, dando vita a un percorso condiviso tra cittadinanza attiva e istituzioni. Il progetto è stato reso possibile grazie all’immediata disponibilità del Policlinico “Rodolico – San Marco”, proprietario dell’immobile, all’autorizzazione e alla preziosa collaborazione della Soprintendenza dei Beni Culturali di Catania (con l’attuale soprintendente dott. Maurizio Auteri e con incaricato alla sorveglianza la funzionaria storica dell’arte Roberta Carchiolo), in un dialogo che ha riconosciuto il valore culturale, sociale e devozionale dell’edicola votiva e della comunità che la anima quotidianamente.
L'icona di Sant'Agata posizionata nuovamente nell'edicola votiva
Il restauro è stato affidato alla dott.ssa Lina Lizzio, coordinatrice tecnica dell’intervento, e alla dott.ssa Elisabetta Gregorio, restauratrice, professioniste impegnate nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, e diretto dall’arch. Santa Privitera.
Officine Culturali si è fatta carico dell’intervento come gesto di riconoscenza e restituzione verso il quartiere che la accoglie da sedici anni: un impegno concreto per ridare nuova vita a un bene comune, che rappresenta una forte connotazione culturale e simbolica per questa piccola ma intensa “comunità di patrimonio”. Una richiesta nata dal basso, che ha trovato un primo momento pubblico nel gennaio 2025, quando il progetto di restauro è stato ufficialmente presentato alla cittadinanza.
Importante, nei mesi di novembre e dicembre, è stato il dialogo scientifico e umano con il Dipartimento di Fisica e Astronomia “Ettore Majorana” dell’Università di Catania. Grazie alla disponibilità dei docenti Anna Gueli, Giuseppe Stella, Salvatore Gallo e Giuseppe Politi insieme con la dott.ssa Sara Galvagno, l’icona è stata sottoposta a una serie di analisi diagnostiche avanzate, finalizzate allo studio della tecnica esecutiva e all’identificazione dei materiali costitutivi, elementi indispensabili per orientare un restauro rispettoso e consapevole. Un approccio interdisciplinare che ha saputo coniugare competenza tecnica e profonda attenzione al valore simbolico e devozionale dell’opera.

L'icona di Sant'Agata posizionata nuovamente nell'edicola votiva
Fondamentale è stata l’attenta e informata accoglienza del restauro, nella propria sede, del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Fin dall’inizio, infatti, il restauro è stato concepito come un’operazione pubblica e partecipata, capace di rendere visibili e condivisibili le diverse fasi del lavoro.
Per questo motivo, l’intervento non si è svolto in un laboratorio chiuso, ma nei locali di SpaziOfficine, la sala didattica affidata alla gestione di Officine Culturali in via Biblioteca n. 15. In questi spazi, ogni venerdì pomeriggio, le devote e i devoti hanno potuto assistere liberamente alle fasi del restauro, dialogare con le restauratrici e avvicinarsi alle tecniche di conservazione e recupero, rafforzando ulteriormente il legame tra l’icona e la comunità che lo riconosce come parte integrante della loro quotidianità.
La presentazione dei lavori di restauro dell’icona non ha rappresentato soltanto la conclusione di un intervento di ripristino, ma la restituzione pubblica di un percorso collettivo. Si è trattato di un esempio concreto di come un bisogno popolare e culturale, intenso e radicato, ha incontrato l’impegno di una realtà come quella di Officine Culturali (presieduta da Ciccio Mannino) e tradotta in un’azione condivisa di cura del patrimonio, capace di rafforzare legami, identità e senso di comunità.
Un momento dell'intervento di Ciccio Mannino
«L’opera ha un valore popolare, umano, devozionale così grande che i devoti hanno chiesto da subito che tornasse al suo posto» racconta Ciccio Mannino, presidente di Officine Culturali. Un valore che affonda le radici in «un rapporto etno-antropologico profondo tra l’opera e i devoti», come lo stesso Mannino sottolinea richiamando la Convenzione di Faro del 2005, che invita a riconoscere il patrimonio culturale non solo per il suo valore materiale, ma soprattutto per i significati, gli usi e le relazioni che le comunità gli attribuiscono nel tempo. «Sono stati i devoti, privati cittadini, a chiedere agli enti pubblici di lavorare insieme, anche con il Terzo settore, cioè noi, affinché quest’opera sia consegnata alle future generazioni», ha aggiunto Ciccio Mannino.
Officine Culturali si è fatta carico anche dei costi del restauro, un gesto che ha innescato un processo di partecipazione spontanea e diffusa. «Abbiamo avviato un concorso di maestranze pronte a dare una mano e a contribuire: il muratore, la ditta edile, il fabbro» ha detto Mannino, segno tangibile di un coinvolgimento corale che va oltre il cantiere e racconta, ancora una volta, quanto sia profondo e condiviso il legame tra Sant’Agata e la sua città.
Ad intervenire anche la prof.ssa Margherita Ferrante, delegata alla Terza missione dell'Università di Catania, che ha sottolineato «l’importanza della collaborazione tra ricerca scientifica e enti del terzo settore come Officine culturali, a beneficio del territorio e delle comunità, in piena attuazione della terza missione delle Università».
Alla presentazione dei lavori di restauro è seguito un momento di aggregazione religiosa e di preghiera a cura del sacerdote Salvatore Interlando, con un omaggio musicale dei Lautari e Klostès.